Trump, la Cina e la sfida del futuro
La posta in gioco territoriale è l’intero Pacifico a Ovest della California fino al Mar Giallo, che la Cina considera già come un mare interno
Non credevamo che con un presidente americano noi Europei saremmo finiti sulle montagne… russe. Ma è ciò che sta accadendo con Trump. Un famoso marxista bolscevico, Plekanov, aveva preso in considerazione già alla fine dell’800 la funzione della personalità nella storia. Ma, da marxista ortodosso, affermava che “il carattere dell’individuo diventa un fattore dello sviluppo sociale solo quando e in quanto i rapporti sociali lo permettono”. Insomma: è il contesto storico che genera i personaggi, non viceversa.
Così, accettando questo suggerimento di metodo, non ci accontenteremo di notare che Trump soffre di una forte contrazione egoica, che sembra in preda mattane quotidiane, che però costringono sull’altalena non tanto l’America quanto il mondo intero. L’ultima oscillazione riguarda il sistema d’arma Patriot, prima dato, poi bloccato e ora, apre di nuovo ridato agli Ucraini. Si tratta di un sistema che consente la difesa tattica di un singolo posto specifico, per esempio di una città. Poiché i Russi procedono da anni al bombardamento delle città, la carenza di questo sistema d’arma ha effetti particolarmente tragici. Ogni giorno si contano i morti civili nelle città ucraine. Esiste una spiegazione razionale di queste oscillazioni o dobbiamo affidarci alla psichiatria?
Partiamo dal contesto. Ciò che a noi risulta irrazionale e pertanto incomprensibile, per Trump e la maggioranza degli Americani che lo ha votato è, viceversa, perfettamente razionale. Razionale, sia ben chiaro, non significa ragionevole, tampoco ha a che fare con il Logos. Significa semplicemente coerenza dei mezzi con i fini. Qual è il fine della Presidenza Trump, non tanto il suo personale – prestigio, gloria, soldi, Premio Nobel? – ma quello di chi ha investito su di lui, cioè dei suoi elettori, dei gruppi economici? Si tratta di gruppi di interesse con interessi mobili. Con alcuni, per esempio Elon Musk e Peter Thiel, quello di Paypal, si è operata proprio in questi giorni una rottura traumatica. I lavoratori e il ceto medio che hanno sofferto la concorrenza della globalizzazione sperano in una risalita. I bianchi più poveri, che sentono la concorrenza degli immigrati, pronti a salari clandestini e di fame, sperano che Trump blocchi l’immigrazione.
Tuttavia, il programma di Trump è limpido e chiaro fin dalla sua prima presidenza. È stato sintetizzato dall’acronimo MAGA, che dispiegato vuol dire “Make America Great Again”, “Fai tornare l’America grande di nuovo”. Difficile dire se questo sarà davvero possibile o se si tratti solo di una manciata di illusioni sparse a piene mani per raccogliere voti. Intanto però un fatto è innegabile: la Cina è e viene percepita dagli Americani, dal benzinaio al manager, da New York alla Silicon Valley, come lo sfidante del futuro, pronto a scalzare gli Usa dal primato mondiale economico, politico e militare.
Detto in termini più brutali, gli Usa si preparano alla guerra con la Cina. La posta in gioco territoriale è l’intero Pacifico a Ovest della California fino al Mar Giallo, che la Cina considera già come un mare interno. Attorno stanno il Giappone, le Filippine, l’Australia, la Nuova Zelanda, l’Indonesia. E dalla parte euroasiatica sta lo snodo cruciale del Golfo Persico, in cui si specchia l’Iran. L’elettore americano medio poco si interessa alla geopolitica e molto più del costo aumentato delle uova, ma è in grado di percepire un declassamento del sistema USA, di cui paga le conseguenze, nel senso che interi territori sono stati industrializzati e sono socialmente degradati.
Dunque la Cina è il nemico prossimo. D’altronde XI Jin-ping non si è tirato indietro. Ha fatto recentemente agli Americani una sorta di lezione sull’inevitabile tramonto degli Imperi. Come a dire: adesso è arrivato il turno del vostro declino. Intanto si sta armando e gira attorno a Taiwan come una mosca sul miele. Di qui il comportamento ondivago di Trump verso Putin. È pronto a concedergli molto, compreso un pezzo di Ucraina, se Trump rompe con XI Jin-ping. Quanto a noi Europei, che siamo una potenza economica, culturale e demografica assai più grande della Russia di Putin, Trump non ci vede come alleati, perché non abbiamo potenza militare, ma solo come 27 staterelli-vassallo, senza arte né parte, che attendono di essere ricevuti a corte. Occorre ammettere che le parole i comportamenti di alcuni leader politici italiani autorizzano una tale percezione.
Insomma: Trump è meno matto di quanto sembri, lo sono molto di più i leader sedicenti sovranisti e nazionalisti.
Giovanni Cominelli*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano. Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.


