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Sei mesi di Presidenza Trump: il passato ed il futuro
Donald Trump

L’America di Trump è un’attore diverso rispetto al passato e le regole di ingaggio con questo grande paese alleato sono mutate

Possiamo partire da una premessa: l’ascesa del Presidente Trump è una conseguenza molto chiara della globalizzazione, incarna il volto di coloro che sono rimasti indietro in questo lungo processo che prende avvio convenzionalmente con l’inclusione della Cina nel WTO (l’Organizzazione Mondiale del Commercio) nel 2001. Trump è una conseguenza della globalizzazione, ed incarna il volto di coloro che sono rimasi indietro in questo lungo cammino, ma al tempo stesso è anche un acceleratore di una direzione di fondo che gli Stati Uniti avevano già intrapreso nel recente passato.

Da un punto di vista geopolitico, la frammentazione del mondo globalizzato era già stata in qualche modo certificata durante l’epoca di Obama, che nel 2012 formalizzò questo concetto presentando una nuova strategia di lungo periodo della politica americana, annunciando il cosiddetto “pivot to Asia”, certificando che gli assetti del mondo globalizzato erano cambiati e che la Cina era diventata formalmente un avversario strategico.

Qualche anno dopo, durante la presidenza di Biden, abbiamo avuto un altro segnale molto chiaro che la visione del mondo americana era cambiata e che stavamo andando incontro ad un mondo meno aperto: nel 2022 viene approvato l’imponente piano Inflation Reduction Act, che può essere considerato a tutti gli effetti una misura fortemente protezionista con l’obiettivo di riportare un consistente numero di produzioni negli Stati Uniti per rinforzare la sicurezza delle catene del valore dopo lo shock della pandemia.

Trump si trova quindi ad essere un acceleratore di tendenze di fondo (frammentazione globale e protezionismo) che erano già entrate nell’agenda politica americana molto tempo prima. Tuttavia, anche se il Presidente americano si trova a percorrere un sentiero in qualche modo già tracciato in precedenza, questi primi sei mesi di mandato presidenziale ci hanno particolarmente colpito, per la velocità degli eventi e l’assertività dell’azione. Uno degli aspetti che segna una chiara rottura con il passato è lo stile di leadership, profondamente diverso da qualsiasi cosa abbiamo visto in un Presidente americano nella storia recente.

È uno stile che si fonda sull’accentramento del potere decisionale, come testimonia l’utilizzo frequentissimo degli ordini esecutivi: solo nei primi 100 giorni di presidenza ne sono stati emessi 137. Uno stile che si traduce in una postura assertiva nei confronti degli avversari, ma soprattutto nei confronti degli alleati: siamo rimasti colpiti dalle dichiarazioni in merito ad una possibile annessione del Canada e della Groenlandia, e dalle trattative con l’Europa in merito ai dazi che non hanno ancora trovato una conclusione, alimentando l’incertezza e mettendo in stand-by gli investimenti di tanti operatori privati. E’ uno stile infine che si fonda su un approccio negoziale profondamente lontano da quello che in passato ha caratterizzato la diplomazia e le relazioni internazionali. Il mondo diplomatico si basa su un approccio negoziale che potremmo definire collaborativo, ovvero con l’obiettivo di creare un rapporto di lungo periodo dal quale possano beneficiare in una certa misura entrambe le parti sedute al tavolo. L’approccio negoziale di Trump potrebbe invece essere definito come distributivo, ovvero volto a conseguire un beneficio immediato, spesso monetario, in quello che viene percepito come un gioco a somma zero.

In sintesi, quello che ci colpisce è forse la trasposizione di un metodo di lavoro proprio di un mondo diverso da quello della gestione della res publica, più caratteristico dell’impresa privata, o per lo meno di alcuni segmenti di essa dove la competizione è particolarmente accesa e le regole d’ingaggio particolarmente assertive.

Quindi a livello di tattica, il tema chiave è la sovrapponibilità tra il metodo di lavoro ed il campo di azione: una sovrapponibilità problematica, in quanto la sfera della politica (soprattutto quella internazionale) ha ramificazioni decisionali più articolate rispetto alla dimensione aziendale.

Passando invece alla dimensione della strategia e della visione di fondo, la faccenda è più complicata. Alcuni dei problemi che l’esecutivo americano individua sono problemi reali, e da troppo tempo senza una risposta.

Che l’architettura globale e l’articolazione delle catene del valore necessitino di una profonda ristrutturazione è ormai un fatto acclarato. Il modello che immaginava la Cina come fabbrica del mondo era coerente con un contesto unipolare dove Pechino non rappresentava un avversario strategico dell’America, e soprattutto con un momento storico nel quale non si era manifestato il disagio di una classe media che, nel mondo occidentale, sta scivolando (o è già scivolata) verso una crescente povertà, e che quindi necessita di avere soluzioni efficaci a problemi reali.

In un mondo che ha vissuto, oltre all’ascesa economica e militare della Cina ed al manifestarsi del disagio della classe media occidentale, anche gli shock della pandemia e dell’invasione russa dell’Ucraina, un certo grado di accorciamento delle filiere, per lo meno per le produzioni strategiche (dalla difesa all’alta tecnologia) è probabilmente auspicabile.

Quello che desta qualche perplessità sono le soluzioni individuate: al netto dell’incursione in Iran (resta da capire se rappresenti l’inizio di un nuovo corso interventista o se resterà un episodio), le soluzioni proposte dall’esecutivo americano in questo primo semestre sono sembrate guidate da un forte orientamento isolazionista. Ma l’idea che l’isolazionismo sia la riposta alle reali necessità di riforma del sistema globale e sia coerente con gli interessi degli Stati Uniti, è forse illusorio.

Se è vero che il mondo ha bisogno dell’America, è anche vero che l’America ha bisogno del mondo per essere grande: anzitutto per favorire l’accettazione del proprio modello culturale, e quindi consentire l’export dei propri prodotti. In secondo luogo, per finanziare e rifinanziare il più grande debito pubblico al mondo, reso sostenibile dal fatto che un’America non isolazionista ha
guadagnato sul campo il privilegio di emettere la valuta di riserva, potendo quindi raccogliere capitali in un consistente numero di paesi ad un costo accettabile. Infine, per proiettare la propria forza militare in ogni angolo del mondo, attraverso un reticolo di alleanze strategiche costruite con pazienza nei decenni, senza dover controllare direttamente territori lontani da quello domestico, evitando in questo modo la trappola dell’overreaching, causa principale della disgregazione dei grandi imperi del passato, da quello romano a quello britannico.

Un altro grande problema che l’esecutivo americano intercetta correttamente è quello della disciplina fiscale: che un maggiore grado di disciplina fiscale fosse auspicabile nella gestione delle finanze americane, è sotto gli occhi di tutti. Gli Stati Uniti, dagli anni ‘60 al 2008, non hanno mai sforato il 70% nel rapporto debito/pil. Dal 2008 ad oggi, il debito è stato invece utilizzato come
risposta ai grandi shock che hanno colpito gli Stati Uniti ed il mondo (in particolare la crisi dei mutui subprime e la pandemia), e questo ha portato il rapporto debito/pil nell’intorno del 120%, un valore un tempo impensabile (ricordiamoci che nel 2011 il governo Berlusconi cadde sotto i colpi dello spread quando il nostro rapporto debito/pil era vicino al 120%).

Se l’opportunità di gestire le finanze in maniera più rigorosa è condivisibile, le soluzioni individuate, ovvero le azioni del dipartimento DOGE guidato da Elon Musk ed il “big beautiful bill” approvato dal congresso americano, hanno generato forti dubbi in merito ai risultati, portando al declassamento del rating del debito americano da parte di Moody’s e ed alla constatazione che in futuro, alla luce dei fatti, il deficit ed il debito pubblico americano potrebbero aumentare considerevolmente. Il Fondo Monetario Internazionale segnala che potrebbe generarsi nei prossimi anni un deficit annuo compreso tra il 6% e il 9%: se fosse vero, un effetto opposto rispetto a quello desiderato che metterebbe a rischio la solidità del debito americano, aprendo la strada ad un default (poco probabile) o ad un contesto di altissima inflazione per la necessità di monetizzare il debito.

Quindi in maniera sintetica potremmo dire che per quanto riguarda la visione e gli obiettivi di fondo, se da un lato vengono messi in luce dei problemi che esistono e che necessitano di una soluzione, dall’altro le soluzioni individuate potrebbero esser più incisive in presenza di un approccio meno radicale ed analisi di impatto più efficaci.

L’impatto delle politiche di Trump viene quindi sentito in tutto il mondo, aprendo tanti interrogativi sul futuro, in modo particolare con riferimento all’impatto dei dazi. L’Italia e l’Europa verranno certamente impattate da questo cambiamento di rotta nella politica commerciale, anche se, mettendo le cose in prospettiva, le conseguenze di breve termine potrebbero essere, per quanto negative e non desiderabili, di minore entità rispetto a quanto si potrebbe percepire dalla trattazione mediatica della questione.

Esistono almeno quattro studi, considerati dal Parlamento Europeo, che hanno calcolato come l’impatto in Europa potrebbe essere compreso, a seconda delle assumption di base, in una diminuzione del PIL compresa tra lo 0.2% e l’1.2%. Un impatto certamente negativo, ma, a livello aggregato, decisamente inferiore rispetto a quanto abbiamo visto con la pandemia (-5,6%) e con la
crisi energetica dovuta al conflitto in Ucraina (-2,4%). La situazione sarebbe chiaramente più negativa per quelle aree geografiche o quei settori specifici che vedono una quota di export preponderante verso gli Stati Uniti: i paesi più esposti in termini di export sarebbero la Germania, che esporta 161 miliardi di euro annualmente, l’Irlanda con 71 e l’Italia con 65.

Il nostro paese vedrebbe quindi una potenziale contrazione del PIL nel 2026 dello 0,6%, la possibile perdita di 50.000 posti di lavoro ed un ridimensionamento dell’export verso gli Stati Uniti stimata tra il 13% ed il 16% nei settori più coinvolti.

Altra conseguenza delle politiche americane potrebbe essere l’afflusso di beni cinesi che, in presenza di un muro tariffario con gli Stati Uniti, andrebbero a dirigersi verso i mercati europei, aumentando la pressione competitiva e la spinta deflazionistica sulle aziende italiane ed europee, in modo particolare nei settori dell’acciaio, dell’elettronica e dei macchinari. Il WTO stima che il flusso di beni cinesi che andrà ridirezionandosi verso mercati diversi da quello nordamericano sarà compreso tra il 4% ed il 9% del totale.

A mitigare questo effetto ci sarebbe una parziale complementarietà delle produzioni tra il mercato europeo e quello cinese (non produciamo ed esportiamo esattamente gli stessi beni), ma l’effetto complessivo sarebbe comunque negativo.

In ultimo, la conseguenza forse più preoccupante è il possibile impatto di lungo periodo sulla nostra capacità produttiva: nella misura in cui gli Stati Uniti dovessero avere successo nell’obiettivo di diventare un magnete per gli investimenti manifatturieri globali, potremmo assistere ad una perdita strutturale di capacità produttiva in Europa: corriamo il rischio che tante aziende si sradichino dai nostri territori per affondare le proprie radici negli Stati Uniti. Se questo dovesse accadere, tornare indietro sarebbe molto difficile, poiché i flussi di capacità produttiva sono molto meno mobili dei flussi di capitale.

Come rispondere? Anzitutto con una negoziazione garbata ma ferma a livello europeo (il deficit commerciale sul banco degli imputati è nell’intorno del 3% dell’interscambio totale, rendendo possibile un accordo se c’è volontà politica), in secondo luogo diversificando i mercati di sbocco dell’export, puntando in particolare ai paesi Asean nel Sud Est Asiatico, ai 54 paesi dell’Unione
Africana, al Sud America ed all’India, ed infine immaginando un vero piano industriale europeo per raccogliere risorse comuni (pubbliche e private) con l’obiettivo di colmare il gap di innovazione del Vecchio Continente e sostenere un incremento della produttività e quindi della competitività delle imprese italiane ed europee.

L’America di Trump è quindi un’attore diverso rispetto al passato, e le regole di ingaggio con questo grande paese alleato sono mutate: tuttavia, nel perseguire la tutela degli interessi italiani ed europei è sempre opportuno tenere a mente l’importanza del profondo legame che abbiamo con gli Stati Uniti, che prescinde dall’alternanza delle specifiche amministrazioni repubblicane o
democratiche, ed è basato non solo su dinamiche commerciali, per quanto importanti, ma anche sull’adesione ad un sistema di valori comuni che ci distinguono dalle autocrazie, da proteggere e preservare soprattutto in questo momento storico.


Alessandro Somaschini

Alessandro Somaschini*, bergamasco, classe 1984, è Vice Presidente Nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo presso il Ministero degli Affari Esteri (MAECI) e Membro del Gruppo Tecnico Internazionalizzazione di Confindustria.

È inoltre Membro della Task Force Trade & Investment del B20 – Brasile 2024, engagement group ufficiale della comunità imprenditoriale presso il G20, Membro del Comitato Esecutivo di YES for Europe e Presidente della delegazione italiana della G20 Young Entrepreneurs Alliance, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione di diverse aziende bergamasche.
In passato è stato Membro di Task Force all’interno del B20 nelle edizioni organizzate in Italia (2021), Indonesia (2022) e India (2023), ed in precedenza ha ricoperto le cariche di Membro del Comitato Esecutivo dell’Associazione Italiana dei Costruttori di Organi di Trasmissione (ASSIOT) e di Vice Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bergamo.
È stato Consigliere di Amministrazione di Somaschini Automotive ed Executive Vice President di Somaschini North America, lavorando negli Stati Uniti nel settore della componentistica meccanica. Ha cominciato la sua carriera a Roma nel settore Aerospazio e Difesa all’interno del Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo), dopo essersi laureato con lode in International Management presso l’Università Bocconi di Milano.