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L’economia italiana sotto i dazi al 15% di Trump: impatti, sfide e prospettive
Donald Trump (Getty Images)

I dazi di Trump contro l’Europa e l’Italia saranno operativi il prossimo 7 agosto. Ma quanto vale per l’export Italiano il 15% di dazi? Analizziamone l’impatto, evidenziando i rischi e le opportunità per la nostra economia

I dazi di Trump contro l’Europa e l’Italia saranno operativi il prossimo 7 agosto. Ma quanto vale per l’export Italiano il 15% di dazi? Analizziamone l’impatto, evidenziando i rischi e le opportunità per la nostra economia. Tra i settori più colpiti troviamo l’agroalimentare e la meccanica, che riflettono la vulnerabilità delle esportazioni italiane. Le deroghe negoziate con l’UE danno comunque un po’ di respiro. Interessante il focus sulle regioni, con il Sud più esposto rispetto al Nord. La strategia di diversificazione dei mercati è cruciale, ma servono anche interventi interni per rafforzare la competitività. L’ottimismo per la resilienza del Made in Italy è giustificato, ma la sfida resta ardua.


Si chiude una settimana che ha visto la Fed lasciare i tassi invariati per la quinta volta, come era nelle attese della vigilia. L’appuntamento si sposta ora sul prossimo meeting del 17 settembre (secondo il FedWatch Tool, il 68% dei trader si aspetta un taglio di 25 bps), dove la Fed aggiornerà anche le stime economiche.
Nel corso della conferenza stampa, Powell ha detto che gli ultimi indicatori suggeriscono come la crescita dell’attività economica sia diventata moderata nella prima metà dell’anno, mentre il tasso di disoccupazione sia rimasto basso con le condizioni del mercato del lavoro che rimangono solide. Per Trump, i tassi alti sono un ostacolo diretto alla sua agenda economica. Dopo aver approvato una legge finanziaria che taglia le tasse ai più ricchi e aumenta la spesa militare, la Casa Bianca punta a finanziare tutto aumentando il debito. Ma con la Fed ferma al 4.5%, il piano diventa costoso.
Settimana che ha anche visto il PIL statunitense del 2Q25 crescere in modo inaspettato del 3% (da -0.5% del 1Q25). L’aumento ha riflesso principalmente una diminuzione delle importazioni, che rappresentano una sottrazione nel calcolo del PIL, e un aumento della spesa dei consumatori. Questi movimenti sono stati in parte compensati dalla diminuzione degli investimenti e delle esportazioni.
Dati molto forti anche sul fronte del lavoro dove gli occupati ADP di luglio sono cresciuti di 104k unità (77k le attese e -33k il dato di giugno), mentre il tasso di disoccupazione di luglio è cresciuto al +4.2% (da +4.1% di giugno).
La variazione del PIL, decisamente superiore al tasso potenziale (+1.5% – 1.8%), unita ad una occupazione che si mantiene forte, complicano sicuramente la vita alla Fed.
A livello di indici, Milano chiude in flessione la settimana in cui l’amministrazione statunitense ha dichiarato che i dazi saranno operativi a partire dal prossimo 7 agosto. Il FTSE MIB è stato particolarmente bersagliato dalle vendite delle banche e ha lasciato sul campo l’1.92% (dall’inizio dell’anno la performance è positiva del 16.84). Decisamente peggiore è stato l’andamento delle società star, il cui indice FTSE ITALIA STAR ha perso il 4.39% (+0.47% dall’inizio dell’anno). Sempre negativo anche l’andamento delle micro caps, il cui indice FTSE ITALIA GROWTH chiude la settimana con una flessione dell’1.64% (+3.81% dall’inizio dell’anno).

Miglior titolo in una settimana complicata Bper Banca (+5.93%), grazie sia alla comunicazione di superamento del 66,67% della Popolare di Sondrio nell’ambito dell’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria, nonché al raggiungimento del 3,34% nel capitale della Banca da pare di JP Morgan.

Generico agosto 2025

Medaglia d’argento per Banco BPM (+5.50%), anche grazie alle parole del Vice CEO di Credit Agricole, C. L’Angevin, che ha precisato come la Banca si sta organizzando per essere il primo azionisti di Banco Bpm: attualmente Credit Agricole detiene una partecipazione del 19.8%, e chiederà alla BCE l’autorizzazione di salire oltre il 20%. Il manager ha comunque ribadito l’intenzione di non superare la soglia d’opa della banca italiana.
Terzo miglior titolo della settimana Prysmian (+5.41%), grazie ai forti risultati del 1H25 che hanno visto un aumento dei ricavi del 23.5% rispetto al 1H24, a 9.65 miliardi di euro (+4% la crescita organica), un Ebitda adjusted cresciuto del 30.3% a 1.13 miliardi di euro e un utile netto di 426 milioni di euro (402 milioni di euro nei primi sei mesi del 2024).
Peggior titolo della settimana Amplifon, che lascia sul campo il 26.33%, dopo che i risultati del 1H25 hanno deluso gli investitori. I ricavi sono rimasti sostanzialmente stabili a 1.18 miliardi di euro, rispetto al 1H24 (a cambi costanti il fatturato sarebbe salito dell’1,6%). In diminuzione del 3.2% a 287,65 miliari di euro l’Ebitda adjusted, per effetto della minore leva operativa, del mix geografico dell’area EMEA e della diluizione derivante dall’accelerazione della crescita del network diretto di Miracle-Ear negli Stati Uniti; di conseguenza peggiora l’Ebitda margin che si ferma al 24,4%.
Secondo peggior titolo della settimana Ferrari (-13.73%). Nonostante la crescita dei risultati del 1H25, questi sono stati mediamente inferiore a quelli attesi dagli analisti. Nei primi sei mesi i ricavi sono cresciuti del 9% a 3.58 miliardi di euro Ferrari, l’Ebitda è cresciuto del 10% a 1,4 miliardi di euro, che consente di raggiungere un Ebitda margin del 39.2%. L’utile netto è cresciuto del 9% a 837 milioni di euro.
Terzo peggior titolo della settimana Stellantis (-9.77%), quale effetto del maggiore calo di immatricolazioni in Italia in luglio rispetto al totale (-5.1% contro -13.1% di Stellantis).

Soprattutto la giornata di venerdì 1 agosto è stata particolarmente negativa per le azioni. Giornata in cui, come dicevamo, è arrivata la conferma dagli Stati Uniti che i dazi contro l’Europa (e l’Italia) saranno operativi a partire dal 7 agosto prossimi. La Borsa, si sa, tende spesso ad anticipare i trend. Analizziamo quindi quanto i dazi penalizzano l’economia Italiana.


Come pesano i dazi sull’economia Italiana

L’introduzione dei dazi al 15% sulle merci europee da parte dell’amministrazione Trump a partire dal 1° agosto 2025, rappresenta una svolta significativa per l’economia italiana fortemente dipendente dalle esportazioni. L’Italia, secondo partner commerciale europeo degli Stati Uniti, si trova a navigare in un contesto di incertezze e sfide, con ripercussioni che variano a seconda dei settori e delle regioni. Tuttavia, grazie all’accordo negoziato con l’Unione Europea, il danno economico per l’Italia appare più contenuto rispetto alle minacce iniziali di tariffe al 30% o addirittura al 50%.


Un colpo contenuto certo, ma non indolore

Secondo le stime di diversi centri studi, come Unimpresa e la CGIA di Mestre, i dazi al 15% potrebbero costare all’Italia una perdita di esportazioni compresa tra 6,7 e 12 miliardi di euro l’anno, considerati i 64,7 miliardi di euro di beni esportati verso gli Stati Uniti nel 2024. Questa cifra, pur significativa, è comunque inferiore rispetto alle proiezioni più pessimistiche, che parlavano di un impatto fino a 35 miliardi di euro in caso di dazi al 30%. L’effetto sul PIL italiano è stimato essere nell’intorno del -0.2% / -0.5%, con alcune analisi che parlano di un “buco” economico di circa 10 miliardi di euro.

L’impatto economico è aggravato dal deprezzamento del dollaro rispetto all’euro, che ha perso circa il 15% del suo valore dall’insediamento di Trump il 20 gennaio 2025. Questo “dazio implicito” rende le esportazioni italiane meno competitive sul mercato statunitense, aumentando i costi per gli importatori americani e riducendo i margini di profitto per le aziende italiane.

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Settori a maggiore rischio e deroghe strategiche

I settori più esposti ai dazi includono la meccanica, l’automotive, il chimico-farmaceutico, l’agroalimentare e la moda. La meccanica, che rappresenta il 20% delle esportazioni italiane verso gli USA, potrebbe perdere fino a 4.3 miliardi di euro, mentre il settore farmaceutico potrebbe subire un impatto di circa 3.4 miliardi.
L’automotive, con un dazio ridotto dal 27.5% al 15%, respira parzialmente, ma rimane sotto pressione, specialmente per le regioni come Piemonte e Basilicata, fortemente dipendenti dalla produzione di autoveicoli.
Nell’agroalimentare, il vino è tra i comparti più vulnerabili, con i vini bianchi DOP del Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia (48% dell’export verso gli USA) e il Prosecco DOP (27%, 491 milioni di euro) a rischio di perdere quote di mercato a favore di competitor come i vini cileni e australiani, soggetti a dazi inferiori. L’olio extravergine di oliva, che domina il mercato statunitense con una quota del 32% (937 milioni di euro nel 2024), potrebbe subire una riduzione della domanda, anche se la sua forte identità di prodotto premium potrebbe mitigarne l’impatto.
Tuttavia, alcune deroghe negoziate nell’accordo di Turnberry tra Trump e la Von der Leyen sembrano offrire un certo sollievo. Settori come l’aerospaziale, la robotica avanzata e i macchinari industriali beneficiano di dazi zero, mentre i prodotti lattiero-caseari come Parmigiano Reggiano e Grana Padano, già soggetti a tariffe del 15-16%, potrebbero non subire ulteriori aggravi. Anche i semiconduttori e parte del comparto sanitario vedono un impatto limitato, anche se Trump ha minacciato dazi progressivi fino al 200% sui farmaci a partire da agosto 2025.


Le regioni più colpite

Le regioni italiane non saranno colpite in modo uniforme. Il Sud Italia, con una minore diversificazione produttiva, è particolarmente vulnerabile. La Sardegna (95,6% dell’export concentrato su derivati petroliferi), il Molise (86,9%, plastica e autoveicoli) e la Sicilia (85%, raffinazione petrolifera) rischiano perdite significative. Al contrario, regioni come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, con una maggiore varietà di esportazioni, mostrano una resilienza relativa grazie alla loro capacità di assorbire gli shock
commerciali.


Strategie di resilienza

Per affrontare questa nuova realtà, l’Italia e l’Unione Europea stanno adottando un approccio su più fronti. In primo luogo, la diversificazione dei mercati di sbocco è una priorità. Confindustria e Nomisma suggeriscono di rafforzare i legami commerciali con economie asiatiche come Giappone, Indonesia e Vietnam, che mostrano un crescente interesse per il Made in Italy. L’accordo di libero scambio con l’Indonesia, siglato di recente, è un esempio di questa strategia.
In secondo luogo, l’Europa sta cercando di rafforzare le proprie difese commerciali per evitare il dumping di prodotti cinesi a basso costo, che potrebbero invadere il mercato europeo a seguito dei dazi americani. Inoltre, il governo italiano starebbe lavorando per ottenere esenzioni specifiche per settori sensibili come l’agroalimentare e l’automotive, con negoziati che proseguiranno fino alla pubblicazione dell’accordo definitivo e forse anche oltre.

Infine, si discute di interventi strutturali interni, come la riduzione della burocrazia e dei costi energetici, per migliorare la competitività delle imprese italiane. Il ministro degli Esteri Tajani ha suggerito un’azione della BCE per tagliare i tassi di interesse e attenuare la forza dell’euro, che aggrava l’impatto dei dazi.


Prospettive future

Nonostante l’accordo al 15% rappresenti un compromesso che ha evitato una guerra commerciale transatlantica, è innegabile che l’economia italiana debba affrontare un periodo di adattamento.  La crescita del PIL, già modesta (0,6% previsto per il 2025 secondo la Banca d’Italia), rischia di rallentare ulteriormente.
Tuttavia, la capacità del Made in Italy di mantenere il proprio appeal, specialmente nei segmenti premium, e la possibilità di esplorare nuovi mercati sembrerebbero offrire spiragli di ottimismo.
L’Italia dovrà sfruttare la sua influenza in seno all’Unione Europea e il suo legame storico con gli Stati Uniti per negoziare condizioni più favorevoli (ammesso che sia previsto). Nel frattempo, le imprese italiane, soprattutto le PMI, dovranno investire in innovazione e diversificazione per ridurre la dipendenza dal mercato statunitense. La sfida è complessa, ma l’economia italiana ha già dimostrato in passato di saper rispondere con resilienza a crisi globali.


Antonio Tognoli testinaAntonio Tognoli

Ho iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.