La parabola francese di “Gimondì”, eroe bergamasco: a 60 anni dalla vittoria al Tour de France
Il 14 luglio del 1965, al Parco dei Principi di Parigi, il campione orobico a 22 anni conquistò la Grande Boucle al primo anno tra i professionisti, diventando un simbolo bergamasco e sportivo. Abbiamo ripercorso alcune tappe di quella vittoria all’interno del museo Tino Sana di Almenno San Bartolomeo, un luogo da sempre molto caro a Felice
Ciclismo. Sessant’anni anni. Come passa il tempo. Scorre veloce veloce e manco te ne accorgi. Il 14 luglio del 1965, all’interno del Parco dei Principi di Parigi, un 22enne Felice Gimondi splendeva di giallo mentre realizzava di aver vinto il Tour de France al primo anno tra i professionisti. La Grande Boucle è da sempre la corsa ciclistica più importante al mondo, una gara amata dagli italiani e cara allo storia sportiva: il fascino della corsa francese è difficilmente eguagliabile. Felice contribuì a far proseguire la tradizione italiana in terra di Francia, cominciata grazie ai successi di Ottavio Bottecchia nel 1924 e 1925, passando poi per quelli di Coppi, Bartali e Nencini.
Abbiamo ripercorso alcune tappe di quel trionfo nella Sala Gimondi collocata all’interno del Museo Tino Sana di Almenno San Bartolomeo, un luogo da sempre caro a Felice (grazie alla profonda amicizia che lo legò all’omonimo fondatore). Dalla bicicletta Magni usata in quel Tour passando per una delle maglie gialle vinte, sino ad arrivare alle biciclette Bianchi montate dal campione nostrano dopo il 1965. Questi sono solo alcuni dei numerosi cimeli (presente anche la maglia gialla di Pantani vinta nel 1998) che potete trovare nel salone museale: un piccolo viaggio nella storia del ciclismo.

Gimondi a quel Tour non doveva neanche partecipare. Era arrivato terzo al Giro d’Italia vinto dal compagno di squadra della Salvarani Vittorio Adorni. Poi Battista Babini, uno dei prescelti per il Tour dalla squadra italiana, diede forfait lasciando spazio a Felice che da lì a poco divenne “Gimondì”, soprannominato così dai tifosi francesi ammaliati dalle sue gesta. Già perché sin dalla partenza dalla città tedesca di Colonia il corridore della Salvarani si mostrò determinato, maturo e consapevole delle proprie possibilità. In lui s’intravide una lucidità non scontata per un ragazzo di 22 anni, controllando con decisione e equilibrio il peso della maglia gialla sulle spalle.
Una corsa vinta nelle difficoltà. Sulle rampe del Gigante della Provenza, il Mount Ventoux, Gimondi andò in crisi, ma seppe stringere i denti gestendosi in maniera magistrale, limitando i danni nel giorno in cui Raymond Poulidor, “l’eterno secondo”, provò a strappargli la maglia. Ma Felice quel giallo lo sentiva suo, e soprattutto era tranquillo, sereno. Tant’è che nella cronometro del Mont Revard distrusse le speranze di Poupou, battendolo in uno dei suoi terreni preferiti, la cronometro.
Al traguardo finale di Parigi insieme a Felice divenne gialla tutta Bergamo, la quale scoprì il suo campione più prezioso, per sempre inciso nel cuore dei bergamaschi e degli sportivi in generale. Gimondi era un bergamasco tenace, determinato e costante. Fu un signore in corsa, e la con rivalità Merckx lo certificò, così come nella vita: pensate che il fuoriclasse nostrano destinò parte dei soldi della vittoria della Grande Boucle alla costruzione di una palazzina ad Almé e, come raccontato dalla figlia Norma, all’acquisto di appartamenti poi regalati ai genitori e a ciascuno dei suoi fratelli.

Dopo quel 14 luglio 1965, bisognerà aspettare altri 33 anni per vedere un nuovo italiano vincere il Tour de France. Emblematica l’immagine del 2 agosto del 1998, quando sui Campi Elisi parigini Felice Gimondi alzò verso il cielo il braccio destro di Marco Pantani. Due uomini definiti per certi versi eroici, ma dai destini completamente diversi.






