Logo

Temi del giorno:

Referendum: il lavoro si riforma con il futuro, non con i ritorni ideologici
Gianmarco Gabrieli, Presidente Italia Viva Bergamo

Gianmarco Gabrieli, Presidente Italia Viva Bergamo, interviene sui referendum di domenica 8 e lunedì 9 giugno

In vista dei referendum dell’8 e 9 giugno, sento il dovere di contribuire al dibattito, condividendo una posizione netta e chiara, in quanto ritengo che i quesiti sul tema del lavoro rappresentino l’ennesimo tentativo di riportare il dibattito politico su binari ideologici, lontani dalle vere urgenze del Paese. Io andrò a votare, ma ritirerò soltanto la scheda n. 5, quella sulla cittadinanza.
Sugli altri quesiti, invece non ritirerò la scheda in quanto nutro forti perplessità, quando non contrarietà. Sinteticamente cercherò di affrontarne il motivo con una breve analisi.

Il primo quesito, per i lavoratori di ditte con più di 15 dipendenti, non ripristina l’articolo 18, come spesso si lascia intendere, ma ci riporterebbe alla disciplina Monti-Fornero, con una riduzione degli indennizzi monetari in caso di licenziamento ingiusto e che, in caso di reintegro, come osservano molti giuristi, non amplierebbe sostanzialmente le tutele per i lavoratori ma, come ho già precisato, addirittura ne toglierebbe ad alcune categorie.

Il secondo quesito, che affida al giudice la determinazione piena dell’indennizzo, aumenterebbe solo l’incertezza per le imprese, danneggiando soprattutto quelle più piccole, che hanno bisogno di regole stabili e prevedibili per poter assumere. L’incertezza giuridica non è mai un vantaggio, né per chi assume né per chi cerca lavoro. L’unica certezza, dati i tempi lunghi della giustizia, è il vantaggio per chi assiste le parti nel processo.

Sul terzo quesito — quello sulla causale obbligatoria per i contratti a termine — possiamo anche condividere lo spirito, ma la misura è inefficace.
L’indicazione formale di una causale non elimina la precarietà. Al contrario, può incentivare pratiche fittizie o contenziosi legali che aggravano solo il sistema.
Il quarto quesito propone una responsabilità automatica del committente negli appalti, anche in situazioni fuori dal suo controllo. È giusto rafforzare la sicurezza, ma serve un equilibrio tra tutela e responsabilità: altrimenti si rischia di bloccare lavori necessari, scoraggiare imprese e generare effetti distorsivi. Ben venga il piano del Governo da 1,2 miliardi per la sicurezza sul lavoro, ma serve legiferare bene, non semplificare male.

Da quando è stato introdotto il Jobs Act, che questi referendum vogliono amputare, il mercato del lavoro è cambiato e nel prossimo futuro cambierà ancora più velocemente. Parlare ancora di articolo 18 come se fosse il fulcro del problema significa ignorare ciò che accade nei territori. A Bergamo, con una disoccupazione sotto il 2%, il problema non sono i licenziamenti ma i salari.

I salari netti sono troppo bassi rispetto al costo complessivo del lavoro, e le imprese, specie le piccole e medie, sono soffocate da un cuneo fiscale tra i più alti d’Europa. L’aumento dei salari netti implicherebbe un aumento più del doppio del costo del lavoro a carico delle aziende mettendole fuori mercato, occorre quindi aumentare i benefit dei dipendenti, con un aumento degli incentivi fiscali stabili per chi investe in welfare aziendale, sanità integrativa, formazione continua. In una fase in cui la sanità pubblica mostra evidenti lacune, lo Stato dovrebbe premiare chi rafforza la
protezione sociale attraverso soluzioni collettive e contrattuali. Non servono battaglie simboliche, servono strumenti nuovi.

A livello nazionale, poi, c’è un altro enorme problema rimosso dal dibattito: i salari dei dipendenti pubblici. A differenza di quelli del settore privato, legati al mercato e al territorio, quelli pubblici sono livellati ovunque. È illusorio pensare che un insegnante o un carabiniere possa vivere con lo stesso stipendio a Milano o Bergamo e in una città “periferica”. Servirebbero forme di premialità collegate al reale costo della vita, senza tabù ideologici: chiamiamole pure “liberalità”, se la parola “gabbie” fa ancora paura. Ma non si può ignorare la geografia nella politica salariale.

Sul quinto quesito, quello sulla cittadinanza ritirerò la scheda e voterò sì, non perché pensi che cinque anni di residenza siano sufficienti per diventare italiani — credo sia necessario un percorso più lungo e serio — ma perché è giunto il momento di lanciare un segnale politico chiaro.

L’attuale normativa è troppo rigida e la burocrazia è paralizzante: i tempi per il rinnovo dei permessi di soggiorno sono inaccettabili, così come quelli per ottenere la cittadinanza una volta maturato il decimo anno di residenza. Voterò sì, perché serve più coraggio nel riconoscere come italiani chi lo è già nei fatti e chi vuole vivere nella legalità, perché vive, lavora, studia e contribuisce da anni alla nostra comunità. Chi vuole delinquere non aspetta di certo il riconoscimento della cittadinanza.

Inoltre, mi permetta di difendere anche la scelta di non ritirare alcune schede o di non recarsi al voto per il referendum, perché questa non è una mancanza di senso civico. Anzi. È una forma di partecipazione critica e pienamente costituzionale. La nostra Costituzione prevede che, per essere valido, un referendum debba raggiungere il quorum. Questo implica che anche l’astensione è una scelta politica legittima, tanto quanto il sì o il no.

E io, personalmente, non intendo contribuire al raggiungimento del quorum su quesiti che reputo inadeguati, talvolta persino dannosi, e che rischiano di alimentare un clima di scontro più che di riforma. L’Italia ha bisogno di riforme vere, non di nostalgie. Il lavoro si difende con il coraggio di innovare, non con il ritorno a modelli che hanno già mostrato i propri limiti.

Gianmarco Gabrieli
Presidente Italia Viva Bergamo