Serve una nuova via per la pace tra Medio Oriente, Europa e il mondo
Che cosa succede quando il mondo sembra bruciare in più punti allo stesso tempo? Mentre i titoli parlano di bombardamenti americani in Iran, razzi lanciati verso Israele e basi militari in Qatar nel mirino, la tentazione è lasciarsi travolgere dall’emozione. Ma il rischio è uno solo: perdere di vista il disegno più ampio.
E quel disegno dice una cosa chiara: il mondo è spaccato tra chi costruisce muri e chi sogna ponti. Da una parte ci sono paesi, leader e popoli che vogliono più scambi, più collaborazione, più diritti. Dall’altra, poteri che cercano rifugio nella repressione, nell’isolamento, nel culto della forza.
In fondo, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e l’attacco a Israele da parte di Hamas e di gruppi filoiraniani raccontano lo stesso copione: fermare ogni tentativo di apertura, bloccare chi prova a unire invece che dividere. Perché l’integrazione fa paura a chi vive di controllo.
Inclusione contro resistenza
Nel 2022, l’Ucraina stava avvicinandosi all’Unione Europea. Nel frattempo, si parlava di una possibile apertura tra Israele e l’Arabia Saudita, che avrebbe potuto coinvolgere anche i palestinesi in un processo negoziale. Due segnali di speranza. Due segnali subito spenti da chi ha interesse a mantenere il mondo in guerra permanente. E così, mentre si combatte sul campo, il vero conflitto è un altro: inclusione contro resistenza, diplomazia contro dominio, futuro contro paura.
Le bombe non bastano
Certo, qualcuno potrebbe dire: a volte, per difendersi, bisogna colpire. Ma la vera domanda è: colpire per arrivare dove? Nessun attacco militare, da solo, può costruire la pace. Può forse contenere, ma non risolvere. Il rischio è che le bombe diventino solo un modo per posticipare i problemi. O peggio: per nascondere le responsabilità.
Perché, diciamolo chiaramente: Israele ha il diritto di difendersi, ma non di occupare. I palestinesi hanno diritto a uno Stato, ma non alla violenza cieca. L’Iran ha il diritto di essere rispettato come nazione, ma non di finanziare milizie che seminano morte in mezzo Medio Oriente. E gli Stati Uniti hanno la forza di guidare, ma solo se scelgono la via del diritto, non del doppio standard.
Un’altra strada è possibile
C’è un’alternativa. E passa per un gesto che sembriamo aver dimenticato: ascoltare. Serve un nuovo inizio. Una forza di pace araba a Gaza, un’autorità palestinese rinnovata, un congelamento degli insediamenti israeliani, un dialogo vero tra le parti. Serve il coraggio di dire no alla logica dell’annessione, del ricatto e della rappresaglia.
Serve, soprattutto, una nuova visione del futuro. Una visione dove il Libano e la Siria possano ricostruirsi senza ingerenze. Dove l’Iraq ritrovi dignità e stabilità. Dove l’Arabia Saudita non esporti fondamentalismo, ma investa davvero nella riforma. Dove l’Iran non sia isolato, ma coinvolto — se abbandona le armi.
Dove Israele sia parte integrante del Medio Oriente, ma come partner, non come fortino armato.
La pace è più forte
Non è utopia. È realismo pacifista. Quello che sa che ogni guerra ha un prezzo che pagano sempre i più deboli. Quello che ricorda che la vera sicurezza nasce solo dal rispetto, non dal terrore. Quello che crede che, se oggi tutto sembra gridare vendetta, proprio ora è il momento di scegliere la speranza. Non bisogna che siano solo le armi a parlare.
Perché la pace è più difficile, ma è sempre più forte.
Savino Pezzotta
Già Segretario Generale CISL (2000–2006)



