Cattelan a Bergamo, tutto dipende da chi e da come si sceglie di guardare
Una mostra-show: l’artista rispecchia pienamente la sua arte. Spettacolo, ironia, trasgressione, gioco. Ma oltre questo, cosa c’è? E soprattutto: quanto è costato tutto ciò? La risposta è: sicuramente tanto. E questo porta a inevitabili riflessioni
Bergamo. Un mondo, un linguaggio, un’espressione trasgressiva, disturbante e provocatoria, quella di “Seasons”, la mostra di Maurizio Cattelan articolata in quattro tappe attraverso la città di Bergamo. Cinque opere come riflessione sulla ciclicità della vita e della storia, sulle generazioni, sull’ascesa dei valori e sulle trasformazioni dell’individuo e della società.
Una mostra meditativa, che si confronta con i nodi irrisolti della storia italiana, come il fascismo mai del tutto scomparso, e con le fragilità del nostro tempo. Una profondità che, a volte, non possiamo sempre cogliere al primo sguardo, alla prima visita e che lascia il posto a perplessità e confusione. Un nome importante, quello di Cattelan, che sicuramente apre le porte di Bergamo al mondo. Un nome che non può che suscitare a tutti clamore, curiosità, interesse. Ma sulla sua arte pareri divisi, contrastanti: c’è chi lo apprezza, chi non lo comprende, chi condivide le sue riflessioni e chi le nega.
Una mostra-show: l’artista rispecchia pienamente la sua arte. Spettacolo, ironia, trasgressione, gioco. Ma oltre questo, cosa c’è?
E soprattutto: quanto è costato tutto ciò?
La risposta è: sicuramente tanto. E questo porta a inevitabili riflessioni: arte come strumento economico, come veicolo di interessi personali, di arricchimento privato? Oppure arte al servizio delle persone e della comunità, come viene raccontato? Domande su cui dibattere, e alle quali forse non si potrà mai dare una risposta definitiva. Tutto dipende da chi guarda e da dove si sceglie di guardare.
Possono sovrapporsi diversi strati di interpretazione, che generano conseguenze e influiscono inevitabilmente sulla potenza del messaggio e sulla nostra percezione.
Quanto siamo disposti a farci investire? A spingerci oltre? O forse è proprio ciò che vediamo che ci blocca?
“November”: c’è chi la trova disgustosa, un’opera forse troppo trasgressiva per l’importanza del contesto (Palazzo della Ragione)? Chi la rifiuta, vedendo solo un senzatetto con il membro scoperto. E c’è chi, invece, coglie qualcosa di più: marginalità? Decadenza? Libertà?
Di fronte a questo tipo di esposizioni, cosa vede davvero il pubblico? Cosa cerca? Dissacrazione, originalità, trasgressione: è questo che oggi affascina?
Tutto ciò che esce dai nostri schemi riesce a colpirci, a catturare la nostra attenzione, rendendosi automaticamente interessante?
Un altro quesito senza risposta. Perché, ancora una volta, tutto dipende da chi guarda e da come guarda.
Ma soprattutto, il mondo potrebbe davvero fare a meno dell’arte contemporanea?
Forse no. Ed è proprio qui che risiede la sua forza, la sua bellezza: in quella tensione continua tra attrazione e repulsione, tra realtà e ridicolo, tra comprensione e smarrimento.






