Presa della Bastiglia, Simona Mori: “Perché la rivoluzione francese ci interroga”
La professoressa Simona Mori, dell’Università degli Studi di Bergamo: “Questa data racchiude molteplici significati”
Il 14 luglio si ricorda la Presa della Bastiglia. Questa data, emblema della rivoluzione francese e dei suoi ideali (libertà, uguaglianza e fraternità), pone numerosi spunti di riflessione anche sulla società contemporanea.
Abbiamo intervistato Simona Mori, professoressa ordinaria di Storia delle istituzioni politiche al Dipartimento di Lettere, Filosofia e Comunicazione dell’Università degli Studi di Bergamo.
Che cosa ricorda la data del 14 luglio?
La Presa della Bastiglia, che avvenne il 14 luglio 1789 a Parigi. Tale giornata è stata assunta come data emblematica della Rivoluzione francese, ma quest’ultima era già iniziata a Versailles a fine giugno dello stesso anno. Una tappa fondamentale della rivoluzione fu il Giuramento della Pallacorda, avvenuto il 20 giugno 1789. In quel giorno, i rappresentanti del Terzo Stato si autoproclamarono “Assemblea Nazionale”, si riunirono nella sala della pallacorda e giurarono di non sciogliersi fino a quando non avessero dato alla Francia una Costituzione. Questo atto segnò la rottura del Terzo Stato con la monarchia assoluta.
Ci spieghi
Con il giuramento della pallacorda, il Terzo Stato, ossia una componente degli Stati Generali che furono convocati da re Luigi XVI per affrontare la grave crisi finanziaria e politica che affliggeva la Monarchia francese, si costituì in Assemblea Nazionale. Rigettando i canoni dell’antica forma consultiva, si diede l’obiettivo di dare una nuova Costituzione al Paese, con nuove leggi più giuste ed egualitarie che superassero la civiltà del privilegio in essere in Francia fino a quel momento. Nel frattempo, all’interno della popolazione avvennero importanti cambiamenti.
Quali?
Da tempo la popolazione si era sensibilizzata e politicizzata. Grazie a una crescente alfabetizzazione, circolarono in modo sempre più significativo opuscoli e periodici che hanno reso i lavoratori più consapevoli della situazione in cui versava il Paese. Gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità, cari all‘Illuminismo, divennero i principi cardine della rivoluzione, portando all’abolizione della monarchia assoluta e all’affermazione di un nuovo ordine repubblicano.
Come si arrivò a questo cambiamento?
La popolazione era esasperata dalla carestia e dal conseguente aumento dei prezzi che si era verificato nel biennio precedente. Incideva il timore della fame: si era diffusa l’idea che il re e la corte, ossia i ceti privilegiati, volessero affamare il popolo. Inoltre, allarmava il fatto che le truppe agli ordini del re e del governo fossero schierate fuori dalle mura della città. Il popolo veniva informato quotidianamente su ciò che stava accadendo a Versailles, cittadina a circa 20 km a sud-ovest di Parigi dove si trovava la reggia in cui risiedevano il re, la famiglia reale e la corte. A diffondere le notizie erano intellettuali come avvocati e giornalisti radicali, che tenevano comizi estemporaneamente e diffondevano scritti. La paura di un complotto contro il popolo si saldò con la preoccupazione delle fasce borghesi di Parigi, che volevano sostenere l’Assemblea Nazionale del Terzo Stato.
Come si organizzò la borghesia di Parigi?
Si organizzò in una municipalità insurrezionale che voleva munirsi di una milizia cittadina. Quest’ultima avrebbe dovuto armarsi e l’idea era quella di ottenere una determinata dotazione di armi dal presidio dove l’esercito le teneva. Riuscirono a reperirle, ma avevano bisogno di polvere da sparo e palle di cannone che erano custodite nella Bastiglia, antica fortezza che si ergeva nel quartiere di Saint-Antoine, sulla riva destra della Senna, a Parigi. Quell’area era popolata da moltissimi artigiani e garzoni di bottega, apprendisti e madri di famiglia, lavoratrici particolarmente sensibili a questi ultimi eventi, che presero parte all’assalto.
Come andò?
La folla, armata di fucili, si assiepò attorno alla fortezza la mattina del 14 luglio 1789, mentre una delegazione municipale si recava al presidio militare per negoziare l’approvvigionamento di polvere da sparo. Il presidio trattò gentilmente i suoi componenti, ma non cedette e dopo qualche ora di attesa le due parti si fronteggiarono. Da un lato c’era la guarnigione e dall’altro la folla. A un certo punto si sentì un’esplosione piuttosto casuale che fece partire l’assalto: la guarnigione rispose cannoneggiando la folla, che registrò un centinaio di Caduti ma non si arrese. Una parte dei soldati, inoltre, aiutò la folla rivolgendo alcuni cannoni contro la fortezza stessa. Nel pomeriggio la Bastiglia venne espugnata e furono liberati alcuni prigionieri politici, mentre gli ufficiali furono prelevati e giustiziati.
Borghesia e popolo erano allineati?
Trovarono una sorte di coordinamento. Da un lato la municipalità borghese era costretta ad accettare l’alleanza con la componente popolare, ma dall’altro la temeva. La storiografia recente ha sottolineato la dimensione politica prima ancora che sociale della rivoluzione francese: al centro c’era l’idea di trasformare la forma dello Stato, che non avrebbe più dovuto essere una monarchia assoluta fondata su ceti privilegiati ma una nazione in cui tutti gli individui fossero eguali in via di principio, con il riconoscimento degli stessi diritti e doveri, fra cui il diritto di partecipare alle decisioni che riguardavano la sfera collettiva, specialmente le imposte. Non va dimenticato che l’apporto popolare è stato fondamentale, anche per le istanze sociali che portava con sé.
La Presa della Bastiglia è stata un esempio di coinvolgimento popolare?
È stata sicuramente un evento con un massiccio coinvolgimento popolare. È stata un fatto emblematico che viene rievocato ogni anno con una celebrazione: quel giorno venne celebrato anche nel corso della rivoluzione organizzando una festa. La Bastiglia, successivamente, venne demolita: oggi non c’è più ma quel luogo rimane altamente evocativo. L’assalto della fortezza segnò l’inizio di una serie di azioni rivoluzionarie portate avanti dalla componente popolare.
Come proseguì la rivoluzione?
Il 26 agosto 1789 l’Assemblea Nazionale Costituente francese approvò la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, anche sulla spinta di un movimento popolare avvenuto in tutta la Francia fra luglio e agosto portando all’assalto dei castelli e alla distruzione dei documenti che attestavano gli obblighi dei contadini nei confronti dei signori feudali. Il provvedimento suscitò molti timori, portò l’Assemblea Nazionale più a sinistra e il 4 agosto 1789 decretò l’abolizione del sistema feudale. Questa decisione storica, presa nella notte tra il 4 e il 5 agosto, pose fine ai privilegi della nobiltà e del clero, segnando una svolta epocale nella storia francese e aprendo la strada a una società più egualitaria. Venne eliminato un ordinamento basato sui privilegi che il clero e i nobili avevano. Inoltre vennero abolite le decime ecclesiastiche, ovvero una tassa che in origine aveva riscosso la Chiesa sul reddito dei fedeli e che con il tempo spesso era stata ceduta a titolari laici.
Come reagì il re?
Fece resistenza quando venne approvata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Formalmente era ancora alla guida dello Stato, perché in quel momento la Francia si configurava come un regime monarchico rappresentativo: l’Assemblea Nazionale di fatto esercitava il potere legislativo mentre il sovrano quello esecutivo. Le condizioni in cui versava il Paese, però, continuavano a essere difficili e il 5 ottobre 1789 migliaia di donne parigine, esasperate dalla carenza di cibo e dall’aumento dei prezzi, marciarono su Versailles per chiedere pane e riforme. Questa “marcia su Versailles”, che fu un evento chiave della rivoluzione francese, portò il re Luigi XVI e la sua famiglia a tornare a Parigi sotto la sorveglianza del popolo. Fra loro c’erano molte madri di famiglia e lavoratrici: si recarono alla reggia di Versailles a piedi, percorrendo parecchi km, con armi improvvisate e qualche carro, come testimoniano alcune stampe che le ritraggono in questo movimento. E vale la pena di soffermarsi sul ruolo delle donne.
Che cosa intende?
Le donne non avevano i diritti politici e avrebbero continuato a non vederseli riconosciuti durante la rivoluzione francese. Non potevano andare a votare, ma partecipavano attivamente al movimento. Nel 1791 l’attivista Olympe de Gouges scrisse la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, che rivendica l’uguaglianza giuridica e politica delle donne rispetto agli uomini. Ispirata alla Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino, mirava a garantire alle donne gli stessi diritti e doveri riconosciuti agli uomini, sottolineando la loro partecipazione alla vita pubblica e alla costruzione della nazione. All’interno dell’ampio e variegato movimento rivoluzionario, la sua posizione fu minoritaria e, essendosi opposta al regicidio, de Gouges venne giustiziata tramite ghigliottina il 3 novembre 1793. L’esecuzione del re venne eseguita nella stessa modalità il 21 gennaio 1793: dopo la caduta della monarchia e la sua esecuzione si entrerà in una fase repubblicana che sulla spinta di una serie di emergenze si radicalizzerà.
Quali erano le cause di queste emergenze?
Furono molteplici. Nel 1793 nella regione della Vandea scoppiò un’insurrezione, ossia una rivolta controrivoluzionaria: i motivi principali furono il rifiuto della leva di massa, le politiche anticlericali del governo rivoluzionario, e il malcontento popolare verso le nuove autorità. La rivolta, che assunse connotati di guerra civile, fu repressa con violenza dal governo rivoluzionario, portando a un conflitto sanguinoso e a gravi conseguenze per la popolazione locale. È stato un avvenimento a carattere popolare, in parte alimentato dalla propaganda del clero contro la rivoluzione. Un’altra emergenza scaturì dal fatto che la parte liberale era favorevole ad agire in anticipo per contrastare la formazione di una coalizione antifrancese al di fuori dei confini nazionali, guidata dalla monarchia austriaca che avrebbe voluto vendicare l’esecuzione della regina Maria Antonietta, principessa di casa Asburgo, figlia dell’imperatrice d’Austria Maria Teresa.
Che cosa accadde?
Per agire d’anticipo, i girondini dichiararono guerra all’Austria e alla Prussia cominciando un conflitto che continuerà quasi senza soluzione di continuità nell’età napoleonica. C’era una costante emergenza bellica con tutto ciò che questo comportava in termini di inflazione, perché i prezzi andarono alle stelle. Ne risentiva soprattutto il movimento popolare, che avrebbe elaborato un proprio progetto politico anche grazie al fatto che si era organizzato in una comune rivoluzionaria dotata di propri leader. Le loro priorità erano due: il suffragio generale maschile e il calmiere dei prezzi. La pressione popolare si fece sentire e la sinistra del movimento rivoluzionario, ossia i giacobini più radicali, in parte si presero carico delle richieste provenienti dai membri della componente popolare, che erano chiamati “sanculotti” perché indossavano pantaloni lunghi, a differenza dei calzoni al ginocchio (culotte) tipici della nobiltà e dell’alta borghesia.
Chi erano?
Erano un gruppo popolare di rivoluzionari parigini, che comprendeva artigiani, apprendisti e garzoni di bottega, piccoli commercianti e altri membri del popolo, La componente giacobina radicale prevalse all’Assemblea Nazionale, che si radicalizzò giungendo alla cosiddetta “dittatura del comitato di salute pubblica”, braccio dell’organo legislativo creato il 6 aprile 1793 con l’obiettivo di difendere la rivoluzione. In questa fase emerse l’aspetto sanguinario, con l’esecuzione di migliaia di persone individuate come nemiche della repubblica rivoluzionaria.
Chi venne giustiziato?
Prima alcuni capi dei sanculotti, ma anche reazionari filomonarchici, poi i capi girondini visti come troppo moderati e una componente giacobina. A un certo punto il gruppo di Robespierre si trovò solo al potere, ma una fronda nata al suo interno metterà a morte i suoi capi con il colpo di Stato di Termidoro. Il governo controllato dai giacobini adotterà alcuni punti del programma popolare, ossia il suffragio generale maschile e il calmiere dei prezzi. Successivamente, però, venne reintrodotto il suffragio maschile censitario facendo un dietrofront rispetto all’allargamento effettuato in precedenza. Le conquiste democratiche raggiunte, quindi, furono piuttosto effimere.

Qual è l’eredità del capitolo popolare della rivoluzione francese?
Innanzitutto l’idea di una democrazia “larga”, con un’ampia partecipazione della popolazione alla sfera politica del Paese, anche in modo diretto. Inoltre, dalla rivoluzione giacobina scaturisce il principio della giustizia sociale, ma anche la concezione di un’imposizione progressiva e della necessità di compiere una redistribuzione del reddito tramite la leva fiscale. Altri elementi che caratterizzano questa esperienza sono l’introduzione del suffragio generale maschile e l’applicazione di limiti al mercato per tutelare le fasce più deboli. Questi principi continueranno a essere presenti nella cultura politica democratica nella prima metà dell’Ottocento e del Novecento. L’imposta progressiva entrerà in diverse costituzioni democratiche novecentesche. Gli studi storici sulla componente popolare della rivoluzione hanno avuto fortuna tra la fine degli anni cinquanta e la metà degli anni settanta, poi ha preso piede una sorta di riflusso.
Per concludere, questi ideali continuano a vivere anche nella politica di oggi?
A mio parere, nella scena politica odierna è difficile ravvisarli. Sembra che nella nostra società sia venuta meno l’idea di una partecipazione larga e attiva della cittadinanza alla vita politica del Paese. Inoltre, l’ideale della giustizia sociale risulta in ombra, svalutato e contrastato da una propaganda che continua a lavorare per sostenere il libero mercato, a favore di una concezione individualista secondo la quale ciascuno debba creare la propria fortuna da sé e i perdenti siano tali senza possibilità di riscatto.


