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Il carpentiere di Mapello, condannato in via definitiva all’ergastolo per l’omicidio della 13enne di Brembate Sopra, intervistato da Francesca Fagnani: “Come è finito il mio Dna sugli slip di Yara? Vorrei capirlo anch’io”

Una cosa è certa: Francesca Fagnani non è stata benevola come gli autori della docuserie Netflix. La conduttrice di Belve Crime ha intervistato in carcere a Bollate Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, la 13enne scomparsa il 26 novembre 2010 a Brembate Sopra e ritrovata senza vita il 26 febbraio 2011 in un campo a Chignolo d’Isola. Come sempre, l’ex operaio di Mapello ha proclamato in tv la sua innocenza. Ma a differenza del documentario televisivo targato Netflix, l’intervista andata in onda martedì 10 giugno in prima serata su Rai 2 ha avuto un taglio profondamente diverso. Senza dubbio lontano da quello “innocentista” – come l’hanno definito in molti – scelto dalla piattaforma di streaming.

A Bossetti, ovviamente, è stata data voce. “Sopravvivo all’ingiustizia – ha esordito -. Anche se venissi prosciolto, me lo auguro, sono sempre etichettato con questa accusa infamante. Mi sono sempre difeso con la mia sola arma: la verità. Ma non c’è verità per chi non vuole ascoltare”. Si è detto comprensivo verso il dolore di Fulvio Gambirasio e Maura Panarese, genitori di Yara: “La perdita di un figlio è inquantificabile. Non è fatta la giustizia che si dovrebbero meritare, perché si sarebbero dovute percorrere strade diverse”. Bossetti, tra le altre cose, ha parlato della sua l’infanzia, definita “tormentata”. E della sua storia familiare, anche quella segnata da controversie e difficoltà: dalla verità sul padre biologico all’infedeltà della moglie. Ha ricordato anche quando in cantiere lo chiamavano “il favola” perché – sostiene – non venendo pagato con regolarità, di tanto in tanto avrebbe inventato di essere malato di “tumore al cervello” per mancare al lavoro, sebbene non fosse vero.

A un certo punto, Fagnani ha chiesto all’ospite se fosse stato colto da un processo di rimozione del delitto. Bossetti ha negato (del resto, anche se fosse vero, come potrebbe ricordarlo?). Ha negato anche quando ha dichiarato di aver tentato il suicidio, ma di non ricordarlo: “È capitato che la testa era partita e mi sono ritrovato con una cintura al collo e la testa nel lavandino. Non so come è capitato”. Afferma di non essersi aspettato la sentenza di condanna. “Perché un quarantenne dovrebbe avventarsi contro una bambina?”, domanda lui stesso. L’intervista si concentra anche sulle ricerche a sfondo pornografico che gli inquirenti avrebbero trovato su internet: ricerche consensuali, fatte insieme alla moglie, come accade ad altre coppie, ha detto Bossetti, anche se non ha idea di chi possa avere fatto delle ricerche specifiche su “ragazzine rosse rasate”. Gli hanno detto – è la sua giustificazione – che quelle ricerche appaiono automaticamente quando si clicca inavvertitamente qualcosa.

Fagnani ha fatto notare che è il Dna nucleare a permettere un’identificazione, per la scienza e per la legge, al di là di ogni ragionevole dubbio. E ha domandato a Bossetti come mai il suo materiale biologico fosse presente appunto sugli slip e sui leggings della vittima. “È quello che vorrei capire anche io”, è stata la risposta di Bossetti. Si crede vittima di un complotto, si mostra dubbioso dinnanzi ai risultati dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, si lancia in giudizi su Fulvio Gambirasio. Colpevole, a suo dire, di essere andato al lavoro dopo che la figlia era scomparsa. E mentre Fagnani ripercorre la lunga ricerca del Dna Bossetti non batte ciglio: “Ignoto 1 non posso essere io”. Ultima domanda: “Il mio rapporto con Dio? A lui chiedo aiuto, non perdono. Non ho nulla da farmi perdonare”.

Tante parole, che si aggiungono alle tante, tantissime, già scritte su uno dei casi di cronaca più mediatici di sempre. Tante parole che, però, non aggiungono nulla alle sentenze. Alla fine – come ricordato dalla stessa Fagnani – le uniche che contano davvero.