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Cittadinanza italiana agli stranieri: paura e sfiducia hanno vinto al referendum. Ecco perché

Affrontare per via referendaria la questione della cittadinanza è stato un tragico errore, compiuto per ragioni politiche cinicamente estranee al merito dei problemi

Bergamo. Il referendum abrogativo dell’8-9 giugno scorso denominato “Cittadinanza italiana: Dimezzamento da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale in Italia dello straniero maggiorenne extracomunitario per la richiesta di concessione della cittadinanza italiana” ha ottenuto 9 milioni e 700 mila voti a favore, quasi 5 milioni e 200 mila contrari.

Se nel 1992 gli stranieri regolarmente residenti in Italia erano circa 625 mila, attualmente sono 4,5 milioni. Il numero è destinato ad aumentare sia per la pressione che proviene soprattutto dall’Africa sia per l’aggravarsi del nostro inverno demografico: neonati in continuo calo, età media sempre più alta. La domanda che insorge drammatica è: noi Italiani del 2025 a chi lasciamo il nostro Paese, a chi affidiamo la nostra cultura, i nostri monumenti, le migliaia e migliaia di chiese, la nostra cucina, i nostri paesaggi?
Chi continuerà la nostra storia, che, wright or wrong, è la nostra? Perché, dunque, sui 51 milioni di aventi diritto al voto, hanno risposto SI al quesito solo 9 milioni e 700 mila persone?

La prima ragione è la paura, un dato di fatto con il quale fare i conti. Si tratta soprattutto di una paura culturale. Gli immigrati di area mussulmana sono portatori di una scala di valori diversa e spesso opposta a quella degli Italiani, costruita lungo i secoli dalla religione cristiana. Anche se i credenti sono ormai minoranza in Italia, restano le norme etiche cristiane introiettate. Un punto discriminante è il ruolo della donna: con o senza velo, le donne di provenienza islamica sono ferocemente oppresse in famiglia e nella società. Quanto alle seconde generazioni di immigrati, sono meno facilmente integrabili di quelle degli anni ’90. Dal nostro mondo i giovani figli di immigrati hanno preso solo un parte: “il discorso dei diritti”, non quello dei doveri. Esattamente come i giovani italiani, con cui frequentano le scuole e i luoghi di divertimento. Quando questi ragazzi e giovani immigrati calano verso il centro delle città o si concentrano attorno alle stazioni ferroviarie o si accalcano sugli autobus o nei Metrò fanno paura alle persone normali e soprattutto alle donne.

Quando nelle periferie delle grandi città interi quartieri cambia nel giro di pochi anni il paesaggio antropologico e “i bianchi” si trovano quasi improvvisamente minoranza, ecco, lì nascono le paure.

La seconda ragione è la sfiducia tutta italiana che gli Italiani hanno nella capacità delle Amministrazioni pubbliche e nello Stato di promuovere l’integrazione e, non ultimo, di far rispettare le leggi. Se un immigrato illegale viene intercettato, gli si consegna il foglio di via. Ma quello continua a girovagare per il Paese.

Quanto alla Scuola, non è organizzata per integrare il ragazzo in età scolare appena arrivato in barcone. Se, per esempio, ha dieci anni, ma ignora totalmente la lingua italiana, viene tuttavia burocraticamente assegnato al livello della quinta elementare. E lì possono succedere due cose: una maestra “inclusiva” costringe didatticamente tutti gli altri ragazzi ad aspettare che il neo-arrivato raggiunga il loro livello. Così, l’anno dopo i genitori ritirano i figli, le classi si svuotano dei “bianchi”. È un fenomeno americano che sta arrivando nelle nostre periferie. Se, invece, la maestra è “non inclusiva”, l’immigrato è destinato all’insuccesso scolastico e alla dispersione e si avvia ad un destino di emarginazione. La dispersione scolastica in Italia è di circa il 9%, ma quella degli stranieri è del 30%. “Una cifra pazzesca” l’ha definita il Ministro Valditara. Basterebbe istituire aree differenziate di apprendimento. Ma, come è noto, le classi differenziate sono un tabù. Così il passaggio dalla dispersione alla delinquenza diviene più facile: al 31 gennaio 2025, su 61.916 detenuti totali, 19.622 erano stranieri.
La morale di questa storia è che affrontare per via referendaria la questione della cittadinanza è stato un tragico errore, compiuto per ragioni politiche cinicamente estranee al merito dei problemi.


giovanni cominelliGiovanni Cominelli

*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano.
Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.