Uccise i figli neonati, la Corte nega una nuova perizia psichiatrica per Monia Bortolotti
Nell’udienza di lunedì 30 giugno si sono confrontati i periti nominati dal gup e i consulenti dell’accusa: per i primi l’imputata era incapace di intendere e volere, per i secondi no
Pedrengo.Non è necessaria una nuova perizia psichiatrica per Monia Bortolotti, la madre di 29 anni accusata di aver ucciso i suoi due figli neonati, Alice e Mattia, di 4 e 2 mesi, a distanza di un anno l’una dall’altro. La Corte d’Assise del tribunale di Bergamo ha infatti respinto la richiesta del pubblico ministeroMaria Esposito, dopo un confronto nell’udienza di lunedì 30 giugno tra gli esperti nominati dal giudice delle udienze preliminari e quelli nominati dalla Procura.
I primi, il dottor Elvezio Pirfo (lo stesso che ha valutato Alessia Pifferi) e la dottoressa Patrizia De Rosa, hanno concluso per la totale incapacità di intendere e volere dell’imputata al momento dei fatti. La donna, in base a quanto stabilito dai periti, soffriva da tempo di un disturbo depressivo maggiore con tendenze psicopatiche dipendenti dall’umore, “una malattia costante, che può avere delle fasi ma che non può mai portare a un ritorno delle normali funzionalità. Un disturbo silente nella sua parte iniziale, che diventa più strutturale con il passare degli anni”.
Il fatto che Monia Bortolotti, di origini indiane, fosse stata abbandonata dai genitori biologici in un orfanotrofio delle suore poverelle di Madre Teresa di Calcutta e sia poi stata adottata “e portata come un pacco postale nella provincia bergamasca” è uno degli elementi che hanno influito sul suo vissuto. Non c’è una memoria cognitiva rispetto a questo trauma “ma solo una memoria sensoriale. Non sappiamo cosa abbia passato l’imputata nei suoi primi anni di vita e non possiamo escludere che fosse portatrice di un disturbo endogeno”.
I periti hanno spiegato che è difficile stabilire se Monia ricordi o meno i fatti che le vengono contestati: “Non si tratta di perdita di memoria ma di impossibilità di ricostruire i fatti”. E possono essere intervenuti falsi ricordi “perché può aver cercato di riempire i vuoti con la sua personale ricostruzione. L’imputata ricorda bene cos’ha fatto prima e dopo ma lo racconta con modalità narrative fiabesche, ricche di particolari e di descrizioni, caratteristiche riconducibili a un episodio psicotico”.
Secondo i due esperti Bortolotti, in seguito all’arresto, alla detenzione in carcere prima e nella Rems di Castiglione delle Stiviere poi, è sottoposta a una terapia farmacologica inappropriata: “Prende di tutto e di più: o è sbagliata la diagnosi o è sbagliata la cura. Se è affetta da una disturbo depressivo maggiore va bene trattarla con antipsicotici, ma se le è stato diagnosticato un disturbo dell’adattamento perché le vengono somministrati ansiolitici, antidepressivi e antipsicotici in dosi elevate?”.
Monia Bortolotti, secondo i periti è “una bambina mai nata che sviluppa una distacco emotivo e alla quale nell’adolescenza non è stata data la possibilità di nascere di nuovo. Infatti è uscita di casa andando a convivere con un uomo che ha 25 anni più di lei, con il quale ha fatto una figlia e, subito dopo la morte della neonata, ne ha fatto un secondo”.
La donna avrebbe ucciso Mattia soffocandolo “in un tentativo di iglobarlo nuovamente nel suo corpo, voleva chiuderlo nuovamente dentro di sé per la sua incapacità di essere madre. E non c’è cognitività in tutto questo, non era un pensiero razionale. Già quando era stata ricoverata insieme a Mattia un infermiere l’aveva sorpresa mentre con il suo corpo schiacciava il bambino. Per lei era impossibile staccarsi fisicamente da suo figlio, infatti non dormiva mai”. La pm ha chiesto: “Ma allora per quale motivo dopo qualche giorno l’imputata ha deciso di tornare a casa lasciando il figlio da solo in ospedale?”. “È un fatto che può capitare”, hanno risposto i periti.
Di tutt’altro parere i consulenti dell’accusa, il dottor Sergio Monchieri e la dottoressa Stella Di Milia. Entrambi hanno concluso per la piena capacità di intendere e volere e parlano di un disturbo della personalità con tratti border, narcisistici e istrionici “ma non tali da comprometterne le capacità”. Infatti Bortolotti ha comunque condotto “una vita ben adattata: ha frequentato le scuole superiori, la facoltà di psicologia all’università, aveva un compagno, si è fatta una famiglia. Ci sono molti aspetti della sua vita che funzionano”.
La stessa diagnosi di Monchieri e Di Milia è stata espressa dai medici della Rems, dai consulenti del Cps, dai medici del reparto di Psichiatria dell’ospedale Papa Giovanni dove la donna era stata ricoverata e quelli della clinica bresciana dov’era stata portata quando aveva saputo di essere indagata ma non era ancora sottoposta alla misura cautelare. Nell’ultima valutazione degli psichiatri della Rems, si legge che la 29enne ha messo in atto “manipolazioni, condotte autolesive a scopo dimostrativo, lamentazioni somatiche, svalutazione della struttura stessa, disconferma dell’altro. Nel contesto si è inserita, non ha mai avuto atteggiamenti aggressivi con gli altri, partecipa alle attività, è stata inserita in alcuni gruppi e continua la terapia farmacologica”.
I consulenti si chiedono: “Possibile che l’imputata abbia avuto una prima gravidanza, abbia affrontato la morte della prima figlia, abbia avuto una seconda gravidanza, sia morto anche il secondo figlio e nessuno le abbia mai diagnosticato un disturbo depressivo maggiore?”.
La difesa, retta dall’avvocato Luca Bosisio, pur avendo nominato come consulente la dottoressa Marina Verga, non ha voluto aggiungere nulla rispetto a quanto già detto nell’incidente probatorio e si è opposta alla richiesta del sostituto procuratore.
La Corte ha ritenuto che non ci sia bisogno di una nuova perizia ed ha fissato al 12 settembre prossimo la data per la discussione.



