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Trump e il mito del danno limitato: perché la prudenza è una resa

L’epoca del “meno peggio” è finita. Questo è il tempo del coraggio politico, non del calcolo. Di fronte a chi brandisce il potere come una clava, servono persone capaci di farne uno strumento di servizio

A chi continua a invocare la prudenza davanti all’aggressività dell’autoritarismo, va ricordato che la storia recente ha già dato il suo verdetto: rispondere con cautela calcolata significa, nei fatti,
accettare la resa. Lo abbiamo visto con Orbán, con Bolsonaro, con Netanyahu. Ma è con Donald Trump che questa postura diventa un caso da manuale. “Limitiamo i danni”, si dice. Come se ci
trovassimo davanti a un temporale da attendere al riparo. Come se fosse possibile coesistere con il disprezzo sistematico, la menzogna elevata a metodo, la demolizione metodica delle istituzioni
democratiche — purché tutto avvenga con misura.

Ma non è così.

Di fronte a Trump, la prudenza non è una virtù: è una forma di complicità. Trump non è una parentesi pittoresca nella politica internazionale. È il sintomo avanzato della decomposizione democratica, l’effetto tossico di diseguaglianze incancrenite, paure diffuse e comunicazione manipolatoria. Non è forte per le sue idee — spesso rozze, confuse, reazionarie — ma per il linguaggio, il corpo, la messa in scena. Per quel narcisismo performativo che crea l’illusione del leader invincibile, del salvatore “al di sopra” della legge e del buon senso.

Chi risponde con moderazione, chi tenta un fragile equilibrio tra “lui” e il cosiddetto “male minore”, chi si trincera nella neutralità istituzionale, finisce per alimentare la sua narrativa. Trump
si nutre dell’incertezza degli altri, la trasforma in paura, e la paura in consenso. È un venditore di caos mascherato da uomo forte. Ma il caos non si gestisce: o si previene, o ti travolge.
E c’è di peggio. La strategia del “limitare i danni” è fallace anche sul piano morale. Perché parte dal presupposto che alcune ingiustizie, discriminazioni, persino crimini di Stato, siano tollerabili se servono a evitarne di peggiori. È contabilità applicata alla dignità umana. È accettare in silenzio la crudeltà come parte legittima del gioco politico. È, in ultima analisi, una resa etica: l’illusione che si possa convivere con la barbarie, purché discreta.

Ma basta guardarsi attorno per capire che non si tratta di un danno marginale. Politiche migratorie disumane, sabotaggi ambientali, misoginia legalizzata, razzismo sistemico, culto delle armi,
disprezzo per la scienza e la cultura… tutto questo non è un effetto collaterale. È il cuore stesso del progetto politico trumpiano. E chi lo accetta — per calcolo o per quieto vivere — sta firmando una
resa anticipata.

La vera sfida non è tra il caos trumpiano e la gestione tecnica del potere. È tra la rassegnazione e l’immaginazione. È ridare senso e passione alla democrazia, costruire una narrazione alternativa,
fondata su giustizia, solidarietà, diritti comuni. Serve una politica che sappia dire “no” al cinismo — ma anche “sì” a un futuro condiviso.

L’epoca del “meno peggio” è finita. Questo è il tempo del coraggio politico, non del calcolo. Di fronte a chi alza muri, servono mani che costruiscono ponti. Di fronte a chi brandisce il potere come
una clava, servono persone capaci di farne uno strumento di servizio. Perché limitare i danni, oggi, non è più sufficiente. È solo un altro modo per lasciarli accadere.


Savino Pezzotta, bergamasco, sindacalista e politico italiano, è stato segretario nazionale della Cisl.