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Il ritorno dell’inflazione come variabile strutturale: impatto su politiche monetarie e mercati globali

Il mantenimento di un inasprimento monetario troppo aggressivo o shock esterni (es. nuove crisi geopolitiche) portano a una stagflazione globale, con alta inflazione e crescita stagnante. I mercati emergenti e le economie indebitate affrontano crisi sistemiche, mentre la fiducia dei consumatori crolla

Dopo anni di bassa inflazione (o addirittura deflazione in alcune economie sviluppate), i recenti aumenti dei prezzi, inizialmente attribuiti a cause temporanee post-pandemia, stanno invece mostrando segnali di persistenza strutturale. Le banche centrali (in particolare la Federal Reserve e la BCE) sono costrette a rivedere i propri approcci, abbandonando il “low for long” sui tassi d’interesse. Ciò ha un impatto profondo su azioni, obbligazioni, valute e materie prime, oltre che sui flussi di capitale tra paesi emergenti e sviluppati.

Si chiude la settimana che ha visto la Fed lasciare invariati i tassi di interesse in una forchetta fra il 4,25% e il 4,50%. Secondo Powell, nonostante le oscillazioni delle esportazioni nette abbiano influenzato i dati, gli indicatori suggeriscono che l’attività economica ha continuato ad espandersi a un ritmo solido. Il tasso di disoccupazione rimane basso e le condizioni del mercato del lavoro restano solide, mentre l’inflazione rimane leggermente elevata.

La Fed ha anche fornito le nuove proiezione economiche che prevedono una riduzione della crescita economia e un rialzo dell’inflazione rispetto alle proiezioni di marzo. Nel dettaglio la Fed prevede un aumento del PIL dell’1,4% nel 2025 (1.7% nelle proiezioni di marzo) e un PCE core, che esclude i prezzi di alimentari ed energia, al 3,1% (2,8% nelle proiezioni di marzo). In crescita di 0,1 punti percentuali rispetto a marzo le previsioni sulla disoccupazione che ora sono al 4.5% (+0.3% punti percentuali rispetto al livello attuale).

Il tono della dichiarazione del FOMC che ha accompagnato la decisione sui tassi è stato comunque moderatamente ottimistico. Si legge infatti che “l’economia ha continuato ad espandersi ad un ritmo solido”, mentre la disoccupazione “rimane bassa” e le condizioni del mercato del lavoro “solide”.
I principali indici Italiani chiudono la settimana in modo misto. In leggera flessione le big caps, il cui indice FTSE MIB perde lo 0,53% rispetto all’ottava precedente (ma rimane del 14,76% in guadagno dall’inizio dell’anno), mentre leggermente positive sono risultate le società star, il cui indice FTSE ITALIA STAR fa registrare un modesto +0,14%. La migliore performance settimanale la fanno registrare le micro cap, il cui indice FTSE ITALIA GROWTH cresce dell’1,04%.

Generico giugno 2025

Miglior titolo della settimana Telecom Italia (+7,66%), che beneficia del report di Banca Akros (rating Buy, target price 0.48 euro per azione) e Bank of America (rating Buy, target price 0.46 euro per azione). Medaglia d’argento per Brunello Cucinelli (+2,73%), che beneficia del report di Banca Akros (rating Buy, target price 130 euro per azione). Terzo miglior titolo Bper Banca (+1,73%), sulla notizia che la Banca ha rilevato con favore il fatto che il consiglio di amministrazione della Popolare di Sondrio abbia riconosciuto, sulla base delle fairness opinion fornite dai suoi advisor finanziari, la congruità del corrispettivo offerto sotto il profilo finanziario.

Peggior performance della settimana per A2A (-4,44%). Gli investitori sono rimasti piuttosto freddi sulle stime del management per l’intero 2025. Stime che, sulla base dei risultati del 1Q25, vedono una conferma delle attese precedenti. In dettaglio, il management prevede di chiudere l’esercizio in corso con un Ebitda compreso tra 2,17 miliardi e 2,2 miliardi di euro. L’utile al netto delle poste non ricorrenti, è atteso tra 0,68 e 0,7 miliardi di euro.

Secondo peggior titolo Stellantis (-3,92%) a seguito della smentita della società che vedrebbe Maserati in vendita. Negativa anche Leonardo (-3,70%), che si prende una pausa di consolidamento dopo aver raggiunto il massimo storico a 56.18 euro per azione.
Negli ultimi anni, l’inflazione è tornata a essere un tema centrale nel dibattito economico globale, passando da fenomeno temporaneo a variabile strutturale con implicazioni di lungo termine. Dopo decenni di bassa inflazione e tassi di interesse nominali vicini allo zero (quelli reali sono stati per diverso tempo negativi), il ritorno di pressioni inflazionistiche persistenti ha colto di sorpresa governi, banche centrali e investitori, costringendo tutti ad una ridefinizione delle strategie di politica monetaria e ad una revisione delle dinamiche dei mercati globali.

Le cause del ritorno dell’inflazione strutturale

L’inflazione, che per anni è stata mantenuta sotto controllo grazie alla globalizzazione, al progresso tecnologico e a politiche monetarie accomodanti, ha iniziato a riemergere a partire dal 2021. Diversi sono i fattori che hanno contribuito a questa inversione di tendenza:

– Shock di offerta e strozzature globali. La pandemia di COVID-19 ha interrotto le catene di approvvigionamento globali, causando carenze di materie prime, semiconduttori e beni di
consumo. Questi colli di bottiglia hanno spinto i prezzi al rialzo, rivelando la fragilità di un sistema economico fortemente interconnesso;

– transizione energetica e costi delle materie prime. La corsa verso la transizione verde ha aumentato la domanda di materie prime come litio, cobalto e rame, essenziali per le tecnologie rinnovabili. Al contempo, le tensioni geopolitiche, come il conflitto Russia-Ucraina, hanno fatto schizzare i prezzi di energia, gas e grano, alimentando l’inflazione;

– dinamiche del mercato del lavoro. In molti paesi avanzati, la ripresa post-pandemica ha portato a una carenza di manodopera, spingendo i salari al rialzo. Questo fenomeno, noto come “Great
Resignation” o “Big Quit”, ha aumentato i costi per le imprese, che hanno interamente riversato gli aumenti sui prezzi al consumo;

– politiche fiscali espansive. Durante la pandemia i governi di tutto il mondo hanno implementato massicci stimoli fiscali per sostenere famiglie e imprese. Questi interventi, pur necessari, hanno
creato una domanda aggregata che ha superato l’offerta disponibile, alimentando le pressioni inflazionistiche;

– deglobalizzazione e protezionismo. La crescente tendenza verso politiche protezionistiche e la rilocalizzazione delle produzioni (reshoring) stanno riducendo i benefici della globalizzazione, che
per decenni ha contribuito a mantenere bassi i costi di produzione e, di conseguenza, i prezzi.
Questi fattori, combinati, suggeriscono che l’inflazione non sia più un fenomeno transitorio, ma una variabile strutturale destinata ad influenzare l’economia globale per gli anni a venire.

Impatto sulle politiche monetarie

Il ritorno dell’inflazione ha costretto le banche centrali ad un cambio di paradigma. Dopo anni di politiche ultra-accomodanti, caratterizzate da tassi di interesse reali negativi e massicci programmi di quantitative easing (QE), le autorità monetarie hanno dovuto adottare misure restrittive per contenere l’inflazione. Tra queste le due classiche armi a disposizione della banche centrali, ovvero:

– l’aumento dei tassi di interesse. La Fed, la BCE e le altre banche centrali hanno avviato cicli di rialzo dei tassi per raffreddare la domanda e stabilizzare i prezzi. Tuttavia, questo approccio comporta dei rischi, come il rallentamento della crescita economica e l’aumento del costo del debito per governi, imprese e famiglie;

– la riduzione dei bilanci delle banche centrali. Parallelamente, molte banche centrali hanno iniziato a ridurre i propri bilanci, vendendo o non rinnovando i titoli acquistati durante il QE. Questo
processo, noto come quantitative tightening (QT), riduce la liquidità nel sistema finanziario, con effetti potenzialmente destabilizzanti per i mercati.

Effetti sui mercati globali

Il ritorno dell’inflazione strutturale ha avuto un impatto significativo sui mercati finanziari, modificando le strategie degli investitori e le valutazioni degli asset. Per quanto riguarda le azioni, l’aumento dei tassi di interesse delle banche centrali ha penalizzato i titoli growth, come quelli tecnologici, che dipendono da valutazioni elevate basate su flussi di cassa futuri. Al contrario, settori difensivi come utilities ed energia hanno mostrato maggiore resilienza. Il rialzo dei rendimenti ha anche portato ad una correzione nei mercati obbligazionari, con perdite significative per i possessori di bond con duration elevata. Gli investitori stanno ora privilegiando obbligazioni indicizzate all’inflazione o a breve termine per proteggersi dalla volatilità.

Implicazioni per l’economia reale

L’inflazione strutturale non colpisce solo i mercati finanziari, ma ha profonde ripercussioni sull’economia reale. Prezzi crescenti riducono infatti il potere d’acquisto e quindi il reddito reale delle famiglie, riducendo nel contempo i consumi, rallentando così la crescita economica. L’inflazione non è nemmeno “democratica” come spesso si tende a credere (i prezzi aumentano per tutti) perché tende a colpire in modo sproporzionato le fasce di popolazione a basso reddito, ovvero coloro i quali non possono aumentare il loro reddito all’aumentare dei prezzi.

Prospettive future

Il ritorno dell’inflazione come variabile strutturale segna un cambiamento epocale nell’economia globale, ponendo sfide e opportunità che ridefiniranno le dinamiche di politica monetaria, mercati finanziari e crescita economica nei prossimi anni. Le prospettive future dipenderanno dalla capacità di governi, banche centrali, imprese e investitori di adattarsi a un contesto caratterizzato da pressioni inflazionistiche persistenti, maggiore volatilità e un equilibrio precario tra stabilità dei prezzi e crescita economica.

Di seguito, approfondiamo le principali implicazioni e le possibili traiettorie per il futuro:
– normalizzazione dei tassi di interesse. È probabile che i tassi di interesse rimangano più alti rispetto al periodo pre-2020, con un livello “neutrale” che potrebbe stabilizzarsi tra il 3% e il 5%
nelle principali economie avanzate, secondo le proiezioni di analisti e istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Mantenere tuttavia un inasprimento eccessivo potrebbe comprimere la domanda, specialmente in settori sensibili al costo del credito come immobiliare e consumi discrezionali.

– Quantitative tightening e gestione della liquidità. La riduzione dei bilanci delle banche centrali, attraverso la vendita o il mancato rinnovo di titoli di Stato, continuerà a drenare liquidità dai
mercati. Questo processo potrebbe portare ad una maggiore volatilità, soprattutto nei mercati obbligazionari, dove i rendimenti più elevati potrebbero si attirare capitali ma anche aumentare il
rischio di instabilità finanziaria;

– innovazione negli strumenti di politica monetaria. In un mondo di inflazione strutturale, le banche centrali sono chiamate a sviluppare nuovi strumenti per gestire le pressioni sui prezzi senza
affidarsi esclusivamente ai tassi di interesse. Ad esempio, potrebbero essere introdotte politiche macroprudenziali più mirate, come requisiti di capitale più stringenti per le banche o
regolamentazioni per limitare la speculazione su materie prime;

– divergenze globali. Le differenze nelle strategie delle banche centrali continueranno a creare tensioni. Ad esempio, se la Fed manterrà un approccio più aggressivo rispetto alla BCE o alla BoJ, il
dollaro potrebbe continuare ad apprezzarsi, esercitando pressioni sui paesi emergenti con debiti denominati in dollari. Questo potrebbe spingere alcune economie a cercare alternative, come
accordi di swap valutari o una maggiore diversificazione delle riserve valutarie.

Per quanto riguarda i mercati finanziari, è innegabile che siamo entrati in una fase di transizione, in cui le vecchie regole di investimento potrebbero non essere più valide. L’inflazione strutturale e i tassi di interesse più alti richiedono una revisione delle strategie di portafoglio e soprattutto una maggiore attenzione alla gestione del rischio. Questo comporta:

– una riallocazione degli investimenti. Gli investitori stanno già spostando capitali verso asset che offrono protezione contro l’inflazione, come materie prime (oro, argento, metalli industriali), titoli
indicizzati all’inflazione e settori difensivi (energia, utilities, beni di consumo di base). I titoli growth, come quelli tecnologici, potrebbero continuare a soffrire in un contesto di tassi più alti, mentre le imprese con flussi di cassa stabili e dividendi elevati potrebbero guadagnare appeal;

– una volatilità strutturale. La combinazione di tassi in aumento, incertezze geopolitiche e pressioni inflazionistiche manterrà i mercati in uno stato di volatilità elevata. Gli investitori dovranno
adottare strategie più dinamiche, come l’hedging tramite derivati o l’uso di ETF tematici legati a settori resilienti;

– un crescente interesse per gli asset alternativi. Criptovalute, asset digitali e infrastrutture fisiche (come impianti di energie rinnovabili) potrebbero attirare maggiore attenzione come strumenti di
diversificazione. Tuttavia, la loro volatilità e la regolamentazione incerta richiedono cautela.
Inoltre, la tendenza verso la deglobalizzazione, accelerata da conflitti geopolitici e dal desiderio di maggiore autosufficienza economica, avrà un ruolo chiave nel plasmare il futuro. Questo significa rilocalizzazione delle catene di approvvigionamento e probabili tensioni geopolitiche in crescita. Ma significa che per affrontare l’inflazione strutturale, potrebbe essere necessaria una maggiore cooperazione internazionale, ad esempio attraverso accordi per stabilizzare i mercati delle materie prime o per coordinare le politiche monetarie e fiscali.

Visto che parliamo di futuro che per definizione è incerto, riteniamo opportuno delineare tre scenari principali:

– quello ottimistico. Le banche centrali riescono a domare l’inflazione senza innescare una recessione globale, grazie ad un mix ben calibrato di politiche monetarie e fiscali. Gli investimenti in
produttività e transizione verde stimolano una crescita sostenibile, mentre la deglobalizzazione porta a una maggiore resilienza delle economie locali;

– quello intermedio (quello che ha maggiori probabilità). L’inflazione rimane elevata ma gestibile, con tassi di interesse stabilizzati a livelli moderati. La crescita economica rallenta, ma non si trasforma in una recessione profonda. I mercati finanziari si adattano gradualmente, con una volatilità persistente ma controllata; quello pessimistico.

Il mantenimento di un inasprimento monetario troppo aggressivo o shock esterni (es. nuove crisi geopolitiche) portano a una stagflazione globale, con alta inflazione e crescita stagnante. I mercati emergenti e le economie indebitate affrontano crisi sistemiche, mentre la fiducia dei consumatori crolla.


Antonio Tognoli testinaAntonio Tognoli

Ho iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.