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Sei giorni e una notte: breve vita dell’installazione “Social”, prima del vandalismo a San Pellegrino

Il Comune di San Pellegrino apre un nuovo appello contro il vandalismo, a seguito dell’episodio che testimonia la breve vita (poco meno di una settimana) dell’installazione artistica “Social”, di Roberto Cavagna

“Sempre peggio! L’installazione realizzata da Roberto Cavagna il 18 luglio scorso come invito alla riflessione sulla “qualità” delle nostre relazioni, è stata devastata dai soliti idioti. Un nuovo grave episodio che conferma le condizioni di inciviltà e degrado presenti nella nostra società e anche nella nostra comunità”.

Con queste malinconiche parole il Comune di San Pellegrino apre un nuovo appello contro il vandalismo, a seguito dell’episodio che testimonia la breve vita (poco meno di una settimana) dell’installazione artistica “Social”, di Roberto Cavagna, 56 anni, operaio della Sanpellegrino e appassionato di arte che, questa mattina, ha visto la sua opera vandalizzata nei pressi dei giardini lungo Viale Papa Giovanni XXIII. Dichiara l’autore: “Me ne sono accorto passando dopo il nubifragio di giovedì. Ignoti hanno staccato una gamba e un braccio e rovinato altri punti dell’installazione”.

Toccante e del tutto distintiva: l’opera di Cavagna presenta due manichini, con smartphone al posto della testa, a lanciare una mera provocazione nei confronti dei rapporti umani, contemporanei alla diffusione delle tecnologie “intelligenti”, tanto amate quanto argomento di dibattito a seguito dei loro possibili impatti negativi, sempre più osservati, a discapito dei veri rapporti umani.

Interessante la domanda “Siamo sicuri di comunicare?”, posta a piedi dell’installazione: un invito a mettere in discussione il modo in cui ci relazioniamo oggi. In un mondo sempre più digitale, dove la tecnologia sembra avvicinarci, l’artista sottolinea come spesso si perda il senso autentico della comunicazione umana. Tra messaggi istantanei e social network, la connessione diventa superficiale, priva di quella profondità che solo il contatto diretto e personale può offrire. Cavagna ci spinge così a riflettere su cosa significhi davvero comunicare, andando oltre lo schermo per riscoprire il valore dei rapporti umani.

“A nessun fine giudicante – dichiara Cavagna -. Questa provocazione mira piuttosto ad aiutare i giovani, essendo loro nati con questa tecnologia”. L’importanza di preservare opere come questa non solo ai fini di riconoscimento artistico, ma come identificazione di messaggi educativi, risulta quindi il primo passo per avvicinarsi alla loro comprensione, che risulta però essere ancora molto lontana.

Molto più che una semplice distruzione materiale, il vandalismo di un’opera artistica ne sancisce il rifiuto: quello ad aprirsi a forme d’arte sempre nuove, che non solo si fermano alla loro bellezza estetica, ma che, abbattendo le barriere del linguaggio, offrono immediatamente un messaggio universale, capace di arrivare quindi ad ogni persona.

Offendere un’opera d’arte significa colpire una possibilità collettiva. Non è soltanto il gesto irriverente di chi vuole attirare l’attenzione o sfogare frustrazione: è una ferita al diritto comune di interpretare, sentire, riconoscersi. Un’opera d’arte che sia su una tela, su un muro o in mezzo a una piazza è un ponte silenzioso tra chi l’ha creata e chi la osserva. Distruggerla vuol dire interrompere quel dialogo, spezzare quel filo invisibile che tiene unite culture, generazioni, prospettive diverse. Non solo di qualcuno, l’arte dovrebbe essere di tutti.

Non molto incoraggianti le parole dell’artista Cavagna riguardanti l’accaduto: “Evidentemente qualcuno è contrario: stiamo andando verso l’intelligenza artificiale, ma c’è chi è ancora ancorato a una reale stupidità.” Conclude: “A questo punto non vale più la pena ripararla, visto quanto successo. La toglierò”.