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La testimonianza del giovane che insieme a un amico corse dietro all’assassino: “Non ci siamo voltati dall’altra parte, lo rifarei mille volte”. In Corte d’Assise la prima udienza del processo contro Sadate Djiram, accusato di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi

Bergamo. Cercava un locale da affittare in centro città. Ma dall’inseguire un sogno, Marco si è ritrovato ad inseguire un assassino. Detta così, sembra la trama di un film. Invece è la realtà. Sono le 15,30 di venerdì 3 gennaio. Il buio cala presto su Bergamo, non solo perché è inverno e le giornate sono più corte: in via Tiraboschi, la via dello shopping, si è appena consumato un omicidio. Le luci natalizie e delle vetrine non sono le uniche ad attirare l’attenzione dei passanti. Ci sono quelle blu della polizia, allertata proprio da Marco e da un suo amico.

“Ero nei dintorni per lavoro – racconta per la prima volta il giovane -. Ad un certo punto abbiamo sentito degli strani rumori, forti, metallici”. Li hanno ‘seguiti’, quei rumori. Provenivano dai portici di passaggio Cividini. “Due ragazzi litigavano, uno è finito a terra”. Accoltellato undici volte, stabilirà l’autopsia. Mamadi Tunkara, originario del Gambia, aveva 36 anni e lavorava come addetto alla sicurezza del Carrefour. Ogni giorno caricava la bici sul treno che da Verdello lo portava a Bergamo, per lavorare. “Lookman”, lo chiamavano. Come il calciatore dell’Atalanta, per via delle treccine.

“Ricordo le urla delle persone, si barricavano nei negozi per la paura”. Quando parla Marco sembra di essere lì con lui, a rivivere quei momenti. “Ho visto che l’aggressore aveva in mano qualcosa, un’arma di colore bianco”. Un coltello da cucina in ceramica, si scoprirà: 16 centimetri di lama, 15 di manico. “Il mio amico invece no, non si è accorto di nulla. Quando ci ha visti, l’assassino si è messo a correre. E il mio amico ha fatto lo stesso”. Un gesto istintivo: rischioso per alcuni, esemplare per altri. “Gli ho urlato di stare attento, per via del coltello. Ma lui non ha capito, o forse non ha voluto capire. Il suo unico obiettivo era fermare il killer”. Che nel frattempo svolta l’angolo e imbocca a tutta velocità via Ghislanzoni.

“Fermati, fermati!”. Le urla che arrivano dalla strada attirano i residenti, che dai balconi filmano la scena con il cellulare. Pensano all’ennesima rissa o all’ennesimo furto al supermercato, non di certo a un omicidio efferato nel cuore della città. Marco non perde di vista né l’assassino, né il suo amico. “Era una scheggia. E pensare che tra i due ero convinto di essere io quello sportivo”.  Arrivano alle calcagna del fuggitivo, gli sfiorano la spalla. “I suoi occhi erano pieni di paura – ricorda Marco, stupito per l’emozione tradita dal killer -. Quando si è sentito sotto pressione, ha gettato lo zaino a terra. Un po’ per alleggerirsi, un po’ per ostacolare la nostra rincorsa”. È il primo passo falso, perché quello zaino contiene elementi che permettono agli agenti di risalire alla sua identità.

Marco non si ferma. Corre a perdifiato, nonostante il cuore che batte all’impazzata. Dalle tasche dei jeans, perde un po’ di tutto: “Portafogli, chiavi dell’auto, documenti”. Ma non perde la cosa più importante: la lucidità. “Ho telefonato alla mia ragazza e alla mia famiglia: ‘venite subito in via Ghislanzoni – ho detto – nessuno deve toccare quello zaino'”. Quando arriva in via Paglia, l’assassino si è ormai dileguato. “Nemmeno sapevo dov’era il mio amico. È stato il momento più brutto, perché ero preoccupatissimo per lui”. Così Marco torna indietro, ‘veglia’ sullo zaino a attende l’arrivo dei poliziotti. “Mi hanno ascoltato, tranquillizzato e offerto una sigaretta. Sono stati bravissimi con me”.

Alla fine, il killer verrà bloccato la notte stessa. Al confine con la Svizzera, senza documenti su un treno diretto a Lugano. Oggi (giovedì 26 giugno) è fissata in Corte d’assise la prima udienza del processo. Sadate Djiram, 29 anni, incensurato, originario del Togo, ha confessato di avere ucciso per gelosia. Aveva convissuto per un anno con una ragazza italiana, che di recente lo aveva lasciato. Quando stavano insieme, andavano a fare la spesa nel Carrefour dove lavorava la vittima. Dopo la rottura, si era convinto che la donna avesse iniziato a frequentare Tunkara. Dice di essere andato al supermercato a cercarlo, per chiarire, di non averlo trovato e di averlo incontrato mentre se ne stava andando. Sostiene di essere stato aggredito per primo e di non aver portato il coltello per uccidere. Ma il pubblico ministero Silvia Marchina gli contesta la premeditazione, oltre che i futili motivi.

Tornando a Marco e al suo amico, lo scorso 10 aprile sono stati invitati alla festa della Polizia di Stato, al Teatro Sociale in Città Alta. “Quando hanno chiamato i nostri nomi non ci siamo alzati in piedi per farci riconoscere, abbiamo semplicemente applaudito – spiega il ragazzo, che anche durante questa intervista ha voluto preservare l’anonimato scegliendo un nome di fantasia -. Il Questore ci ha ringraziati entrambi per il nostro gesto, perché non ci siamo voltati dall’altra parte. Alla fine – riflette – abbiamo fatto solo il nostro dovere. Ogni volta che passo in via Tiraboschi un brivido mi percorre, ma rifarei tutto altre mille volte”.

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