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Il difensore di Moussa Sangare ha chiesto un’integrazione della perizia psichiatrica, considerata “incompleta nella metodologia. Il mio assistito sottoposto a un solo colloquio”

Suisio. Moussa Sangare, l’assassino di Sharon Verzeni, è stato ritenuto capace di intendere e volere nel procedimento a suo carico per maltrattamenti nei confronti della madre e della sorella.

Lo ha stabilito la dottoressa Valentina Stanga dell’Università degli Studi di Brescia, nominata dal gip del tribunale di Bergamo. Nonostante abbia rilevato problemi di tossicodipendenza al momento dei fatti e un disturbo della personalità, la psichiatra ha ritenuto l’imputato anche in grado di sostenere un processo. Secondo la difesa, retta dall’avvocato Giacomo Maj, la perizia sarebbe però “incompleta nella metodologia, in quanto Sangare è stato sottoposto a un solo colloquio. Non gli sono nemmeno stati somministrati dei test, quindi a nostro avviso e in base al parere del nostro consulente di parte, è necessaria un’integrazione”.

Il gup si è riservato sulla questione e comunicherà la sua decisione nell’udienza di mercoledì prossimo, 16 luglio. Se riterrà la perizia carente potrebbe quindi disporre nuovi accertamenti più approfonditi, altrimenti il pubblico ministero Laura Cocucci e il difensore presenteranno le loro richieste e verrà emessa la sentenza. Sangare otterrà comunque lo sconto di un terzo della pena, dato che è stato ammesso al rito abbreviato.

Moussa, secondo il racconto della madre Kadiatou Diallo e della figlia 24enne Awa, studentessa in Ingegneria, aveva subito un grande cambiamento nel 2019, di ritorno da un viaggio negli Stati Uniti. Lì aveva assunto droghe sintetiche e da quel momento ha continuato a fare uso di stupefacenti e alcol. Era diventato violento e la madre e la sorella ne avevano fatto le spese, tanto che nel maggio 2024 la Procura aveva disposto l’allontanamento dalla casa familiare. In un caso, come denunciato da Awa, Moussa aveva aperto il gas e aveva dato fuoco alla cucina, poi l’aveva minacciata di morte e lanciato contro dei soprammobili. In un altro caso l’aveva presa a pugni e puntato contro un coltello.

La stessa arma, il 31enne originario del Mali l’aveva scelta per pugnalare e uccidere Sharon Verzeni, la 33enne di Terno d’Isola che la sera del 30 luglio di quell’anno era uscita di casa per fare una passeggiata. Era circa l’1 di notte quando, in via Castegnate, era stata raggiunta da Moussa che l’aveva colpita con tre fendenti, lasciandola esanime a terra. L’uomo, quando era stato fermato un mese dopo l’omicidio, aveva raccontato agli inquirenti che quella sera voleva uccidere qualcuno. Nella sua folle ricerca di una vittima a caso aveva incontrato Sharon, “una ragazza che ascoltava la musica con le cuffiette e guardava le stelle”, e aveva così portato a termine il suo piano.

Anche nell’ambito del processo per l’omicidio Verzeni, Sangare verrà sottoposto a perizia da parte della psichiatra di Parma Giuseppina Paulillo, nominata dalla Corte d’Assise. Sarà interessante capire se, nell’ambito dei due diversi procedimenti, le esperte si troveranno d’accordo rispetto alla capacità di intendere e volere di Moussa quando ha maltrattato mamma e sorella e quando ha accoltellato la povera Sharon.

Sharon Verzeni