Bergamo, i consiglieri comunali sul referendum: “5 sì”, “Ho dei dubbi”, “Non voto”
Le urne saranno aperte domenica 8 e lunedì 9 giugno: abbiamo chiesto a sindaca, assessori e consiglieri comunali se si recheranno ai seggi, che cosa voteranno e perché
Bergamo. Spaziano dal lavoro alla cittadinanza i cinque quesiti referendari in merito ai quali i cittadini saranno chiamati a esprimersi l’8 e il 9 giugno. Il primo quesito riguarda il reintegro nel posto di lavoro per licenziamento ingiustificato, il secondo propone di eliminare il tetto agli indennizzi nei licenziamenti delle piccole imprese, il terzo è finalizzato a contrastare l’abuso dei contratti a termine, il quarto interviene sulla responsabilità delle imprese negli appalti in caso di infortuni e il quinto prevede la riduzione da 10 a 5 anni del requisito di residenza per ottenere la cittadinanza italiana.
Si tratta di cinque referendum abrogativi: attraverso questo strumento si ha la possibilità di decidere di annullare – in via totale o parziale – una legge o un atto avente valore di legge. Perché il referendum sia valido deve votare la metà più uno degli elettori aventi diritto. È possibile che si raggiunga il quorum solo per uno o più quesiti. In caso contrario le norme per le quali il quorum non viene raggiunto resteranno in vigore.
Le urne saranno aperte domenica dalle 7 alle 23 e lunedì dalle 7 alle 15: che cosa voteranno la sindaca di Bergamo, Elena Carnevali, gli assessori e i consiglieri comunali di Palazzo Frizzoni? Li abbiamo contattati chiedendo se si recheranno ai seggi, nel caso, come si esprimeranno e per quali motivi.
La sindaca
La posizione della sindaca di Bergamo, Elena Carnevali, è questa: “I referendum dell’8 e 9 giugno invitano cittadini e cittadine a esprimersi su temi concreti che riguardano il mondo del lavoro e la proposta di ridurre da 10 a 5 anni il periodo di residenza richiesto per ottenere la cittadinanza italiana. Una misura che riguarda persone che vivono, lavorano, pagano le tasse e contribuiscono ogni giorno alla crescita sociale ed economica del nostro Paese. Su quest’ultimo voterò con particolare convinzione Sì. È un momento importante di partecipazione democratica: pertanto invito a recarsi alle urne ed esprimere il proprio voto. Parteciperò al voto su tutti e cinque i quesiti, ritirando tutte le schede”.
“Nel valutare i referendum che riguardano il lavoro – continua la sindaca – il mio giudizio sulla legge 183/2014, cosiddetto Jobs Act, rimane positivo. Una legge di riforma del mercato del lavoro, che ho votato da parlamentare insieme alla quasi totalità del gruppo PD alla Camera dei Deputati, che ha introdotto l’allungamento dell’indennità di disoccupazione (Naspi), una protezione indennitaria più robusta, l’abolizione delle dimissioni in bianco, delle co.co.pro. e delle false partite Iva, e ha offerto maggiori tutele ai cosiddetti “rider”, oltre all’introduzione di più forti politiche attive anche se, ancora in parte, da implementare. Non condivido i due quesiti che intendono abrogare parte del Jobs Act né quello relativo alle piccole imprese. Per quanto riguarda quello sul tema delle tutele crescenti, che la Corte Costituzionale ha già modificato, l’indennizzo in caso di licenziamento si ridurrebbe da un massimo di 36 mensilità a un massimo di 24. Sul tempo determinato, rilevo che negli ultimi dieci anni i contratti di questa tipologia sono scesi da circa il 20% al 14% del totale dei contratti, in linea con gli altri paesi europei. Per tutti e tre i quesiti, temo che l’approvazione in mancanza di una norma sostitutiva possa generare maggiori contenziosi e un quadro più incerto. Ci sono criticità che vanno affrontate con urgenza: la stagnazione delle retribuzioni, la necessità di investire in una formazione continua e mirata, il salario minimo. Voterò sì, infine, al quesito sulla responsabilità solidale negli appalti. La sicurezza non deve infatti essere sacrificata lungo le catene dei subappalti. Anche per questo, come Amministrazione, abbiamo fatto del contrasto agli infortuni sul lavoro una priorità, con la firma del protocollo cantieri insieme a Cgil, Cisl e Uil Bergamo”.
Gli assessori
Voteranno cinque sì Marzia Marchesi, assessora con deleghe ai Servizi per l’infanzia, educativi e scolastici, Politiche giovanili, Tempi e orari, Pari opportunità, Educazione alla legalità, Intercultura e Pace (“Andrò convintamente a votare, saranno 5 si”) e Oriana Ruzzini, assessora a Transizione ecologica, Ambiente e Verde: “Andrò a votare convintamente per i 5 sì. Come Alleanza Verdi Sinistra ci siamo spesi molto per questo referendum, è più che opportuno aumentare le tutele per i lavoratori e sostenere la nuova cittadinanza, ampliando il perimetro dello stato di diritto”.
Dal canto suo, Claudia Lenzini, assessora alle Politiche della casa, Partecipazione e Reti di quartiere del Comune di Bergamo, afferma: “Sicuramente andrò a votare e ritirerò tutte le schede relative ai quesiti referendari. Sicuramente, già ora ne sono certa, voterò sì per quanto riguarda la riduzione del termine per poter richiedere la cittadinanza”.
I consiglieri comunali
Sono differenti le posizioni fra gli esponenti delle varie forze politiche nel consiglio comunale di Bergamo.
NELLA MAGGIORANZA
Stefano Chinotti, consigliere del Partito Democratico, evidenzia: “Andrò certamente a votare al referendum. Secondo me è un atto di responsabilità e non ci si può sottrarre. Esprimerò cinque sì: per quanto riguarda i quesiti sul lavoro, credo che sia importante tornare a una maggior tutela nei confronti dei lavoratori che vengono ingiustamente licenziati, quindi sono favorevole all’abrogazione del divieto della reintegra. Inoltre, penso che vadano limitati i lavori con contratto a termine e che debba esserci la responsabilità solidale della committenza per i rischi che possono derivare dall’esecuzione di un lavoro in quanto è importante garantire un ambiente lavorativo sicuro. E sono favorevole al dimezzamento da dieci a cinque anni del tempo di residenza legale in Italia per ottenere la cittadinanza”.
Silvia Gadda (Partito Democratico) sottolinea l’importanza del voto: “Domenica andrò convintamente a votare al Referendum. Si tratta di uno strumento per far sentire la voce di ognuno di noi. Se non si partecipa è certo che vincano gli interessi di pochi, mentre votare ci permette di scegliere e decidere. Nel mio caso sceglierò 5 sì. I quesiti di per sé sono formulazioni complicate, ma la scelta che facciamo è molto concreta. I primi 4 quesiti propongono di modificare l’attuale legislazione sul lavoro per ridurre i licenziamenti illegittimi (cioè non motivati da reali inadempienze) e per dare più diritti ai lavoratori di piccole e medie imprese. Oggi, anche grazie alle nuove tecnologie e al digitale, esistono società con pochi addetti ma che producono grandi margini e che, dunque, hanno lo spazio per creare condizioni di lavoro più dignitose. Lo stesso in tema di sicurezza: ogni anno qui in Italia muoiono 1000 persone sul lavoro, spesso in contesti dove per ridurre i costi si lucra sulla vita delle persone. Sono 3 persone al giorno; e se fossero mia figlia o mio figlio, la mia vicina di casa? Stare a guardare significa rendersi complici di tragedie che spezzano intere vite e famiglie. Votare sì significa andare incontro ai bisogni delle persone comuni e, al tempo stesso, favorire le aziende serie che rispettano le persone e che hanno diritto di competere in un mercato non inquinato da chi specula sulla pelle di chi lavora”.
“L’ultimo quesito – prosegue Silvia Gadda – riduce da 10 a 5 gli anni di residenza legale in Italia necessari per diventare cittadine e cittadini italiani. È un atto di civiltà. L’estensione del diritto di cittadinanza non è una concessione: è un atto di civiltà. È uno strumento potente di integrazione e coesione sociale. Come per il diritto al divorzio, siamo chiamati a scegliere che paese vogliamo essere: un paese plurale che accoglie ed include, o un paese dove per stare a galla mandiamo altri sott’acqua. Da donna, da mamma, da cittadina italiana, so che Bergamo ha un cuore grande. Alle mamme e ai papà, alle donne dico: andiamo a votare, facciamo sentire chi siamo e che contiamo”.
Gianluca Spitalieri, consigliere della Lista Carnevali, osserva: “Andrò a votare e voterò 5 sì. Voterò perché sono convinto che la vittoria dei quattro sì rafforzi i lavoratori e le lavoratrici e il loro diritto a non essere licenziati illegittimamente, mentre ritengo che il quinto permetta a circa 2 milioni e mezzo di migranti di chiedere la cittadinanza e di potersi integrare in senso pieno e poter esercitare i diritti costituzionali, a partire dal diritto al voto”.
Anche Romina Russo (Partito Democratico) andrà a votare: “Voterò 5 sì. Per contrastare la precarietà, tutelare i lavoratori e le lavoratrici contro i licenziamenti illegittimi, aumentare la sicurezza sul lavoro e per una società più inclusiva con la riduzione del numero di anni per chiedere la cittadinanza italiana”. Dello stesso avviso Regina Barbò (Partito Democratico): “Andrò a votare, come sempre ho fatto, per onorare questo mio diritto/dovere di cittadina, nel rispetto della democrazia. Per aiutare le tantissime persone aventi pieno diritto ad ottenere, in tempi più ragionevoli, la cittadinanza italiana. Per migliorare le condizioni di lavoro di milioni di persone. Mi basta immedesimarmi in ciascuna di queste persone e il sì al referendum mi risulta spontaneo”.
Allo stesso modo, Laura Brevi (Futura – Verdi e Sinistra): “Domenica andrò certamente a votare e voterò 5 SÌ. È un’occasione importante per rimettere al centro del dibattito politico i diritti e le tutele delle persone, a partire dai lavoratori e dalle lavoratrici fino a chi vive in Italia con un background migratorio. Nel mondo del lavoro, la sicurezza – sia sul posto di lavoro che del posto di lavoro – viene da anni sacrificata in nome del profitto. Dire SÌ significa sostenere il diritto al reintegro e a un risarcimento pieno in caso di licenziamento illegittimo, il ritorno all’obbligo di causali nei contratti a tempo determinato e l’estensione della responsabilità per gli infortuni anche alle imprese committenti. Sono tutte misure fondamentali per contrastare lo sfruttamento e rafforzare le tutele di chi lavora. Dire SÌ significa anche riconoscere diritti a chi contribuisce ogni giorno alla vita del nostro Paese, ma continua a essere escluso. Abbassare da 10 a 5 gli anni di residenza legale per poter richiedere la cittadinanza è un atto di giustizia verso oltre 2,5 milioni di persone a cui viene oggi negato un diritto fondamentale”. Sulla stessa lunghezza d’onda, Aldo Lazzari (Futura – Verdi e Sinistra): “Andrò a votare e voterò convintamente cinque sì. Credo che i quesiti proposti siano molto interessanti: non risolvono tutti i problemi, e questo è chiaro, però rimettono al centro il fatto che il lavoro non è una merce e in questa Repubblica è un diritto. Inoltre, c’è un quesito riguardante la cittadinanza, che ai nostri giorni è diventata una tematica a volte molto divisiva, rispetto a battaglie politiche e a livello internazionale. Mi inquietano le immagini di Trump e dei suoi ministri o di personaggi a lui vicini che si fanno fotografare davanti a persone incarcerate solo perché tentano di spostarsi da un luogo all’altro del pianeta. Penso che ridurre da dieci a cinque anni la permanenza in Italia per accedere alla cittadinanza sia un passaggio minimo di civiltà, anche considerando che poi ci sono altri vincoli per ottenerla. Aumentare i diritti non vuol dire che per forza tutte le persone ne usufruiscano, ma dare la possibilità di potervi accedere e non è un disturbo per nessuno”.
Arrivano i 5 Sì anche da Marco Previtali (Partito Democratico): “Voterò 5 sì, convintamente, in linea con la posizione ufficiale del Partito Democratico. Cosa che sottolineo anche in quanto Presidente dell’assemblea cittadina. Le ragioni sono molteplici, ma sottolineo: per contrastare la precarietà ed il lavoro povero , per maggiori tutele ai lavoratori e per ridurre le disuguaglianze tra assunti prima del 2015 e post. Servono maggiori tutele soprattutto per le giovani generazioni, alla quale appartengo, che necessitano di maggiori possibilità soprattutto in termini qualitativi per potersi costruire un futuro. Inoltre sostengo il quesito sulla responsabilità solidale negli appalti per responsabilizzare maggiormente le imprese e per ridurre gli infortuni sul lavoro. Infine sostengo il referendum sulla cittadinanza per dare la possibilità a chi nei fatti è italiano di poterlo essere anche giuridicamente. È un atto di civiltà”.
Analogamente, Luigi Airoldi (Lista Carnevali), evidenzia: “Parteciperò convintamente alla consultazione referendaria per tutti i 5 quesiti; ritengo un valore questo diritto-dovere riconosciuto dalla nostra Costituzione. Attendo con particolare interesse l’esito sul referendum relativo alla cittadinanza”.
È più articolata la posizione di Roby Amaddeo (Lista Gori), che precisa: “Andrò a votare, voterò no ai tre referendum sul lavoro perché peggiorano le leggi attuali e, di conseguenza, anche la condizione del lavoratore. Voterò sì, invece, agli altri due”.
Sulla stessa lunghezza d’onda Francesca Riccardi (Partito Democratico): “Voterò convintamente Si al quesito sulla cittadinanza e a quello sulla responsabilità degli appalti. Sui tre quesiti delle tutele del lavoro voterò no. Con i referendum non si restituisce nessun diritto ai lavoratori, ma si crea un pericoloso vuoto normativo. Non affiderei al Governo Meloni il tema del lavoro! Per inciso: il Jobs Act ha dato dignità a tanti lavoratori, abolito le dimissioni in bianco, dato tutele a tanti lavoratori con il sistema delle tutele crescenti. Prevedere inoltre il reintegro anche per le aziende con meno di 15 dipendenti non aiuterebbe affatto i lavoratori ma porterebbe ad un mercato del lavoro sempre più a collo di bottiglia., con sempre meno giovani assunti stabilmente”.
Dal canto suo, Nicola Eynard (Lista Gori), specifica: “Andrò a votare. Voterò sì a quesito sulla cittadinanza, perché mi pare che 5 anni siano già un tempo più che ragionevole. Sono ancora indeciso sul quesito relativo alle responsabilità di committente e appaltatore. È una materia molto tecnica su cui sto ancora approfondendo. Non voterò sui primi tre quesiti perché non mi pare centrino il punto sui problemi del lavoro e perché penso che il jobs act sia stata una riforma positiva”.
Enrico Facchetti (Lista Carnevali) osserva: “Andrò a votare. Voterò 2 Si e 3 No. Credo che il referendum sia uno strumento importante della nostra democrazia e che partecipare sia un dovere civico, soprattutto quando si toccano temi rilevanti come il lavoro e i diritti di cittadinanza. Rispetto ai cinque quesiti, esprimerò un Sì convinto sul tema della cittadinanza: credo sia giusto riconoscere il diritto a diventare italiani a chi vive da anni nel nostro Paese, lavora, studia, contribuisce alla vita delle nostre comunità. Voterò Sì anche sul referendum relativo alla responsabilità solidale negli appalti, perché ritengo fondamentale rafforzare la tutela della sicurezza nei luoghi di lavoro, responsabilizzando la filiera degli appalti. Sugli altri tre quesiti, che propongono l’abrogazione di alcune parti del Jobs Act, voterò no. Comprendo le preoccupazioni alla base dei quesiti, ma ritengo che l’approvazione, in assenza di una disciplina alternativa chiara, rischi di generare incertezza e un aumento del contenzioso”.
Tornando fra i banchi del Partito Democratico, Barbara Carsana evidenzia: “Andrò a votare e, oltre alle schede, ritirerò la matita copiativa. Usandola. Voterò e voterò convintamente su temi importanti”. Entrando nel merito dei quesiti, la consigliera Carsana aggiunge: “Per quanto riguarda i licenziamenti illegittimi e contratto a tutele crescenti, credo che la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, in caso di licenziamento illegittimo, sia un principio di civiltà. Il lavoratore è una risorsa su cui un buon imprenditore deve investire, non un numero su cui speculare al bisogno. È un sì ovviamente.
Indennità per licenziamenti nelle piccole imprese: siamo sempre nel campo dei licenziamenti illegittimi: in questo caso si dà al Giudice la possibilità, anche per le piccole aziende, di determinare l’importo indennitario. Anche qui è un sì. La piccola dimensione dell’azienda non giustifica una minor tutela per i lavoratori, soprattutto in una realtà, quella italiana, costellata da una miriade di microimprese. È un sì. Per quanto riguarda il quesito sui contratti a termine, siamo la patria del precariato senza giustificazione. Le imprese sono sì schiacciate da un costo del lavoro altissimo (tema su cui questo governo non ha smosso alcunché) ma oggi i contratti a termine, possono essere conclusi per un anno senza nessun motivo che ne giustifichi la temporaneità! È ovvio che quando manca lavoro, la parte debole accetti di tutto. L’impresa deve potersi muovere con maggior snellezza nel mercato ma non a spese dei lavoratori per cui esiste e guadagna. Dobbiamo rinsaldare un nuovo patto tra datori e prestatori di lavoro. È un sì. Venendo alla responsabilità solidale negli appalti, penso che dobbiamo scegliere cosa tutelare in caso di infortunio di un lavoratore. Lui o la catena che lo ha portato al sinistro. Io non ho dubbi. È un sì anche questo quesito. Infine, in merito alla riduzione del tempo di residenza legale in Italia per ottenere la cittadinanza, passando da dieci a cinque anni, va tenuto presente che nel nostro Paese abbiamo urgente bisogno di integrazione. Ci sono giovani adulti che parlano i nostri dialetti, che lavorano con noi e condividono il nostro tessuto sociale. Riconoscere la cittadinanza alle persone che vivono e lavorano con noi da un tempo più che ragionevole, se non fossimo miopi, ci renderemmo conto che serve moltissimo agli italiani di nascita. Ci si guardi in giro: molti oggi stranieri si prendono cura degli anziani, i loro figli crescono con i nostri, partecipano alla vita comunitaria e pagano le tasse ma non hanno pieno accesso ai diritti civili e politici e hanno misure di welfare limitate. Anche a voler essere meramente utilitaristi la loro cittadinanza serve davvero a noi italiani! Una piena uguaglianza ha riflesso diretto sulla coesione e sulla mobilità sociale. Che cosa vogliamo: un’Italia che guardi allo sviluppo e al futuro o alla stagnazione del presente? Lei, se si sentisse cittadino pieno di una comunità, invece che ospite con diritti limitati, non lavorerebbe con maggior coesione e intento integrativo con i membri attivi di quella comunità? È un sì”.
In rappresentanza della politica dem a Bergamo, il segretario provinciale del Pd, Gabriele Giudici, dice: “Ovviamente andrò a votare e voterò 5 sì. Innanzitutto perché questa decisione è stata condivisa come linea del partito a livello nazionale, ma anche perché la condivido personalmente in seguito al proficuo confronto che si è svolto all’interno del partito sui cinque quesiti. Ritengo che siano un passo da compiere per arrivare a un’Italia più giusta sotto il profilo della cittadinanza e del lavoro. Credo, inoltre, che sia l’occasione per dare un segnale politico forte e ce n’è molto bisogno. Questo appuntamento dà l’opportunità di tornare a parlare di lavoro in un quadro nazionale che vede un governo che decide di non scegliere sul piano dei diritti dei lavoratori oppure boccia le proposte dell’opposizione in merito”.
Entrando nel merito dei contenuti del referendum, Gabriele Giudici prosegue: “I primi due quesiti sono relativi al Jobs Act su cui tanto si è detto anche all’interno del partito. Penso che votare sì, cioè per la sua abrogazione, non sia un ritorno al passato e nemmeno una resa dei conti con quest’ultimo. Chi pensa che sia così sbaglia, perché il significato della scelta effettuata non è questo. Si tratta di normative che sono già state modificate nel corso degli anni, perché non c’è nulla di male a cambiare una legislazione sul lavoro prendendo atto che nel corso del tempo le dinamiche sono mutate e sono emersi problemi che prima magari non erano così evidenti come i salari bassi e un precariato dilagante. Se si pensa che una legge possa essere eterna si ragione per ideologia, invece bisogna essere ben ancorati alla realtà e alle sue evoluzioni. Dieci anni fa serviva dinamismo, mentre oggi sul fronte dei contratti c’è la necessità di spingere sul lavoro stabile e – al di là del referendum – su aumenti salariali. La priorità è quella di migliorare la vita delle persone dando loro maggior stabilità e garanzie. All’epoca il Jobs Act diede una spinta che portò a un aumento dei contratti a tempo indeterminato che poi man mano è diminuita e ora bisogna adeguare la normativa. Il terzo quesito, riguardante la stretta sul ricorso ai contratti precari, è di buon senso. I contratti a tempo determinato servono in situazioni come le occupazioni stagionali ma è sbagliato pensare che possa essere usato come una prova del lavoratore che poi diventa perennemente precario e il povero disgraziato in questione non può accedere a mutui e programmare la propria vita. Il quarto quesito, invece, è relativo alla responsabilità solidale nei subappalti ed è fondamentale per spezzare quel giro di vite che si è creato sulla pelle dei lavoratori cercando di diminuire le garanzie in materia di sicurezza in nome del profitto. L’obiettivo è dare maggiori responsabilità a chi fa subappalti per far sì che scelgano aziende serie e non catene infinite all’interno delle quali recentemente si sono verificate anche delle morti. Infine, il quinto quesito, che prevede di poter chiedere di essere cittadini italiani dopo cinque anni di residenza nel Paese anziché dopo dieci, fa riferimento a un tema importante. Al momento, dopo aver presentato la domanda, passano in media quattro anni prima che venga rilasciata la cittadinanza, quindi dai 14 anni odierni si arriverebbe a 8 anni e credo che siamo un lasso di tempo congruo per chi vuole sentirsi parte della nostra comunità facendo il possibile per integrarsi ed essere cittadini che condividono i valori costituzionali della nostra Repubblica”.
Paola Rossi (Bergamo Europea) andrà a votare segnando 2 no e 3 sì: “Per il referendum con la scheda verde, voterò no perché voglio che i licenziamenti ‘senza giusta causa’ siano compensati sul piano economico, e in modo proporzionale all’anzianità di servizio. Il motivo personale: credo nell’indennizzo, non nel reintegro obbligatorio. Per il referendum con la scheda arancione, voterò no perché voglio che ci sia una regola certa (indennizzo fissato per legge) per i licenziamenti ‘senza giusta causa’. Il motivo personale: le piccole imprese (meno di 16 dipendenti) devono avere regole certe per essere incentivate ad assumere. Per il referendum a scheda grigia, voterò sì perché voglio che qualsiasi assunzione a tempo determinato abbia una motivazione valida. Il motivo personale: dobbiamo ridurre il lavoro precario. Passando al referendum a scheda rosa, voterò sì perché voglio che la responsabilità degli incidenti sul lavoro sia delle imprese appaltanti e delle imprese sub appaltanti. Il motivo personale: gli incidenti gravi (anche mortali) sul lavoro sono un’emergenza e dobbiamo fermarli. Infine, per il referendum a scheda gialla, voterò sì perché voglio abbassare da 10 a 5 anni il tempo di residenza in Italia necessario per fare domanda di cittadinanza. Il motivo personale: abbiamo bisogno di buona immigrazione (con un reddito regolare, con il regolare pagamento delle tasse, senza pendenze con la giustizia)”.
NELLA MINORANZA
Andrea Pezzotta (Lista Pezzotta), annota: “Andrò a votare e voterò no a tutti i referendum. In generale ritengo che sia una follia ricorrere allo strumento referendario per questioni così squisitamente tecniche. Per ogni referendum, poi, ci sono ragioni specifiche per votare no, troppo lunghe da spiegare qui”, mentre Danilo Minuti (Lista Pezzotta) non andrà a votare.
Dal canto suo, Ida Tentorio (Fratelli d’Italia), sottolinea: “Quattro sono quesiti di abrogazione del jobs act , voluto e votato dal PD di Renzi. Tutti argomenti di rissa all’interno della sinistra. Nominalmente servirebbero a ridurre il lavoro precario, ma vengono lanciati mentre il lavoro precario si sta riducendo rapidamente, come mostrano tutte le statistiche, grazie a ben altri provvedimenti. Ci sembra che siano quesiti lontani dagli interessi veri dei lavoratori e che tutta l’operazione sia dettata dalla competizione interna alla sinistra, di cui ci interessa poco o niente. L’ ultimo referendum è paradossale: ridurre da 10 a 5 anni il periodo per chiedere la cittadinanza. Ci sembra che sia fuori dalla realtà, quella che parla tutti i giorni di problemi, di delinquenza , di maranza…, in Italia, dove vige uno dei sistemi di concessione della cittadinanza più tolleranti del mondo. In conclusione sono convintamente contraria a tutti i quesiti”.
Guardando all’interno della Lega, Alberto Ribolla non si recherà alle urne (“Non andrò a votare”), così come Alessandro Carrara: “Non mi presenterò alle urne. Nel caso del referendum anche la non partecipazione è una presa di posizione attiva. Attraverso questa azione mi dichiaro non favorevole, quindi contrario alla richiesta stessa del referendum di cui non condivido le motivazioni e le tempistiche. I quesiti proposti hanno contenuti dissimili fra loro: da una parte si cerca di porre questioni sul lavoro con l’obiettivo di cancellare leggi introdotte dalla sinistra, che qui va in cortocircuito perché chiede di eliminare norme varate dai suoi governi, mentre dall’altra c’è la cittadinanza che a mio parere c’entra gran poco con gli altri quesiti inerenti il lavoro. Ho deciso di astenermi, cioè di non andare a votare, perché voglio dare un segnale chiaro, cioè comunicare un rifiuto rispetto ai contenuti del referendum che fra l’altro rischiano di fare più confusione che altro. Aggiungo, per concludere, una perplessità sul fatto che con la motivazione del voto legato a questioni contrattuali una parte della sinistra voglia infilarci qualcosa di ideologico portando le persone a votare per la cittadinanza”.
La consigliera Cristina Laganà (Fratelli d’Italia) spiega: “Ad oggi il dibattito pubblico si è concentrato sulla legittimità o meno del richiamo all’astensionismo senza entrare nel merito dei quesiti referendari. Da un esame approfondito emerge che essi appaiono non solo poco efficaci ma anche controproducenti.
I quesiti referendari sono considerati infondati per diverse ragioni:
1 – Licenziamenti illegittimi e contratto a tutele crescenti: Il ritorno alla normativa precedente (articolo 18 modificato dalla legge Fornero) non garantirebbe una tutela piena e reale. Inoltre, il contesto lavorativo attuale richiede maggiore flessibilità, e il reintegro forzato potrebbe scoraggiare le assunzioni, rendendo il quesito anacronistico.
2 – Indennità più alte per i licenziamenti nelle piccole imprese: L’abolizione del limite massimo di indennità appare marginale e poco efficace, poiché i giudici già adottano criteri proporzionati. Inoltre, nelle piccole aziende, spesso è il lavoratore stesso a preferire la conclusione del rapporto.
3 – Contratti a termine: L’abrogazione della normativa sui contratti a termine è considerata superflua, poiché le modifiche legislative del 2023 hanno già ridotto il ricorso a tali contratti. Il vero problema, ovvero i salari, non viene affrontato dal referendum.
4 – Responsabilità solidale negli appalti: Ripristinare la responsabilità solidale in modo generalizzato è visto come una scelta ideologica e punitiva, che attribuirebbe al committente responsabilità per fatti che non può controllare pienamente.
5 – Cittadinanza: La proposta di ridurre i tempi per ottenere la cittadinanza da 10 a 5 anni non affronta il problema principale, ovvero la lentezza burocratica. L’abrogazione parziale della normativa senza una visione organica apre a scenari incerti.
In generale, i quesiti sono percepiti come strumenti inadeguati per affrontare problemi complessi e attuali, e sembrano più orientati a risolvere questioni ideologiche o interne a una parte politica, piuttosto che offrire soluzioni concrete e lungimiranti.
Per quanto sopra esposto che la risposta più adeguata al referendum sia proprio l’astensionismo
Le motivazioni dell’astensionismo si basano sulla contestazione sia del metodo che del merito dei quesiti referendari. Quando le domande sono poste su premesse sbagliate, è legittimo scegliere di non partecipare al voto come forma di disarmo dell’effetto del referendum. L’astensione non è vista come disimpegno, ma come una scelta consapevole per contestare la validità dei quesiti e il loro impatto. Inoltre, si critica l’uso del referendum per fini ideologici o lotte interne a una parte politica, ritenendo che ciò pieghi gli istituti democratici alle esigenze di una sola fazione, scomodando inutilmente tutti i cittadini e spendendo soldi pubblici”.
Infine, GiuliaCeci (Forza Italia) conclude “Seguo la linea del nazionale, quella di non andare a votare. Ovviamente è una scelta politica per evitare di raggiungere il quorum. Riteniamo che si tratti di vecchie battaglie ideologiche e non un passo verso soluzioni concrete. Forza Italia rivendica la difesa delle norme esistenti scegliendo di non andare a votare”.


