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Miniere, dopo oltre 40 anni potrebbe ripartire l’attività estrattiva in Val di Scalve
L'ingresso della galleria di fluorite in Presolana. Foto fagambir Komoot.com

Il giacimento di fluorite in Presolana è considerato di interesse strategico nel nuovo Programma nazionale delle esplorazioni. A Gorno la riapertura è bloccata in attesa della Valutazione d’Impatto Ambientale

Era l’inizio degli anni ’80 quando dalle miniere del massiccio della Presolana a 1.900 metri di quota uscirono gli ultimi carrelli carichi di fluorite, uno dei quattro minerali estratti nelle gallerie scavate nella roccia scalvina. Ora, a più di quarant’anni di distanza, l’attività estrattiva in Val di Scalve potrebbe ripartire: il giacimento di fluorite ‘dentro’ la regina delle Orobie è infatti considerato di interesse strategico nel nuovo Programma nazionale delle esplorazioni (Pne), pubblicato nei giorni scorsi dall’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale).

Il lavoro dei tecnici dell’Ispra ha prodotto un dossier di 156 pagine e l’identificazione di 14 progetti in tutta la penisola per rispondere concretamente all’appello dell’Unione europea, che ha richiesto ai Paesi membri di costruire un piano minerario.

Insieme a quelle tirolesi e a quella di Torgola in Val Trompia, la riserva in territorio comunale di Colere è inserita tra i giacimenti principali del primo progetto, quello legato alla presenza di fluorite, minerale usato in metallurgia per la produzione dell’alluminio. Uno degli ingressi alle miniere si trova vicino al rifugio Albani: fuori dalla galleria si possono ancora vedere le baracche dei minatori, con una piccola esposizione delle attrezzature per l’estrazione del minerale.

“L’entità delle possibili riserve di fluorite ancora esistenti nell’area non è nota con precisione”, spiega il documento. Il Programma prevede di iniziare con la raccolta di campionature mirate dei minerali identificati come di importanza primaria, ma alcuni di questi filoni sono sotto osservazione anche per la possibile presenza di minerali delle cosiddette terre rare, uno dei motivi della guerra in Ucraina. Al momento, le potenzialità di queste sorgenti rimangono inesplorate.

“Tutto è possibile, ma logisticamente è difficile pensare ad una ripresa delle attività estrattive – frena il sindaco di Colere, Gabriele Bettineschi -. Non dimentichiamoci che l’area si trova all’interno del Parco delle Orobie, zona protetta. Ad oggi comunque non abbiamo ricevuto comunicazioni”. La campagna scientifica dell’Ispra dovrà chiudersi e offrire le prime evidenze entro il 30 giugno 2026.

Stallo a Gorno

Resta invece bloccata, in attesa della Valutazione d’Impatto Ambientale, la preventivata riapertura della miniera di Gorno. Le attività sul giacimento di zinco, uno dei più grandi in Italia, terminarono nel 1982. “L’estrazione non era più conveniente, o almeno così si diceva – ricorda il sindaco di Gorno, Giampiero Calegari -. Si iniziò ad acquistare materie prime dall’estero, perdendo di vista la valorizzazione dei nostri siti”.

Un paradigma che, come testimoniato dal nuovo Pne, è stato ribaltato dal governo a più di trent’anni dall’ultimo investimento pubblico nel settore. Il distretto di Gorno, esteso chilometri, include i giacimenti in Val del Riso e in Val Parina: tra le gallerie e lo stabilimento di trasformazione a Ponte Nossa lavoravano centinaia di persone, fino a 700 nell’età d’oro dell’estrazione mineraria. “Sappiamo che l’area è monitorata, sono almeno 10 anni che un’azienda australiana sta facendo ricerca – spiega Calegari -. Siamo in attesa, qui in Comune non abbiamo mai visto niente di concreto”.

Visita alle miniere a GornoDentro alle miniere di Gorno

Le gallerie sotto la lente d’ingrandimento nel distretto sono quelle scavate nella roccia in località Turbina, nella parte meridionale del paese. Nel Pne la miniera di Gorno è inserita nella lista dei 12 depositi di rifiuti estrattivi considerati prioritari, siti abbandonati che saranno investigati nell’ambito del progetto Pnrr Urbes per recuperare i materiali di valore presenti negli scarti. La stima è che nel distretto bergamasco possano nascondersi circa 25mila tonnellate di zinco. “Dopo così tanto tempo siamo un po’ freddi sull’argomento – conclude il primo cittadino -, ma in caso di sviluppo positivo ci faremo trovare pronti”.


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