“La musica è libertà: non si fa arte per vendere ma per comunicare qualcosa”
Daniela Giordano, direttrice del Politecnico delle Arti di Bergamo: “Per trasformare la passione in professione servono impegno, studio e metodo”
Ogni anno il 21 giugno è la Festa della Musica. Questa ricorrenza, celebrata su scala internazionale, è nata in Francia nel 1982 ma ha preso piede in tutto il mondo: cade il giorno del solstizio d’estate, simbolo di luce e condivisione.
Il suo obiettivo è quello di invitare a vivere questa forma d’arte come linguaggio universale, libero e aperto a ogni cultura, genere e comunità. Ma che significato ha per la società contemporanea? Abbiamo chiesto un parere a Daniela Giordano, direttrice del Politecnico delle Arti di Bergamo.
Che cos’è la musica?
La musica è un’arte. Nasce come un’intuizione, è una scintilla, una passione che se viene coltivata con impegno può diventare una professione e il nostro ente di alta formazione musicale si occupa proprio di questo. Più in generale, fa parte della nostra vita di tutti i giorni, spesso in maniera funzionale: nella nostra società contemporanea in molti casi viene associata a immagini o situazioni particolari che suscitano in ognuno di noi differenti emozioni. Le fonti d’ispirazione sono diverse, ma nelle sue svariate forme l’attività artistica e musicale trae spunto da un’esigenza di comunicare, di esprimere la propria emotività, la propria creatività, ed è importante perché permette di coltivare una peculiare sfumatura dell’animo umano che altrimenti resterebbe inespressa.
Ci sono generi musicali diversi: da dove nasce questa varietà?
La presenza di diversi generi musicali riflette la diversità della cultura umana, le preferenze personali e la pluralità delle espressioni artistiche che un artista può ritenere più congeniali per esprimere ciò che vuole trasmettere attraverso la propria musica. Essendo un linguaggio universale, quest’ultima si adatta a molteplici emozioni, esperienze e contesti culturali, creando stili distinti. Le preferenze musicali variano da individuo a individuo, influenzate da personalità, esperienze, contesto sociale e conoscenza musicale, portando alla coesistenza di una vasta gamma di generi. Questa varietà è alimentata dal fatto che la musica spesso sia funzionale, cioè venga associata a una funzione o a una situazione particolare. In molti casi si abbina con l’ambito visivo e, alla luce di ciò, al Politecnico delle Arti abbiamo aperto un corso accademico di musica applicata alle immagini.
Potrebbe fare qualche esempio?
Possiamo pensare alla musica applicata ai film, a un jingle pubblicitario, a una colonna sonora o al mondo del gaming. Grazie alla sua capacità evocativa, si associa a situazioni e a momenti della nostra vita, per questo viene definita funzionale. Il Politecnico delle Arti trasforma questo primo approccio, questa attitudine musicale, in una professione.
Come avviene questo passaggio?
La passione per la musica comincia con una scintilla, un guizzo di talento e proprio in questi giorni al Politecnico delle Arti si stanno svolgendo gli esami di ammissione al lato conservatorio. In questa fase iniziale le commissioni selezionano i candidati in base all’attitudine, a un quid che qualcuno di loro ha in modo innato e costituisce il punto di partenza di un percorso in cui sono fondamentali il metodo, lo studio, l’impegno e la dedizione. Se la passione viene coltivata con determinazione si compie lo scatto verso la professione. In altre parole, lo studente deve coniugare una forte vocazione musicale e il talento con la formazione.
Che cosa pensa dei talent? Secondo lei in questi programmi l’immagine e il personaggio prevalgono sul talento e sullo studio?
Penso che il talento sia un ingrediente fondamentale per trasformare una persona talentuosa in un artista, ossia in un professionista. Nella società contemporanea è importante prestare attenzione a comunicare la propria immagine di artista, ma sono convinta che la chiave per durare nel tempo e per essere ricordati consista nel lasciare qualcosa, cioè nell’avere contenuti da trasmettere. Ritengo che a fare la differenza sia questa capacità.
Ci spieghi
Avere contenuti artistici e musicali da trasmettere permette a un artista di emergere e rimanere nel tempo, altrimenti possono esserci meteore. Lo studio e la conoscenza della musica hanno un’importanza strategica per riuscirci, proprio come avviene in altre discipline artistiche e in altre professioni. Per un medico, per esempio, è importante approfondire le nozioni di anatomia, mentre per un musicista il contrappunto e le tecniche compositive. Avere una solida preparazione consente a un musicista di adoperarle per esprimersi e ciò lo rende distinguibile, dotato di un profilo ben individuabile. In altre parole, la creatività e il talento sono innati e appartengono a ognuno di noi, ma per un artista è fondamentale conoscere e approfondire la storia della musica. Questo bagaglio di conoscenze fornisce stimoli in grado di essere tradotti in idee musicali e performance. Per questo, al Politecnico delle Arti vengono offerti per esempio corsi di storia del jazz o di musica popular, guardando al fenomeno musicale in tutte le sue sfaccettature.
Ogni epoca è caratterizzata da determinati generi musicali. A che cosa è dovuto? E come cambia nel tempo questo scenario?
In una determinata epoca si affermano alcuni generi musicali piuttosto che altri perché la musica è espressione della società che è in continua evoluzione. Essendo manifestazione di una sfumatura dell’animo umano e della struttura interiore dell’uomo, cambia assieme alla società di cui è uno specchio fedele. Per esempio, la musica barocca, con le sue peculiarità, richiamava un determinato tipo di società, mentre il Romanticismo pone un’enfasi sull’individualità, l’emotività e la libertà espressiva. La polifonia, invece, evoca la pluralità di idee a indicare l’avvicinamento della società alla democrazia. Si può osservare, quindi, un profondo intreccio fra componenti antropologiche ed espressioni artistiche.
Com’è la società di oggi rispetto alla musica?
Oggi c’è molta musica elettronica e tenendo presente questo aspetto al Politecnico delle Arti abbiamo aperto indirizzi legati alla contemporaneità e alla musica applicata. L’innovazione nasce dalla conoscenza della tradizione: avendo cognizione del passato si può capire come reinterpretarlo nel mondo contemporaneo.
E che cosa pensa della diffusione della musica trap?
È un’espressione delle nuove generazioni. Si basa e si sofferma sul testo, che ne costituisce un elemento fondamentale, guardando più al ritmo che alla melodia. Esprime un modo di essere delle nuove generazioni, va capita e rapportata al contesto. La musica è comunicazione e ognuno comunica ciò che sente, quindi se un giovane utilizza questo genere per esprimersi significa che in quella musica trova la forma che più si addice al suo stato d’animo.
Che cosa consiglia a un giovane che vorrebbe diventare musicista?
Gli direi che lo studio e l’impegno sono fondamentali. Allo stesso modo lo è il metodo che, come indica l’etimologia della parola, deriva dal greco “methodos”, che significa “strada” o “cammino”. Quindi, darsi un metodo vuol dire tracciare una strada per raggiungere un obiettivo. Quello per diventare musicista professionista è un percorso che richiede tempo: trae origine da una passione che si coltiva negli anni e richiede tante ore di studio, prove e pratica strumentale. Necessita di una frequentazione continua della musica e soltanto chi persevera ed è animato da grande motivazione può farne una professione con ottimi risultati. Noi del Politecnico delle Arti ci crediamo fermamente: con tutti i docenti lavoriamo seguendo una mission artistica e formativa ma anche educativa, perché insegniamo a coltivare giorno dopo giorno passione e impegno. Può capitare una delusione, che il risultato non arrivi subito, ma chi è motivato e persevera può raggiungere risultati.
Oggi si fatica a distinguere molti cantanti e musicisti dagli altri: avverte una tendenza all’omologazione nel mondo della musica? In questo senso, che ruolo hanno le case discografiche?
Ritengo che bisogna partire da una premessa: non si fa arte per vendere, avere consenso o per essere in linea con il mercato. Si fa arte perché si ha qualcosa da comunicare e questo livello di espressività si raggiunge se si è liberi. Subordinare la propria creatività e il proprio estro artistico alle regole di mercato, al consenso o a fattori esterni snatura il ruolo della musica e dell’artista. Tanti gruppi indie indipendenti sono rimasti autentici e fedeli alla loro natura, alla loro idea artistica e musicale.
Per concludere, come immagina il panorama musicale del prossimo futuro?
La musica, come tutte le arti e più in generale la società, corre tanto. In passato i tempi di cambiamento erano più distesi mentre ora tutto è molto più veloce. Si può ipotizzare, quindi, che nel prossimo futuro ci sarà una trasformazione continua del panorama musicale. Inoltre, ritengo che un altro aspetto importante sarà la contaminazione fra linguaggi artistici. Dando continuità e ulteriore espansione a tendenza già in corso, ci sarà una musica che si fonderà con il visivo, il teatro e la danza. Avremo molta musica elettronica e verrà completamente meno una visione a compartimenti stagni. Sarà una realtà in continua evoluzione e a differenza del passato sarà difficile avere un periodo cristallizzato. Sarà una realtà variegata e plurale, che interpreterà le varie voci e forme d’espressione delle nuove generazioni.
E che ruolo avrà l’intelligenza artificiale?
Guardiamo con circospezione l’intelligenza artificiale: ci sarà, ma l’arte scaturisce da un guizzo creativo, da un’intuizione umana che non potrà essere sostituita da qualcosa di artificiale.


