Dazi, contro dazi, super dazi, comunque dazi nostri
Si capisce in modo diretto che la strada intrapresa dall’amministrazione statunitense è sbagliata. Cioè è sbagliato trasformare i dazi in entrate fiscali per sanare il deficit pubblico, è lo strumento sbagliato per un problema reale
Non mi viene naturale fare un’analisi tecnica accurata rispetto a quello che sta succedendo in queste settimane rispetto alla questione del commercio internazionale neanche per il settore che mi vede impegnato come industriale, cioè quello delle vernici.
Anche perché c’è poco da discutere sulla misurazione degli effetti quando tutto è ancora incerto, anche se pensavamo all’annuncio dell’accordo Usa-Ue di avere qualche elemento per tirare il fiato.
Ci sono alcune cose, tuttavia, che mi hanno veramente infastidito.
La prima riguarda l’affermazione di qualche politico (ma anche della nostra Presidente del Consiglio) che, prima della negoziazione, aveva detto con sicumera che il 10% sarebbe stato indolore. Ma per chi? Per quale prodotto/settore? Con quali prezzi e marginalità? Ma ha senso dichiarare che ci va bene prima di sedersi al tavolo?
La seconda è relativa all’affermazione: troveremo altri mercati. Ma che cosa vuol dire trovare altri mercati? Gente che probabilmente non ha mai venduto un fico secco all’estero che insegna che si può vendere altrove. Incredibile.
La terza, forse la peggiore e la più diffusa, si riferisce alla domanda: che cosa pensa dei dazi di Trump? Risposta: ah, ma ci sono i dazi interni della Ue, usando una frase di Draghi che ha parlato della competitività interna, che è un problema, ma non è la risposta alla domanda dei dazi americani.
Atteggiamento che risponde al problema politico dei populisti di non voler mai contrastare il leader mondiale dei nemici della ragione, dell’alleato occidentale che ci manda secondo il nostro Ministro dell’Economia verso un -0,5% del PIL, di un falsificatore seriale della realtà, che da sei mesi lastrica di promesse e contro promesse un mondo in guerra, arricchendosi personalmente alla faccia di chi ha contato per un secolo dell’aiuto di un grande paese come gli Stati Uniti.
Ecco che spuntano gli ammiratori di Trump, il vincitore d’America, anche tra quelli che non avevano ancora amato Putin: il fascino del princeps, confondendo i dittatori che non rispettano le regole della convivenza civile con il leader ideale ciceroniano che metteva il benessere dello stato prima dei suoi interessi personali (figura raramente esistita nella storia umana).
Certo l’immagine di un’Europa a pezzi non poteva essere meglio rappresentata dalla scena di domenica scorsa: una presidente della Commissione fragile, impigliata nelle pretese nazionalistiche e dalle parole dei lacchè populisti ai quali si è piegata per paura. È arrivata debole al golf club (inaccettabile anche questo) del Presidente, ma poteva almeno non sorridere e non fare complimenti.
L’hanno chiamato giustamente l’humiliation day.
Scusate ora una testimonianza aziendale. Torniamo da una fiera a Las Vegas con un premio, Visionary Award, per aver inventato un prodotto verniciante con un contenuto significativo di sostenibilità ambientale. Due anni di sviluppo di un mercato, quello americano, sulla falsariga del famigerato green deal europeo, cioè investendo nel futuro.
Grazie alla situazione in corso il progetto di trasformare questi prodotti in vendite sta rallentando notevolmente, mentre prodotti molto più nocivi, prodotti in USA, continuano ad essere usati perché più economici e senza dazi. E così si capisce in modo diretto che la strada intrapresa dall’amministrazione statunitense è sbagliata. Cioè è sbagliato trasformare i dazi in entrate fiscali per sanare il deficit pubblico, è lo strumento sbagliato per un problema reale.
Inoltre, non aiuta un ritorno al manifatturiero, perché prima che gli Stati Uniti tornino a fare innovazione in fabbrica ce ne vuole: investimenti, persone, tecnologie. Il dazio ha senso solo per protezione di dumping che con l’Europa non c’è in nessun settore e poi, nel caso, per un periodo limitato. Servono politiche di collaborazione, investimenti come l’IRA di Biden, per ricostruire la produzione tradizionale negli Usa. È anche vero che senza le fabbriche la società americana è sempre più divisa tra ricchi e poveri, senza la classe media che ha sempre garantito la democrazia.
Infine, se non si innova e se non si inizia ad usare prodotti più attenti all’ambiente e al cambiamento climatico non si migliora il mondo in cui viviamo.
Vediamo quindi l’evoluzione e rimbocchiamoci le maniche per limitare i danni, ma gli effetti dei dazi colpiranno prima le imprese e poi tutti noi, saranno appunto dazi nostri.

* Andrea Moltrasio, Industriale, già presidente di Confindustria Bergamo e del Consiglio di Sorveglianza di Ubi Banca



