Maurizio Cattelan torna a Bergamo, geniale e dissacrante come sempre
L’artista sceglie la città per presentare la mostra “Seasons”. E forse è proprio questa la sua stagione migliore: lontano da banane appese con il nastro adesivo, ma libero di esprimere concetti e lanciare nuovi messaggi
Bergamo. “La bella di Lodi” di Alberto Arbasino. “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino. “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi. La provincia dà soddisfazioni. Luogo ideale per scappare, tornare e ripartire. Perché come scriveva Cesare Pavese, “Un paese ci vuole, non fosse che per andarsene”.
C’è chi pensa di andarsene a prendere altisonanti nomi. E grandi artisti che credono fermamente che la provincia sia la terra ideale, una tela bianca magnifica, dove operare.
È il caso di Maurizio Cattelan, 64 anni, che ha deciso di scegliere Bergamo per presentare “Seasons“, stagioni. Ma forse è questa la sua stagione migliore. Lontano da banane appese con il nastro adesivo e distante da aste mirabolanti, ma libero di esprimere nuovi concetti e lanciare messaggi sul domani.
Guardare negli occhi il passato, interrogarlo, riconoscerlo e smascherare il suo ritorno, in forme nuove, nei nostri giorni. Una riflessione, quella di Cattelan nella sua nuova mostra “Seasons”, sulla ciclicità della vita e della storia, sulle generazioni, sull’ascesa dei valori e sulle trasformazioni dell’individuo e della società. Una mostra meditativa, che si confronta con i nodi irrisolti della storia italiana, come il fascismo mai del tutto scomparso, e con le fragilità del nostro tempo. Qui l’arte di Cattelan ricorda, disturba, impone delle domande più che offrire risposte.
“Seasons” si snoda come un percorso visivo attraverso la città di Bergamo, toccando spazi pubblici e istituzionali, dal Palazzo della Ragione alla sede storica della Gamec. Le quattro opere in mostra nascono da ciò che Maurizio Cattelan ha vissuto, osservato e interiorizzato: un confronto insieme personale e collettivo con il tempo.
Tra queste, Hitler inginocchiato, con il volto coperto da un sacchetto, rappresenta una minaccia senza volto. Non è più solo un’immagine storica, ma uno specchio che costringe chi guarda a proiettare qualcosa di sé.
Empire racchiude un paradosso: un mattone, simbolo al tempo stesso di costruzione e di protesta, è imprigionato in una bottiglia di vetro. Allude a un gesto di ribellione che resta potenziale, un desiderio di rottura che non riesce a compiersi.
L’aquila, emblema tradizionale di forza e potere, viene invece mostrata, nell’ex oratorio di San Lupo, nel suo momento più fragile, restituendo al mito una dimensione di vulnerabilità.
November posizionata in uno dei luoghi più iconici di Bergamo Alta, richiama il tema della marginalità e dell’indifferenza, ma è anche un omaggio alla libertà che, talvolta, i più deboli e vulnerabili possono incarnare.
Le quattro sculture, seppur autonome, dialogano tra loro come voci di un’unica riflessione: su chi siamo, su ciò che abbiamo dimenticato, su ciò che rischiamo di diventare.



