La riflessione
Le bombe e la coscienza: quando il denaro tace è la coscienza che deve parlare ed insorgere
Serve una riflessione politica che riconosca come l’economia, privata di etica, diventa complice silenziosa della distruzione. Serve un’informazione che non si limiti a registrare le reazioni di borsa, ma che sappia alzare la voce quando il guadagno si fa sul sangue
Di fronte al fragore delle bombe, i mercati non tremano: ripartono. Ma cosa dice questo della nostra umanità?
Mentre i cieli di Gaza e dell’Ucraina si coprono di fumo e macerie, mentre i civili corrono sotto il sibilo dei missili, nel cuore silenzioso di Wall Street i numeri scorrono sui monitor con lo stesso ritmo impassibile. Le borse oscillano, cadono per un momento e poi risalgono. La guerra — per chi maneggia capitali — non è tragedia, ma opportunità.
Questo non è un grido ideologico. È un dato di fatto.
I mercati non si fanno intimidire nemmeno dalla guerra. Anzi, spesso ne traggono vigore. È la regola non scritta del cosiddetto “War Rally”: le azioni precipitano all’inizio, quando l’incertezza domina. Poi, paradossalmente, l’ordine apparente del conflitto rassicura gli investitori. I cannoni e i missili offrono una chiarezza brutale: la spesa militare salirà, le industrie belliche prospereranno, i governi apriranno i rubinetti della spesa pubblica. Il denaro troverà nuove strade. Il profitto tornerà.
È successo nella Seconda Guerra Mondiale, nella Guerra del Golfo, e più recentemente con l’invasione russa dell’Ucraina: dal 23 febbraio 2022, nonostante i lutti e la devastazione, l’indice S&P 500 ha registrato una crescita del 38%. Questo dato ci impone una domanda inquietante: che tipo di mondo è quello in cui le guerre si riflettono in guadagni finanziari e dividendi aumentati?
Per chi vive sotto le bombe, la guerra è la fine di tutto. Per i mercati globali, è spesso un nuovo inizio.
Il paradosso è violento. Ma ciò che inquieta di più non è l’aridità dei numeri, quanto la nostra crescente abitudine a considerarli normali. A ogni nuovo conflitto, si replica il medesimo copione: paura iniziale, volatilità, poi stabilizzazione. E infine, rally. Gli investitori si riorganizzano. Le aziende si riconfigurano. I flussi di capitali seguono nuove rotte. Tutto riparte — tranne le vite spezzate.
La guerra diventa una variabile tra le tante, un evento calcolabile, assimilabile. Non una tragedia umana, ma una spinta geopolitica. Il dramma collettivo di interi popoli viene sterilizzato in grafici e previsioni. Le esplosioni sui telegiornali fanno vendere armi, petrolio, acciaio. Le lacrime non fanno parte del bilancio trimestrale.
Ma se è vero che i mercati non hanno coscienza, noi sì. Ed è questo il punto.
Serve una tensione morale, un sussulto di dignità che interrompa questo automatismo crudele.
Serve una riflessione politica che riconosca come l’economia, privata di etica, diventa complice silenziosa della distruzione. Serve un’informazione che non si limiti a registrare le reazioni di borsa, ma che sappia alzare la voce quando il guadagno si fa sul sangue. Le guerre continueranno ad avere effetti economici. Ma a noi spetta il compito — individuale e collettivo — di non smettere mai di domandarci a che prezzo. E soprattutto: a beneficio di chi.
Il denaro è muto. Ma noi non possiamo più permetterci di esserlo.
* Savino Pezzotta, bergamasco, sindacalista e politico italiano, è stato segretario nazionale della Cisl.



