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Da Gulu, un’esperienza che insegna: la medicina, ovunque, è prima di tutto responsabilità verso l’altro
Claudio Crescini al St. Mary’s Hospital Lacor

Il sostegno italiano e canadese, insieme all’impegno quotidiano di medici, ostetriche, infermieri e tecnici ugandesi, dimostra che una cooperazione vera è possibile, fondata non sull’assistenzialismo ma sul rispetto, la continuità e la costruzione condivisa di futuro

Tornare da Gulu, nel nord dell’Uganda, significa portarsi dentro uno sguardo diverso sul mondo, sulle priorità, sulla cura e sulla medicina.

Qui sorge il St. Mary’s Hospital Lacor, un grande ospedale no-profit che oggi è tra i migliori del paese, con quasi 700 dipendenti e oltre 8.000 parti all’anno. Ma la sua storia è molto più che un dato sanitario: è una testimonianza di dedizione e coraggio.

L’ospedale fu fondato negli Anni Sessanta da Piero Corti, anestesista italiano, e da sua moglie, la chirurga canadese Lucille Teasdale, che decisero di spendere lì tutta la loro vita, in un contesto segnato da povertà estrema, malattie infettive e instabilità politica. Entrambi sono morti in Uganda e riposano oggi nel giardino dell’ospedale, che continua a vivere grazie anche alla Fondazione Corti in Italia e a quella gemella in Canada.

Durante gli anni più duri della guerra civile, quando il nord dell’Uganda era sconvolto dalla violenza del Lord’s Resistance Army, il Lacor fu più volte saccheggiato, molte infermiere vennero rapite, ma non chiuse mai. Continuò a curare tutti i feriti, senza distinzione: soldati regolari, guerriglieri, civili. Era ed è un ospedale“per tutti”, senza bandiere.

Negli Anni Novanta, l’ospedale fu duramente colpito anche dall’epidemia di AIDS, che Lucille Teasdale contrasse durante un intervento chirurgico, continuando comunque a operare fino agli ultimi giorni di vita. Nei primi anni 2000, durante l’epidemia di Ebola, l’ospedale pagò un prezzo altissimo: giovanissimi infermieri e infermiere morirono dopo aver contratto il virus assistendo i malati. Una scelta consapevole, dettata non dall’eroismo, ma da una profonda coscienza del proprio ruolo.

Oggi, nonostante le difficoltà quotidiane, il Lacor a Gulu è un punto di riferimento per tutto il nord del Paese. Non solo sul piano sanitario, ma anche su quello economico e sociale: gli stipendi del personale e i consumi generati dall’ospedale rappresentano la principale fonte di reddito per moltissime famiglie della zona. In una regione dove molti bambini camminano scalzi, dove il cibo non è garantito, e dove tanti minori orfani o abbandonati vivono sulla strada, la presenza dell’ospedale significa anche speranza, stabilità e futuro.

Claudio Crescini e l'esperienza al St. Mary’s Hospital Lacor di Gulu

Colpisce profondamente la fiducia assoluta con cui la popolazione si affida alla medicina e al personale sanitario: anche quando l’esito è negativo, anche di fronte alla morte di un feto o di un neonato, non si levano proteste né accuse. Si viene ringraziati comunque, con dignità e gratitudine. L’accesso alle cure, qui, non è percepito come un diritto acquisito, ma come un dono raro, quasi un privilegio.

Un giorno è arrivata in ospedale a Gulu una donna in travaglio, trasportata da un parente con un tuk tuk a motore, dopo aver iniziato il parto in casa. Il feto era in presentazione podalica: quando è giunta, il corpo del bambino era già stato espulso, ma la testa era rimasta incarcerata. Il feto era morto. Il giorno seguente, la donna ha avvolto il piccolo in un telo, lo ha legato sulla schiena, ed è ripartita con lo stesso tuk tuk per seppellirlo vicino alla propria abitazione, come si fa con tutti i familiari. Con calma, senza pianto, senza recriminazioni. Solo un cenno di ringraziamento.

In questo contesto, con un piccolo gruppo di colleghi abbiamo organizzato un corso di formazione sulle emergenze ostetriche, rivolto al personale medico e ostetrico dell’ospedale. Abbiamo portato con noi dall’Italia manichini e materiali didattici per la simulazione delle principali complicanze ostetriche , per un peso complessivo di circa 100 chilogrammi: un investimento logistico significativo, ma necessario per rendere la formazione concreta e partecipata.

Nessuna pretesa di “insegnare” medicina: si è trattato soprattutto di ascoltare, condividere strumenti, imparare reciprocamente. In un Pese con altissima natalità e risorse limitate, la qualità dell’assistenza passa prima di tutto dalla motivazione e dalla competenza delle persone.

Nei momenti liberi, leggere “I bambini della notte”  di Mariapia Bonanate e Francesco Bevilacqua — che racconta proprio l’esperienza di Gulu — ha aiutato a dare forma a ciò che vivevamo ogni giorno: un’umanità ferita ma tenace, silenziosa, che chiede solo di poter lavorare con dignità.

In Uganda sono presenti moltissime realtà di cooperazione internazionale, soprattutto italiane, che rappresentano un sostegno fondamentale per la sanità ,l’educazione e la lotta alla denutrizione infantile. Oltre alla Fondazione Corti, operano da anni la Fondazione Ambrosoli, gli Amici di Angal dei coniugi Marsiaj, il CUAMM – Medici con l’Africa, i padri e le suore comboniane, e molti altri ancora. Senza il loro contributo, la situazione sarebbe semplicemente tragica.

Il sostegno italiano e canadese a Gulu, insieme all’impegno quotidiano di medici, ostetriche, infermieri e tecnici ugandesi, dimostra che una cooperazione vera è possibile, fondata non sull’assistenzialismo ma sul rispetto, la continuità e la costruzione condivisa di futuro. Raccontare esperienze come questa serve a noi, prima ancora che a loro. Per capire cosa davvero conta, e per non dimenticare che la medicina, ovunque, è prima di tutto responsabilità verso l’altro.

Claudio Crescini
Humanitas University Milan

Claudio Crescini e l'esperienza al St. Mary’s Hospital Lacor di Gulu