La replica: “Grave mancanza di rispetto, iniziativa nata dall’ascolto delle comunità che rappresentiamo”. Parroci accusati di prendere le ‘mance’
Non si placa il dibattito pubblico sul divieto di vegliare le salme dei defunti nelle chiese prima dei funerali. Dopo che più di 60 sindaci bergamaschi hanno inviato una lettera per chiedere una modifica della normativa regionale , numerosi altri amministratori si sono uniti alla causa per manifestare il loro dissenso contro una Legge che, non solo nei territori montani, costringe i residenti a spostarsi anche di molti chilometri per accompagnare un proprio caro verso l’ultimo saluto.
“Dopo l’invio della lettera in Regione decine di sindaci mi hanno chiamata per aderire all’appello”, confida l’ideatrice della richiesta, la prima cittadina di Ponteranica Susanna Pini. Intere aree della Provincia inizialmente non coinvolte per motivazioni puramente organizzative hanno dimostrato di voler fare la loro parte. “Non vogliamo togliere niente – ribadisce Pini -, ma offrire un’opportunità in più in un’ottica anche sociale, di attenzione verso chi non può fare diversamente”.
La commissione sanità ha inviato la richiesta di audizione dei sindaci all’ufficio di presidenza che, nelle prossime riunioni, programmerà il calendario delle sedute per i prossimi mesi. Considerando che il mese di luglio era già stato programmato, verosimilmente l’audizione verrà fissata dopo la pausa estiva. “La tematica è sicuramente importante e sentita anche dai colleghi consiglieri bergamaschi delle altre forze politiche e dovrà essere approfondita con molta attenzione”, chiarisce Davide Casati, consigliere regionale bergamasco e componente della commissione sanità.
Negli uffici della Regione giovedì 26 giugno è arrivata una comunicazione di fuoco firmata dai vertici della Federazione Nazionale Imprese Onoranze Funebri (Feniof), l’associazione più rappresentativa delle realtà aziendali del comparto nella penisola con sede a Bologna.
Nella lettera, il segretario nazionale Alessandro Bosi e il presidente Antonio Cav. Miazzolo esprimono il loro “disappunto per l’assoluta superficialità dei sindaci nell’affrontare la tematica, senza prima analizzare le motivazioni che hanno portato Regione Lombardia a definire le attuali regole”.
“Sulla scorta della normativa, l’imprenditoria funeraria lombarda da più di vent’anni ha compiuto investimenti ingenti per realizzare case funerarie in grado di offrire servizi qualificati all’utenza e fornire un’alternativa ai locali di osservazione pubblici – si legge nella nota dell’associazione di categoria -. I sindaci chiedono di soprassedere ad ogni disposizione normativa nazionale e regionale al grido populista di ‘ridare dignità a un momento delicato come l’ultimo saluto’, quando le soluzioni per la vera dignità nel momento del commiato sono già state da tempo definite e regolamentate da Regione Lombardia”.
“La nostra iniziativa non nasce da superficialità, ma dall’ascolto delle istanze delle comunità locali che rappresentiamo – risponde la sindaca di Ponteranica -. Ogni giorno ci confrontiamo con cittadini che, nei momenti di dolore, chiedono semplicemente di poter salutare i propri cari in luoghi accessibili e significativi per la vita collettiva”.
“La richiesta – osserva Pini – arriva da amministratori accomunati dal desiderio di rispondere a un’esigenza reale. Non esclude il rispetto delle norme vigenti, ma sollecita una revisione equilibrata che consenta sotto precise condizioni igienico-sanitarie l’uso temporaneo di spazi pubblici o religiosi già esistenti sul territorio”.
“Nella richiesta dei sindaci – recita un altro passaggio della lettera di Feniof – non vi è menzione del fatto che le richieste sono sollecitate da una pletora di imprese funebri che per propria convenienza intende continuare ad utilizzare le chiese come fossero case funerarie senza sostenerne i relativi investimenti, in complicità – accusano – con i parroci, che forniscono la disponibilità dei locali previo la corresponsione di adeguate mance”.
“Bisognerebbe presentare delle prove prima di scrivere un’affermazione del genere – replica don Mauro Tribbia, parroco di Colere, Comune scalvino tra i più impattati dalla normativa per la distanza spaziale (più di 25 chilometri, ndr) dalla casa funeraria più vicina -. Da decenni non esistono più le tariffe ufficiali per i funerali: chiediamo solamente un’offerta, che si usi o meno la chiesina per l’esposizione del defunto”. “Parlo per la parrocchia di Colere – precisa -, ma credo sia un’usanza diffusa. Un’uscita infelice, potevano risparmiarsela”, conclude il parroco.
“Se tale richiesta dovesse essere accolta – avverte la Feniof -, a tutela dei nostri iscritti che si sono adeguati alla normativa regionale per l’esercizio dell’attività e si sono fortemente indebitati per sostenere gli investimenti necessari per realizzare case funerarie, provvederemo ad affiancare gli associati spostando nelle sedi opportune la questione per risarcimento del danno ricevuto”.
“Le case del commiato resterebbero strutture importanti, gli investimenti fatti sarebbero preservati – precisa la sindaca -. Riteniamo fuori luogo definire ‘superficiale’ la nostra posizione: non si tratta solo di un’offesa personale, ma di una mancanza di rispetto istituzionale verso i ruoli democraticamente eletti che rappresentiamo”.
“Quello che abbiamo chiesto a Regione Lombardia è un colloquio per spiegare le nostre ragioni, che sono quelle delle nostre comunità – conclude Susanna Pini -. Ribadiamo la disponibilità a un confronto con tutte le parti coinvolte, affinché possano emergere soluzioni praticabili, nel rispetto della normativa ma anche della dimensione umana e comunitaria del lutto. Qui si tratta di valori, non certo di pure questioni economiche”.