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Accordo Usa-Ue: che cosa vuol dire per l’Europa
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Dopo l’intesa politica raggiunta sui dazi, una nuova epoca volge rapidamente ad un ridimensionamento dell’apertura commerciale sperimentata negli ultimi decenni

Il 27 luglio scorso è stata finalmente raggiunta un’intesa politica tra Europa e Stati Uniti in merito all’applicazione dei dazi, tema chiave di questa nuova epoca che volge rapidamente ad un ridimensionamento dell’apertura commerciale sperimentata negli ultimi decenni.

L’accordo traccia la direzione di fondo di un negoziato che deve in realtà ancora concludersi, ed in estrema sintesi prevede un’imposizione di dazi non reciproci al 15% per le merci europee esportate negli Stati Uniti (seppure con eccezioni), l’impegno da parte dell’Europa ad investire 600 miliardi negli USA e ad acquistare 750 miliardi di beni energetici americani nei prossimi 3 anni.

Sebbene i mercati finanziari e la stampa abbiano celebrato quella che viene definita la conclusione di un lungo periodo d’incertezza, la cifra che ancora caratterizza questa fase è quella dell’indeterminatezza.

La sensazione di trovarci in un momento fluido è data anzitutto dai differenti annunci che la Casa Bianca e Bruxelles hanno diffuso nei giorni scorsi, che non coincidono nei toni e nei contenuti: se Washington enuncia dettagli dell’accordo in maniera puntuale, gli annunci di Bruxelles hanno carattere più sfumato, e viene precisato come l’intesa non sia ancora giuridicamente vincolante.

Nel caso della digital tax (la tassazione dei colossi americani del web) le due versioni appaiono addirittura discordanti, con la Casa Bianca che comunica la rinuncia europea alla questione e l’Europa che rivendica la propria autonomia decisionale in materia di tassazione dello spazio digitale.

Come già sperimentato nel recente passato, la forma anticipa la sostanza, l’annuncio si sostituisce alla decisione, creando un contesto difficile da interpretare, anche perché la vera portata dell’accordo sarà visibile solo quando verranno negoziati i dettagli, che sono fondamentali in questo caso: chip e farmaci saranno effettivamente tassati? I dazi su alluminio e acciaio resteranno al 50%? Come verrà attuato nel concreto l’impegno ad effettuare 600 miliardi di investimenti negli Stati Uniti (dovendo mobilitare, ricordiamolo, capitali privati) tenuto conto che siamo in un’economia di libero mercato? Come sarà possibile rispettare l’impegno di acquistare energia dall’America (250 miliardi l’anno per tre anni) per sostituire gli approvvigionamenti derivanti dalla Russia, tenuto conto che i quantitativi espressi sono di gran lunga superiori sia all’energia esportata annualmente dagli USA (166 miliardi) che alla stima dell’import energetico europeo da sostituire (23 miliardi)?

La sensazione è quella di trovarsi dinanzi ad un’intesa politica lontana dai fondamentali dell’economia, con grandezze stimate in maniera approssimativa, e forse più adatte alla politica dell’annuncio che a quella della concretezza. L’ipotesi che questo accordo possa cambiare forma e sostanza rapidamente, in base all’evolversi della situazione globale, è tutt’altro che remota.

Quello che invece possiamo leggere con chiarezza sono le linee di fondo che hanno portato alla chiusura dell’intesa, dalle quali possiamo disegnare una mappa più chiara della situazione attuale. Il primo punto che colpisce riguarda l’assenza di reciprocità: in linea generale l’Europa sarà tenuta a pagare dazi rilevanti per esportare negli Stati Uniti, mentre l’America non dovrà fare lo stesso. Questo principio, semplice e brutale, suggerisce due riflessioni importanti.

Anzitutto si certifica un rapporto di subordinazione del continente europeo: l’idea, forse un po’ romantica, che l’Europa fosse in qualche modo un alleato alla pari degli Stati Uniti viene definitivamente accantonata. L’assenza di reciprocità deve suggerirci una valutazione implicita su decenni di politiche inefficaci (comunitarie e nazionali) che hanno ampliato il divario tecnologico, economico e militare con il nostro principale alleato: nella geopolitica di oggi le nostre debolezze si materializzano in tutta la loro forza.

Il secondo punto fondamentale riguarda l’impegno dell’Europa ad effettuare investimenti produttivi negli Stati Uniti. Anzitutto viene spontaneo chiedersi come sia possibile articolare un piano di investimento di questo tipo, dato che dovrebbe mobilitare risorse in larga parte private che l’Unione Europea non ha alcun potere di gestire direttamente: come riferito dalla stessa UE, si tratta di una stima che deriva principalmente dalle intenzioni di investimento di aziende del settore privato. Il comunicato della Casa Bianca diffonde tuttavia un’interpretazione ben più concreta: “L’UE effettuerà investimenti per USD 600 miliardi entro il 2028”. Quale possa essere la modalità di attuazione, resta al momento un enigma. Appare però molto chiara l’aspettativa di Washington.

Prescindendo dal valore assoluto dell’impegno e dalla fattibilità dell’iniziativa, il punto chiave della questione è un altro: l’idea di fondo di trasferire strutturalmente delle quote rilevanti di produzione manifatturiera all’estero è uno degli effetti più preoccupanti dell’intera vicenda negoziale.

Il tessuto produttivo, anche per voce di Confindustria, ha manifestato più volte la necessità di evitare lo spostamento in via strutturale di capacità produttiva negli Stati Uniti: vorrebbe dire accelerare un processo di deindustrializzazione e di progressivo impoverimento del nostro tessuto economico, trasferendo competenze, posti di lavoro e gettito fiscale al di fuori del nostro continente, con effetti che si manifesterebbero anche (e forse soprattutto) nel lungo periodo.

Significherebbe rinunciare non solo ai posti di lavoro di oggi, ma anche e soprattutto a quelli di domani: non una grande prospettiva per i giovani di un continente già altamente indebitato, con tassi di crescita contenuti ed una popolazione sempre più anziana da sostenere. Assenza di reciprocità e l’impegno ad investire in capacità produttiva negli Stati Uniti rappresentano due elementi problematici per il Vecchio Continente, ma abbiamo qualche ragione per guardare all’accordo con un cauto ottimismo? La risposta a questa domanda l’avremo nei prossimi mesi.

Nel nuovo mondo disegnato da Trump i dazi diventano parte fondamentale del gioco: per capire quale sarà il vero impatto dell’accordo con l’Europa (una volta che saranno finalizzati gli indispensabili dettagli mancanti) sarà necessario attendere di sapere il livello dei dazi imposti al resto del mondo. Nella misura in cui i dazi europei dovesse essere inferiori a quelli applicati ad altri paesi (per esempio Cina o India) potremmo trovarci di fronte ad un inaspettato vantaggio competitivo nei confronti di altri player dello scacchiere globale: il posizionamento dell’Europa nella nuova arena globale è quindi ancora in parte da capire.

Quello che invece appare chiaro è che nel contesto post-globalizzato, sempre più lontano dal multilateralismo e da un ordine basato sulle regole, un posizionamento debole espone a dei rischi esistenziali. La vicenda negoziale con gli Stati Uniti suggerisce quindi di concentrarci sulle questioni fondamentali che da troppo tempo vengono accantonate: autonomia nei settori dell’energia e della difesa, presidio e sviluppo delle tecnologie digitali, ed un incessante perseguimento della crescita economica, anche a costo di qualche sacrificio. Solo così potremo immaginare un’Europa ed un’Italia che mantengano in futuro la propria identità, rilevanza e indipendenza.


Alessandro Somaschini

Alessandro Somaschini*, bergamasco, classe 1984, è Vice Presidente Nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo presso il Ministero degli Affari Esteri (MAECI) e Membro del Gruppo Tecnico Internazionalizzazione di Confindustria.

È inoltre Membro della Task Force Trade & Investment del B20 – Brasile 2024, engagement group ufficiale della comunità imprenditoriale presso il G20, Membro del Comitato Esecutivo di YES for Europe e Presidente della delegazione italiana della G20 Young Entrepreneurs Alliance, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione di diverse aziende bergamasche.

In passato è stato Membro di Task Force all’interno del B20 nelle edizioni organizzate in Italia (2021), Indonesia (2022) e India (2023), ed in precedenza ha ricoperto le cariche di Membro del Comitato Esecutivo dell’Associazione Italiana dei Costruttori di Organi di Trasmissione (ASSIOT) e di Vice Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bergamo.

È stato Consigliere di Amministrazione di Somaschini Automotive ed Executive Vice President di Somaschini North America, lavorando negli Stati Uniti nel settore della componentistica meccanica. Ha cominciato la sua carriera a Roma nel settore Aerospazio e Difesa all’interno del Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo), dopo essersi laureato con lode in International Management all’Università Bocconi di Milano.