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“I dati sul referendum fanno riflettere: i lavoratori non si sentono più una classe”
"Il Quarto Stato", dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo - foto da Wiki

Clementina Gabanelli, appassionata docente di diritto, commenta i risultati della consultazione referendaria che si è svolta nelle giornate di domenica 8 e lunedì 9 giugno

“I dati relativi alla partecipazione ai referendum che, come si pensava, non hanno raggiunto il quorum, fanno riflettere: probabilmente i lavoratori non si sentono più una classe. Questo termine sembra desueto, invece è molto attuale ed è utile per analizzare questi dati”. Così la professoressa Clementina Gabanelli, appassionata docente di diritto, commenta i risultati della consultazione referendaria che si è svolta nelle giornate di domenica 8 e lunedì 9 giugno.

L’affluenza, in base ai numeri definitivi, si è attestata a oltre 14 milioni di elettori, pari al 30,58%, quindi non è stata raggiunta la soglia per la validità della consultazione, che è pari al 50% +1 degli aventi diritto. Abbiamo intervistato Clementina Gabanelli chiedendole di commentare quanto emerso.

Che cosa si evince dal mancato raggiungimento del quorum a questi referendum?

Quello che emerge è il dato di una disaffezione generale alla politica che incide negativamente sulla partecipazione dei cittadini, che non vanno a votare. I costituenti avevano previsto il quorum per rafforzare l’istituto referendario: attraverso questo strumento i cittadini potevano prendere parola e decidere di intervenire in merito a una legge o a una parte di essa, ma a decidere non avrebbe dovuto essere una minoranza. Il voto sarebbe stato valido se a recarsi alle urne sarebbe stata la metà più uno degli elettori. Con il passare del tempo, negli ultimi anni, con l’uso che si è fatto della consultazione referendaria, il quorum è stato difficile da raggiungere.

Come mai?

Il referendum è stato usato come strumento per boicottare proposte non gradite da una parte politica piuttosto che un’altra e questo ha inciso negativamente sulla partecipazione. In questo modo, la consultazione referendaria ha perso la sua efficacia, ma non è detto che la decisione di non votare dipenda necessariamente dalla disaffezione alla politica: può essere dettata da motivi differenti, come la contestazione o il disinteresse verso i temi oggetto dei quesiti.

Ma questi quesiti non riguardavano temi concreti?

Si, sicuramente lo erano. Da diverse parti sono stati presentati come eccessivamente tecnici ma in realtà erano molto concreti e riguardavano la vita delle persone, aspetti pratici legati per esempio al lavoro e alle condizioni dei lavoratori. Mi spiace constatare che per i diritti sociali come quelli oggetto del referendum, quali il precariato o la sicurezza in ambito lavorativo, non ci sia una condivisione, un afflato comune che possa portare a prendere decisioni in materia. A mio parere, infatti, era un’occasione per far sì che i cittadini potessero intervenire su leggi inerenti aspetti fondamentali della vita delle persone: è un argomento che va molto analizzato e si inserisce in una tendenza in atto da ormai diversi anni.

A che cosa è dovuta la percezione di lontananza di questi temi dalla vita delle persone?

A mio avviso è legata a un mancato coinvolgimento sui diritti sociali da parte delle persone, anche dovuto all’atomizzazione del mondo del lavoro: di fatto non c’è più un movimento di lavoratori adeguatamente rappresentato in politica. Negli anni Settanta il referendum sul divorzio e sull’aborto avevano avuto una partecipazione molto ampia: si svolsero in momenti diversi rispetto ai giorni nostri, in quegli anni forse non si conosceva ancora bene il meccanismo di funzionamento di questo strumento, ma vertevano su diritti civili che probabilmente venivano percepiti come più coinvolgenti rispetto agli interessi personali e la vita delle persone. La sicurezza e i diritti sul lavoro hanno implicazioni sociali e personali molto forti, ma ha prevalso il tentativo di boicottare il referendum perpetrato da una parte politica. Emerge che i lavoratori non si sentono più una classe: questo termine sembra desueto, invece è molto attuale ed è utile per analizzare questi dati.

Come mai i lavoratori avrebbero perso la sensazione di appartenere a un’unica classe?

Le motivazioni sono molteplici. A mio parere le cause sono dovute alle trasformazioni della società, alla parcellizzazione del lavoro, alle nuove forme di occupazione, alla grande diffusione dei contratti a termine o atipici che rendono i lavoratori quasi invisibili. Ritengo che tutti questi fattori abbiano influito portando le persone a non considerare quanto gli argomenti sollevati dal referendum siano d’interesse sociale e riguardino la vita dei lavoratori, compresa la loro sicurezza con ripercussioni anche sulla loro salute.