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Per difendere la democrazia si riparta dai diritti e dai doveri

La democrazia è in pericolo, ma se vogliamo difenderla è necessario che ci rimbocchiamo le maniche sul piano della costruzione della coscienza storica e su quello della stretta corrispondenza – del check and balance – tra diritti e doveri

La parola “democrazia” è tra le più usate nel dibattito pubblico e anche nei bar. L’accusa rivolta a qualcuno di non essere “democratico” è la più sanguinosa.
Eppure il significato del vocabolo è il più confuso, ambiguo e male usato possibile. Per molte persone, “democrazia” significa che ciascun individuo può pensare e fare quello che preferisce – salvo ciò che è illegale, si intende – e che lo Stato deve proteggere questo suo diritto.

Sul piano pubblico, “democrazia” vuol dire che la maggioranza ha sempre ragione, qualsiasi cosa chieda. D’altronde, “democrazia” significa appunto che il “demos”– il popolo – ha il “cratos”, cioè la forza e, quindi, anche la ragione. Quest’ultima idea sta alla base del “populismo”.

Con il 50%+1 degli elettori un governo può fare ciò che vuole.

Queste idee sono l’effetto di una ignoranza profonda e colpevole di molti cittadini circa le basi della democrazia liberale in Occidente. Questa ignoranza è la causa della debolezza ideologica e etica della democrazia liberale in Italia e della sottovalutazione dell’aggressione che le viene fatta da parte di regimi illiberali, autocratici, dittatoriali. Secondo Freedom House, che tiene sotto controllo statistico lo stato della democrazia nel mondo, nell’ultimo quindicennio essa sarebbe in contrazione. Insomma: lo stato della democrazia liberale nel mondo non è brillante.

Vediamo, dunque! La liberal-democrazia sta in piedi su due pilastri: sul liberalismo e sulla democrazia. Il liberalismo è un prisma a tre facce: diritti, mercato, idee. Cioè: liberalismo politico, liberalismo economico, liberalismo delle idee o epistemico. La democrazia significa libere elezioni, pluralismo politico e assetto istituzionale fondato sul “check and balance” dei tre poteri: esecutivo, legislativo, giudiziario.

Basta che ceda uno dei due pilastri, e il palazzo si piega su un lato e crolla. Se guardiamo in giro per il mondo, vi sono regimi che hanno “la democrazia”, ma intesa solo e restrittivamente come elezioni. Così in Russia e in Cina ci sono elezioni, difficile dire quanto libere. Manca totalmente il pilastro liberale. In Turchia? Erdogan dà ordine alla magistratura di incarcerare gli oppositori o i potenziali vincitori delle prossime elezioni. Le elezioni sono libere, ma il controllo dell’esecutivo sul potere giudiziario è stringente. Così Orban sta tentando di mettere sotto controllo la magistratura. Dei regimi della Lega araba, nessuno dispone compiutamente dei due pilastri: sono corti e sbilenchi tanto il primo quanto il secondo.

In Occidente, in Italia, in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, i populismi di destra e di sinistra sono interessati al solo pilastro democratico-elettorale, ma sono sempre più ostili a quello liberale. Il popolo vota, il popolo ha ragione; il governo rappresenta il popolo, il governo ha ragione. Ne consegue la dittatura della maggioranza e il disprezzo delle garanzie costituzionali (Rule of law, Habeas corpus, Check and balance), che sono, appunto, il pilastro liberale. E poiché le maggioranze parlamentari sono ormai – considerato il crescente astensionismo – reali minoranze, elevate a maggioranza dalle procedure elettorali, la “dittatura della maggioranza” risulta particolarmente minoritaria e iniqua.

Le cause della deriva populista? Il populismo è stato l’ultimo, in ordine di tempo, dei vettori politici di una crisi che ha cause e congiunture critiche profonde: la crisi finanziaria e poi economica del 2007-08, la stagnazione che ne è conseguita, l’immigrazione, l’avvento dell’economia digitale, alla crisi del Welfare tradizionale, il Covid, il disordine mondiale del dopo-2000, la crisi delle ideologie del ‘900.

Tuttavia, se vogliamo difendere un regime prezioso, ma fragile quale è quello liberal-democratico, che ha promosso e governato i migliori anni del Secondo Novecento in Europa, è necessario che ci rimbocchiamo le maniche sul piano della costruzione della coscienza storica e su quello della stretta corrispondenza – del check and balance – tra diritti e doveri.


giovanni cominelliGiovanni Cominelli

*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano.
Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.