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Sequestro da 50 milioni e indagine per bancarotta, i Vitali: “Un equivoco”

Gli imprenditori Cristian e Massimo Vitali in una nota affidata al loro legale: “Prendiamo atto con sorpresa e confermiamo la nostra estraneità dalla vicenda, siamo certi che sarà risolta al più presto”. E ancora: “Nessun danno ai creditori, è tutto verificabile”

“Nel rispetto che le decisioni giudiziarie impongono, si ritiene che la vicenda rappresenti un mero equivoco processuale che quanto prima sarà chiarito. Basti pensare che sono stati soddisfatti tutti i creditori e quindi nessun danno è stato arrecato. Circostanza, questa, verificabile documentalmente”. Così l’avvocato Filippo Dinacci, che assiste il Gruppo Vitali, replica all’accusa di bancarotta fraudolenta nei confronti dei fratelli Cristian e Massimo Vitali, gli imprenditori di Cisano Bergamasco, ai vertici dell’omonimo Gruppo, finiti nel mirino della Guardia di Finanza e dei pubblici ministeri Maria Cristina Rota e Guido Schininà. “Prendiamo atto con sorpresa e confermiamo la nostra estraneità dalla vicenda – si legge in una nota diffusa dall’ufficio stampa dell’impresa edile -. Siamo certi che la questione sarà risolta al più presto”.

Se lo augurano in molti, visto che il Gruppo Vitali gestisce alcuni dei cantieri più importanti della città, come quello per la realizzazione della nuova linea e-Brt di bus elettrici tra Bergamo e Verdellino. E, tra gli altri, si è aggiudicato l’appalto per l’ambizioso progetto di Porta Sud. Nessun commento alla notizia da parte del Comune di Bergamo. Ma il Gruppo Vitali è in pista anche per altri progetti, che interessano l’intera provincia. Come l’Interporto e l’autostrada Bergamo-Treviglio. In questo senso si registrano le preoccupazioni di diversi amministratori del territorio, che però in questa fase non vogliono intervenire ufficialmente.

Europa Verde definisce l’indagine un “ulteriore tassello per abbandonare il progetto dell’autostrada”. “Non entriamo nelle questioni prettamente giudiziarie, la cui fondatezza verrà verificata dalla magistratura – premettono l’onorevole Devis Dori, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, e Giuseppe Canducci, portavoce provinciale di Europa Verde Bergamo -. Noi ne facciamo un ragionamento politico: da sempre diciamo che il progetto è insostenibile e che sta in piedi solo perché Regione Lombardia ha deciso di sprecare decine di milioni di euro di soldi pubblici in quel progetto fallimentare”. “Un’opera costosa, 560 milioni di euro – aggiungono – ambientalmente devastante e socialmente regressiva”.

La notizia dell’indagine per bancarotta è arrivata martedì mattina, 29 luglio, come un fulmine a ciel sereno. In una nota, la Guardia di Finanza di Bergamo ha fatto sapere di avere dato esecuzione a un decreto di sequestro preventivo “di tipo impeditivo” in quote societarie. Poi, si è appreso che queste quote appartengono alla Vitali Spa (per il 50%) e alla Expand Srl (100%) per un valore complessivo di circa 50 milioni di euro. Quote che saranno affidate a un amministratore giudiziario nominato dal tribunale, per scongiurare altri reati.

Al centro dell’indagine c’è il fallimento della Vita Srl, secondo l’ipotesi degli investigatori deliberatamente svuotata degli asset di valore attraverso un’operazione di scissione societaria datata marzo 2022. In questo modo, spiega la Guardia di Finanza, la maggior parte dell’attivo, pari a 31 milioni di euro, sarebbe stato trasferita alla neo costituita Expand, lasciando la società in crisi in una precaria situazione finanziaria. Così precaria da causare la liquidazione giudiziale.

La società in dissesto, emerge dalle indagini, sarebbe stata intestata a un prestanome di 88 anni malato di Alzheimer. Un particolare che ha insospettito gli investigatori, visto che il nome di questo anziano sarebbe già comparso in altre indagini simili, ma che non hanno nulla a che fare con il Gruppo Vitali. Sarebbero anche emerse distrazioni di denaro per pagare ristoranti, strutture balneari, spese mediche, un commercialista e una Bmw X3M a un membro del Cda dell’azienda: un ex parlamentare del Pdl.

Da approfondire anche una cessione di azioni alla Vita Srl da parte di una Spa riconducibile alla famiglia Vitali. L’operazione – per la quale Vita Srl non aveva alcun interesse economico, sottolinea la Finanza – sarebbe stata parzialmente pagata mediante l’accollo di circa 22 milioni di euro di debiti che la Spa aveva verso le banche. Secondo chi indaga, sussiste inoltre l’accusa di bancarotta documentale per avere tenuto i libri e le scritture contabili in modo da rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari della Vita Srl.

Cristian Vitali, 50 anni, è indagato in quanto socio unico della Vita Srl. Massimo Vitali, che di anni ne ha 56, è indagato in qualità di presidente del Consiglio di amministrazione della Vitali Spa. Secondo gli inquirenti, quest’ultimo era gestore di fatto della Vita. Ora dovranno provare che davvero è stato tutto un malinteso. Che è stato tutto un equivoco, come lo hanno definito loro.