Referendum, i consiglieri regionali bergamaschi: “Sì a cittadinanza e subappalti”, “Non voto”
I seggi saranno aperti domenica 8 e lunedì 9 giugno
Mancano ormai pochi giorni al referendum su lavoro e cittadinanza. Saranno cinque i quesiti referendari in merito ai quali i cittadini saranno chiamati a esprimersi l’8 e il 9 giugno: il primo quesito riguarda il reintegro nel posto di lavoro per licenziamento ingiustificato, il secondo propone di eliminare il tetto agli indennizzi nei licenziamenti delle piccole imprese, il terzo è finalizzato a contrastare l’abuso dei contratti a termine, il quarto interviene sulla responsabilità delle imprese negli appalti in caso di infortuni e il quinto prevede la riduzione da 10 a 5 anni del requisito di residenza per ottenere la cittadinanza italiana.
Si tratta di cinque referendum abrogativi: attraverso questo strumento si ha la possibilità di decidere di annullare – in via totale o parziale – una legge o un atto avente valore di legge. Perché il referendum sia valido deve votare la metà più uno degli elettori aventi diritto. È possibile che si raggiunga il quorum solo per uno o più quesiti. In caso contrario le norme per le quali il quorum non viene raggiunto resteranno in vigore.
Le urne saranno aperte domenica dalle 7 alle 23 e lunedì dalle 7 alle 15: che cosa voteranno assessori e consiglieri regionali bergamaschi? Li abbiamo contattati chiedendo se si recheranno ai seggi, nel caso, come si esprimeranno e per quali motivi.
In giunta
L’assessora alle Infrastrutture e opere pubbliche, Claudia Terzi (Lega), afferma: “Non andrò a votare. In caso di referendum anche l’astensione ha un valore e intendo così esercitare il mio diritto di scelta”.
L’assessore regionale alla Casa e Housing Sociale, Paolo Franco, comunica che non parteciperà al voto al referendum. “La non partecipazione al voto – dichiara – costituisce una prerogativa costituzionalmente garantita e, in questo caso, rappresenta una scelta consapevole, condivisa anche da altri rappresentanti della maggioranza di governo. Questioni così rilevanti meritano di essere discusse e approfondite nelle sedi istituzionali più appropriate, come il Parlamento, attraverso un confronto serio, trasparente e responsabile. Con questa posizione, si intende riaffermare il valore del metodo democratico e del rispetto delle istituzioni, evitando che questioni fondamentali vengano ridotte a slogan o a semplificazioni improprie”.
In consiglio regionale
Sono differenti le posizioni fra gli esponenti delle diverse forze politiche in consiglio regionale.
Il consigliere del Partito Democratico, Davide Casati, spiega: “Parteciperò al voto referendario dell’8/9 giugno e risponderò a tutti e 5 i quesiti. Votare non è solo un diritto ma anche un dovere che irrobustisce il diritto stesso. Mi auguro che tante persone vadano a votare, con le proprie idee e convinzioni. Io personalmente voterò sì al quesito che riguarda la cittadinanza e a quello che riguarda la responsabilità in caso di subappalti”. E Jacopo Scandella (Partito Democratico): “Sono stato d’accordo fin dall’inizio sul referendum cittadinanza, credo che diminuire da 10 a 5 gli anni di residenza richiesti per chiederla – non ottenerla, ma chiederla – sia giusto e vada nella direzione di integrare più rapidamente quelle persone che vivono in Italia e che vogliono essere italiane. Non ho invece condiviso, a monte, la scelta di indire dei referendum sul lavoro che creavano divisioni sia all’interno dei partiti di opposizione sia tra le forze sindacali. Una volta chiamati ad esprimerci, andrò però a votare per tutti i quesiti, esprimendo il sì per quelli sulla cittadinanza e la responsabilità sui subappalti”.
Nelle file di Fratelli d’Italia, invece, Pietro Macconi specifica: “Non andrò a votare. Questa decisione non è dettata dal fatto che me l’abbia detto Giorgia Meloni ma è dovuta a tre semplici motivazioni pratiche e concrete. La prima riguarda lo strumento in sé: si tratta di un referendum abrogativo e tale tipologia di consultazione nel nostro Paese raggiunge il quorum difficilmente. La seconda, invece, è legata all’effettiva efficacia che ne deriva: storicamente, nelle rare volte in cui si è raggiunto il quorum, quanto emerso dal voto è stato facilmente aggirato dalla politica. Infine, la terza ragione si riferisce ai contenuti dei quesiti referendari: il referendum è promosso dalla Cgil e da Landini, che è l”ultimo marxista leninista’ in circolazione e vuole correggere norme varate dalla sinistra al governo che già non erano sufficienti a dare la necessaria flessibilità al mercato del lavoro che, qualora si raggiungesse il quorum e vincesse il sì, risulterebbe irrigidito. Diviene, quindi, un’occasione di propaganda per Landini e la Cgil a cui non voglio prestarmi”.
Sulla stessa lunghezza d’onda Giovanni Malanchini (Lega): “Non andrò a votare, ho l’agenda piena di appuntamenti. Se trovassi tempo lo impiegherei a godermi le beghe tra la Cgil e molti esponenti del PD che non riconosceranno l’incondizionato e spudorato sostegno che hanno sempre ricevuto dal sindacato”.
La posizione di Jonathan Lobati (Forza Italia) è questa: “Andrò al seggio e ritiro solo la scheda della cittadinanza e lì voterò no. Il non voto ai quesiti Cgil è per rendere evidente le scelte fallimentare fatte del partito democratico e del suo allora segretario che a distanza di soli 10 anni vogliono azzerare le loro stesse riforme. Il voto contrario invece al quesito sulla cittadinanza perché sono in linea con la Posizione di Forza Italia su questo tema “.
Infine, Ivan Rota (Forza Italia) commenta: “Non andrò a votare. Non condividendo i quesiti referendari, eserciterò il mio diritto di astenermi affinché non si raggiunga il quorum costituzionalmente richiesto”.


