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Il suicidio dell’istituto referendario

Il risultato di questo incrocio di cinismi è che l’elettore è stato lasciato a piedi e che la politica nel suo complesso appare ridicola

Se è un suicidio, occorre constatare dire che è “suicidio assistito”.

Da chi? Dai partiti. Non sono mai stati entusiasti dell’interferenza diretta dei cittadini nell’attività legislativa. L’istituto referendario era stato introdotto dall’art. 75 della Costituzione del 1948, a beneficio della sovranità popolare legislativa diretta. Tuttavia la legge n. 352, che ne disciplina l’esercizio, è stata approvata assai tardivamente, dopo il ’68, il 25 maggio 1970. Si tratta di referendum abrogativo: i cittadini possono solo abolire una legge o parti di essa, dando luogo ad una nuova formulazione legislativa.

Il “referendum costituzionale confermativo”, previsto dall’art. 138 della Costituzione, può approvare o respingere una legge di revisione costituzionale o altra legge costituzionale.

La differenza fondamentale tra i due tipi di referendum è che il referendum abrogativo deve raggiungere il 50%+1 dei votanti per essere valido. Quello confermativo non ha bisogno di quorum.
Ma qui cominciano i problemi. L’indicazione minuziosa degli articoli e dei commi di legge da abolire ha sempre impedito, a causa della sua esasperata tecnicalità, una formulazione limpida e comprensibile. È il caso degli attuali quesiti sul lavoro.

Dal 12 maggio del 1974 – giorno della vittoria del “No” all’abolizione della Legge n. 898, “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio” – il ricorso al referendum come espressione della volontà legislativa popolare diretta si è moltiplicato. L’istituto del referendum ha conosciuto un’ascesa rapida ed un lungo inarrestabile declino. La causa del declino non è la malavoglia dei cittadini di manifestare la propria volontà, ma quella dei partiti di renderla esecutiva. È accaduto più di una volta che quella volontà, limpidamente espressa, sia stata aggirata dai partiti in Parlamento. Il caso certamente più clamoroso è stato quello del referendum del 18 aprile 1993 sull’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti. Oltre il 90% degli elettori votò per abolire il finanziamento pubblico, che fu effettivamente abolito. Ma il Parlamento con la Legge n. 157 del 1999 lo reintrodusse, ribattezzandolo “rimborso elettorale”.

C’è, tuttavia, un altro modo per rendere inutile il referendum: è quello di non prendere sul serio la discussione sui suoi quesiti. Ed è quanto è accaduto in questo 2025. Il centro-sinistra che ha
proposto, nelle sue componenti fondamentali, i quesiti, ha finito per non discuterli. E ciò per ragioni di cattiva coscienza. Per quanto riguarda i quesiti sul mercato del lavoro, esso chiede di abolire dei provvedimenti legislativi, che pure a suo tempo aveva entusiasticamente approvato con il Governo Renzi nell’agosto del 2014.

Quanto al centro-destra si è detto contrario al referendum abrogativo, al punto che la Presidente del Consiglio ha pre-annunciato un “coup de theatre”: presentarsi al seggio, ma non ritirare le schede. Peccato che sempre in quell’anno 2014 la Meloni si fosse opposta all’approvazione del Jobs Act. Se si oppose allora alla sua approvazione, perché opporsi ora alla sua abolizione? Si può sempre cambiare opinione, si intende. Ma chi fa politica dovrebbe spiegarlo ai cittadini, sempre che se ne voglia rispettare l’intelligenza. Come è evidente, il merito delle questioni è stato indecentemente by- passato. Naturalmente c’è una “ratio”, se vogliamo usare un eufemismo. Il centro-sinistra utilizza ogni mezzo possibile per verificare la propria consistenza, per allargare un “campo” che, almeno finora, ha mostrato confini incerti.

La Schlein utilizza i referendum per accumulare forze per le elezioni del 2027, ma anche per regolare conti interni. Simmetricamente il centro-destra, a parte Noi-Moderati, punta sul fallimento
dell’operazione referendaria, cioè sul fallimento dell’obiettivo-quorum non per ragioni di merito, ma perché il campo largo ne uscirebbe più ristretto e più diviso.

Il risultato di questo incrocio di cinismi è che l’elettore è stato lasciato a piedi e che la politica nel suo complesso appare ridicola.


giovanni cominelliGiovanni Cominelli

*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano. Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.