“Giustizia per Mamadi”, il dolore del fratello e gli striscioni fuori dal tribunale: via al processo
L’accoltellamento il 3 gennaio scorso in via Tiraboschi, Sadate Djiram è accusato di omicidio volontario aggravato. Respinta, per il momento, la richiesta di una perizia psichiatrica
Bergamo. Quando vede l’assassino del fratello scortato dagli agenti della Polizia Penitenziaria, Alieu Tunkara mostra evidenti segni di insofferenza: distoglie lo sguardo e porta le mani al viso, quasi a volersi coprire gli occhi. Giovedì pomeriggio, 26 giugno, si è aperto in Corte d’Assise il processo a carico diDjram Sadate, 29enne del Togo, accusato di avere ucciso con undici coltellate Mamadi Tunkara lo scorso 3 gennaio, in via Tiraboschi. La vittima, di origini gambiane, aveva 36 anni e lavorava come addetto alla sicurezza del supermercato Carrefour. Era soprannominato ‘Lookman’, come il calciatore dell’Atalanta, per via delle treccine.
Nell’aula di Corte d’Assise ci sono anche gli amici di ‘Lookman’. Loro, a differenza del fratello, cercano con insistenza lo sguardo dell’imputato, ristretto nella cella di sicurezza. Sono arrabbiati e non fanno nulla per nasconderlo, come testimoniano gli striscioni appesi all’esterno del tribunale. “Giustizia per Mamadi”, si legge in uno. “Noi non dimentichiamo! Il suo sorriso pesa sulle vostre coscienze! Bergamo è stanca!”, recita un altro, accompagnato da una foto del vigilante mentre accarezza un cagnolino.
La prima udienza del processo è stata piuttosto “tecnica”. L’avvocato Michaela Viscardi, che difende Sadate, ha chiesto ai giudici della Corte (presidente Patrizia Ingrascì, a latere Donatella Nava) una perizia per valutare l’incapacità di intendere e volere del suo assistito al momento dei fatti, nonché la sua pericolosità sociale. L’imputato ha ammesso di avere ucciso Tunkara per motivi di gelosia. Aveva convissuto per un anno con una ragazza italiana, che di recente lo aveva lasciato. Agli inquirenti – è emerso in aula – lei avrebbe detto che Sadate era alle prese con “problemi mentali”, “atteggiamenti depressivi”, “maniacali”.

Quando stavano insieme, i due andavano a fare la spesa al Carrefour, dove lavorava la vittima. Dopo la rottura, il 29enne si era convinto che la donna avesse iniziato a frequentare Tunkara. Dice di essere andato al supermercato a cercarlo, per chiarire, di non averlo trovato e di averlo incontrato mentre se ne stava andando. Sostiene di essere stato aggredito per primo e di non aver portato il coltello per uccidere. Un coltello da cucina in ceramica: 16 centimetri di lama, 15 di manico. Ma il pubblico ministero Silvia Marchina non gli crede a anzi, contesta la premeditazione oltre che i futili motivi.
La pm non si è formalmente opposta alla richiesta della difesa, anche se ha specificato che da un esame complessivo degli atti non sarebbero emersi elementi compatibili con l’incapacità di intendere e volere. Ha parlato invece di “aspetti deliranti” e “morbosa gelosia”. Così morbosa che proprio l’ex fidanzata (che sarà sentita come testimone) aveva suggerito all’imputato di farsi aiutare da specialisti. Ma più che l’incapacità di intendere e volere, ha fatto intendere ancora la pm, dovrebbe essere indagata la pericolosità sociale di Sadate.
Il fratello di Mamadi, parte civile, è assistito dall’avvocato Martina Catale, che alla Corte ha chiesto di opporsi alla perizia invocata dalla difesa (“le modalità fanno ritenere che non fosse incapace” quando si è consumato il delitto). Richiesta accolta, ma soltanto in via preliminare. Non è escluso, dunque, che l’esame psichiatrico venga disposto in una fase più avanzata del processo. Prossima udienza il 29 ottobre alle 15, quando verranno ascoltati i testimoni chiamati dalle parti. Il 1° dicembre, sempre alle 15, sarà la volta dell’imputato.




