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Il caso Yara e Garlasco, Pugliese: “Risvolti interessanti, ma non si screditi Magistratura e Giustizia”
A sinistra, Massimo Bossetti. A destra, Alberto Stasi

Due casi giudiziari che hanno focalizzato l’attenzione di tutta l’Italia. A distanza di molti anni si riaccendono su questi ancora i riflettori ma mettendo in luce dubbi sulle indagini, su prove e quindi sulle sentenze. Abbiamo intervistato Carmen Pugliese, magistrato di riferimento per decenni alla Procura di Bergamo

Bergamo. Il caso Yara ha segnato l’Italia, ma in particolare tutti noi bergamaschi. Il fatto che dopo dieci anni dall’arresto del colpevole, Massimo Bossetti, processi e sentenze, si cerchi ancora il dubbio sull’opera di Forze dell’Ordine, investigatori, magistrati e giudici lascia un po’ perplessi. Ora è stato permesso alla la difesa di Bossetti di visionare copie di foto e Dna raccolti durante le indagini.

Da alcune settimane ormai è poi salito agli onori della cronaca anche il caso Garlasco, con un nuovo filone di indagini e nuovi indagati. Sono casi che tutti abbiamo seguito credendo profondamente nella Magistratura e nella Giustizia. Punti fermi sui quali si regge una società e che tali devono restare.

Dottoressa Carmen Pugliese, lei è stata un magistrato di riferimento a Bergamo e non solo. Ci può aiutare a capire che cosa sta succedendo? 

Mi piace partire dalla sua premessa per dire che quanto sta di recente avvenendo (da parte dell’opinione pubblica) è in effetti un attacco alla Magistratura (rea di fare indagini incomplete e imperfette) e un’azione di discreto della Giustizia (rea di restituire con le sue sentenze colpevoli in realtà innocenti e tralasciare di perseguire i veri colpevoli). I casi di Bossetti e Garlasco ne sono la dimostrazione.

Iniziamo dal caso Yara. 

Accenno molto rapidamente al caso Bossetti, ove da anni assistiamo alla discussione sui reperti della cui possibilità di analisi viene privata la difesa ai fini dell’eventuale revisione. Il nodo è che l’analisi viene richiesta ai fini dell’eventuale revisione, ma tale istituto nel nostro codice non prevede preventive analisi esplorative, ma risponde a ben precisi requisiti (la presenza di nuove prove che al momento non ci sono) come più avanti spiegherò. Ciò premesso, a mio parere, la recente autorizzazione alla difesa di visionare copie di foto e Dna raccolti nella precedente indagine difficilmente porterà ad un risultato utile ai fini della revisione, ma sarà interessante vedere in che modo questa possibilità risulterà utile alla difesa. Più complessa è la vicenda relativa al caso Garlasco, che da tempo sta interessando la Procura di Pavia e ancor di più l’opinione pubblica.

puglieseCarmen Pugliese

È giusto tutto ciò?

Premesso che l’infallibilità non è propria del Giudice terreno. È giusto procedere ad una riapertura del caso attraverso la revisione che è un mezzo di impugnazione straordinario esperibile avverso le sentenze di condanna passate in giudicato e la revisione ai sensi dell’art. 630 CPP può essere disposta (tra le altre ipotesi) quando “dopo la condanna sono sopravvenute nuove prove che, sole o unite a quelle già valutate, dimostrano che il condannato deve essere prosciolto a norma dell’art. 631 CPP”. Quindi in presenza dei due presupposti sopra evidenziati è non solo giusto ma doveroso riaprire il processo. Nel caso Garlasco però si dimentica che:
1) un’istanza di revisione venne a suo tempo presentata dai difensori di Alberto Stasi e rigettata, rigetto confermato dal successivo ricorso in Cassazione.
2) la Corte Europea dei Diritti dell’uomo respinse per infondatezza il ricorso dei difensori di Stasi sulla presunta iniquità del processo svolto a suo carico.

Su questi presupposti è ovvio che non si poteva (in assenza di nuove prove o di una rivalutazione di quelle acquisite) chiedere una nuova revisione e allora da parte della difesa si è optato per una riapertura delle indagini (a suo tempo archiviate) nei confronti di Andrea Sempio. Ciò sul presupposto della presenza nelle unghie della povera Chiara Poggi di un Dna che presenta una perfetta compatibilità genetica con quello di Sempio, compatibilità valutata dal consulente della difesa sulla base di materiale genetico dello stesso (acquisito capziosamente attraverso investigazione privata e sulla correttezza di tale operazione mi astengo da ogni considerazione) raffrontato con gli esiti della precedente analisi sui reperti ungueali.

Conclusione del consulente della difesa che suscita dubbi atteso che il perito del processo di appello bis a carico di Stasi (conclusosi con sentenza di condanna confermata in Cassazione) aveva precisato che “ il materiale genetico estratto dai reperti ungueali non era idoneo ad effettuare nessun “raffronto” poiché i risultati emersi dalle indagini del Perito sono risultati divergenti, incostanti e quindi inaffidabili. Comunque non utilizzabili per definire un’ipotesi di identità. Su questi presupposti aspettiamo l’esito delle indagini generiche disposte dalla Procura di Pavia con il rispetto dovuto a tutte le indagini disposte dall’Autorità giudiziaria.

Un processo quindi non è mai finito?

Ovviamente questa è la domanda che tutti all’esito di quanto sta avvenendo si pongono. Un processo è finito all’esito di una sentenza passata in giudicato, fatta salva la ricorribilità alla revisione quando ne sussistono i presupposti. Ma nel caso Garlasco non essendo esperibile allo stato attuale la revisione si è (da parte della difesa di Stasi) optato per la riapertura delle indagini su Andrea Sempio, riapertura sempre possibile sulla base di un decreto di archiviazione privo della definitività della sentenza passata in giudicato. E per operare questa riapertura la Procura di Pavia ha dovuto operare, a mio modesto parere) una “forzatura” nella formulazione del capo di imputazione a carico di Sempio.

Non potendo attribuire il reato al solo Sempio (sia pure in concorso con altri) perché si sarebbe scontrata col giudicato definitivo di condanna nei confronti di Stasi, ha introdotto una ipotesi alternativa di concorso dello stesso con Stasi o con altri. Un escamotage per consentire l’espletamento di nuove indagini che però si scontra col giudicato che parla della presenza di una sola persona sulla scena del crimine. Vedremo se e fino a che punto sarà provata la tesi investigativa pavese della presenza di più persona in casa Poggi la mattina dell’omicidio.

Tutto questo non confonde il cittadino e, soprattutto, non mina la fiducia nella Giustizia?

Ovviamente quello di Garlasco ancor più del caso Bossetti condiziona e mina molto il senso di garanzia del cittadino nei confronti della giustizia. Il messaggio che l’opinione pubblica riceve sul caso Garlasco è che c’è un cittadino che è stato condannato “non al di là di ogni ragionevole dubbio”.

Difficile spiegare al cittadino semplice (ma oggi assistiamo a una fioritura di Pm, investigatori, criminologi etc…) che la condanna può avvenire anche sulla base di un processo indiziario (quale quello di Stasi) quando gli indizi sono gravi, precisi e concordanti… come affermato sul caso in questione dalla Corte di Cassazione. Il cittadino, sulla scia della enorme sfiducia che da tempo accompagna la Magistratura il suo operato, è più portato a nutrirsi dei dubbi sollevati sulle indagini come nel caso di specie, ove l’impressione è che si stia “processando” un’indagine sul presupposto di errori che sono e saranno presenti in ogni indagine.

Ma come ex magistrato, pur con grandi perplessità, rispetto l’indagine che si sta conducendo, ne aspetto gli esiti e soprattutto mi auguro che gli stessi siano tali da scrivere una volta per tutte la parola fine a questa triste vicenda.