“Mia figlia aggredita la sera prima, mio marito ucciso il giorno dopo. Adesso chiedo giustizia”
Chiesto il giudizio immediato per Rocco Modaffari, accusato di avere ucciso con un colpo di pistola Roberto Guerrisi dopo una lite tra famiglie il 28 dicembre. Fissata la data del processo. La moglie della vittima: “Io rimasta sola con tre figlie, per evitare tutto questo bastava chiedere scusa”
Boltiere. Sono da poco passate le otto di sera. Emanuela Crea torna a casa dopo una giornata di lavoro. Ad attenderla c’è Luna, una simpatica cagnolona che scodinzola nell’attesa di una carezza. E ci sono le sue adorate figlie: Simona, la più grande, ha 23 anni; Alessia, la più piccola, ne ha 16. Marika, nata nel mezzo, deve compierne 19. “Lei non c’è, perché sta preparando gli esami di maturità – si sente quasi in dovere di spiegare la mamma -. Al collo, in questi giorni, porta sempre un ciondolo con la foto del suo papà”. Si chiamava Roberto Guerrisi e aveva 42 anni. “Proprio come me – continua Emanuela, sua moglie -. Restare sola con tre ragazze non è semplice. Ho sempre lavorato saltuariamente come addetta alle pulizie, ma adesso che lui non c’è più sto cercando altro. Devo fare da mamma, ma anche un po’ da papà”.
A ricordare l’uomo che ha sposato ci sono le foto appese sulle pareti e adagiate sui mobili. E tante altre cose. Oggetti, parti della casa che aveva realizzato con le sue mani da artigiano. Anche se artigiano propriamente non era. “Sapeva fare tutto, mi creda. Dal lunedì al venerdì lavorava in Tenaris, il sabato c’era sempre qualche auto da sistemare nel cortile di casa. Fare il meccanico era la sua passione – spiega la moglie, abbozzando un sorriso malinconico -. In periodi di ristrettezze economiche, si era messo a fare tre lavori: dava una mano in una pompa di benzina e in un maneggio. Metteva la famiglia al primo posto, sempre”.
A questo punto, gli occhi di Emanuela si fanno lucidi. Gonfi di lacrime che stenta a trattenere. “Devo sapere perché me l’hanno strappato così. Per come era fatto mio marito, bastavano delle scuse e tutto si sarebbe risolto per il meglio. Invece…”. Invece Roberto Guerrisi è morto nel pomeriggio di un caotico 28 dicembre, davanti a una pensilina degli autobus, tra i morbosi sguardi degli automobilisti di passaggio che pensavano a un malore. Nessuno, a parte i parenti accanto a lui, poteva sapere – o anche solo immaginare – che ad ucciderlo era stata una mano assassina, armata di pistola, spuntata dalla fessura del cancello di un’autorimessa. La ‘Db Car’ di Pontirolo Nuovo, gestita dalla famiglia Bonfiglio. Il figlio del titolare è l’ex fidanzato di Simona, denunciato la sera prima ai carabinieri dalla giovane. “Avevo le labbra gonfie, in pronto soccorso a Zingonia mi hanno dato l’antidolorifico – ricorda la 23enne -. Una vicina di casa ha sentito le urla, io non so se avrei mai avuto la forza di chiamare i soccorsi”.
“Mia figlia Simona è la più ‘toccata’ da questa vicenda – fa sapere la madre -. Ha lasciato momentaneamente il lavoro. Tra alti e bassi, è seguita da un gruppo di psicologi molto bravi che spero possano continuare a darle supporto. Mio marito è andato dalla famiglia del suo ex ragazzo perché pretendeva spiegazioni – è la versione della donna -. Spiegazioni che non ha avuto, scuse che non ha ricevuto”. E ancora: “Come si può uccidere il padre di una ragazza che ha appena subìto un’aggressione? Qualcuno pensa mai a lei?”.
In storie come questa gli interrogativi si sprecano. Al contrario delle risposte, che sembrano non arrivare mai. Una parvenza di senso – sperano i familiari – potrebbe arrivare con l’inizio del processo il 30 settembre in Corte d’Assise, una data fissata dal tribunale pochi giorni fa dopo la richiesta di giudizio immediato del pm Giampiero Golluccio, titolare delle indagini. Sul banco degli imputati, accusato di omicidio volontario, c’è Rocco Modaffari: 58 anni, incensurato, zio dell’ex fidanzato di Simona. Secondo le ricostruzioni dei carabinieri, è stato lui a premere il grilletto, ferendo di striscio anche il fratello di Guerrisi, Salvatore.
“Anch’io c’ero – racconta con tono sofferto il cognato della vittima, Roberto Crea -. Ce ne stavamo andando, quando ho sentito un rumore e visto una scia di fumo nell’aria. Roberto indicava il punto dove era stato colpito, poi…”. Poi è crollato a terra. Guerrisi abitava a Boltiere, a poche centinaia di metri dal luogo dove è stato ammazzato. Prima di raggiungere l’autorimessa “si era acceso una sigaretta, ma aveva smesso di fumare da tempo – fa notare il cognato -, segno che era molto nervoso. Ho provato a calmarlo, gli ho detto di non prendere iniziative, ma non è servito”. Anche lui insiste: “Con delle scuse sarebbe tutto finito lì. Roberto amava profondamente le sue figlie. Diventava matto per loro, ma non era un uomo violento”. “Ero legatissimo a lui”, conclude mostrando orgoglioso il polso, dove ha tatuato un piccolo calice di vino: “Perché a tavola se ne concedeva sempre uno. Era la colonna della nostra famiglia”.
L’ordinanza del gip ricostruisce con dovizia di particolari quanto successo quel giorno. Sono più o meno le 14 quando Guerrisi varca per la prima volta la soglia della ‘Db Car’. Secondo i carabinieri di Treviglio e i colleghi del Nucleo Investigativo di Bergamo aveva un coltello. Nasce una “zuffa” (così la definisce il giudice) dove resta ferito alla spalla un ragazzo senegalese, legato a una delle figlie dei Bonfiglio. Dopo un primo momento di tensione, Guerrisi si allontana dall’officina. Torna mezz’ora dopo con altri parenti, ma trovano il cancello chiuso. La moglie di Rocco Modaffari è la prima ad avvicinarsi, raggiunta alcuni istanti più tardi dal marito che già impugna la Beretta calibro 6-35 con matricola abrasa, arma che detiene clandestinamente. Poco dopo, all’inferriata si avvicinano anche il titolare della ditta con il figlio, mentre un altro parente se ne sta in disparte con un coltello nascosto dietro la schiena. Quando gli animi sembrano raffreddarsi, con tanto di strette di mano, nelle immagini delle telecamere compare Rocco Modaffari: stringe l’arma nella mano destra, preme due volte il grilletto e uccide Guerrisi mirando ad altezza volto. Il proiettile attinge la regione orale e quella laterocervicale sinistra, recide l’arteria carotide e procura al 42enne una grave emorragia. Modaffari avrebbe agito in preda alla “paura”. Così, almeno, ha dichiarato nell’interrogatorio di convalida.
“Se è vero che c’erano appena state delle strette di mano, cosa può essere cambiato nel giro di pochi secondi per arrivare a sparare?”, si chiede Emanuela. A lei non risulta che il marito fosse armato. “E se lo fosse stato, gli avrei detto che stava sbagliando”. Entrambe le famiglie coinvolte sono di origini calabresi: “Ma questa non è affatto una faida, come ha scritto qualcuno lasciando intendere chissà che – vuole chiarire -. L’ex ragazzo di mia figlia era sempre a casa nostra. Durante le feste natalizie, mio marito gli aveva dato del salame e gli aveva detto: ‘tieni, portalo al tuo papà’. Non si conoscevano, ma per lui era un segno di amicizia. Di rispetto. Mio marito – ribadisce – non ha mai fatto male a nessuno, non ha mai avuto problemi con la giustizia. Quella stessa giustizia a cui io e le mia figlie, ora, ci affidiamo per andare avanti”. La famiglia Guerrisi si è rivolta ai legali Valentina Miceli e Carola Mantini dello studio Tirelli, mentre Rocco Modaffari all’avvocato Emanuele Occhipinti. Contattato, quest’ultimo ha preferito non rilasciare dichiarazioni.
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