Referendum su lavoro e cittadinanza, i politici bergamaschi: “5 sì”, “No, solo 2”, “Non voto”
Le urne saranno aperte domenica 8 e lunedì 9 giugno: le opinioni di parlamentari ed europarlamentari del territorio
L’8 e il 9 giugno i cittadini saranno chiamati a votare su cinque quesiti referendari abrogativi. I temi su cui vertono spaziano dal lavoro alla cittadinanza: il primo quesito riguarda il reintegro nel posto di lavoro per licenziamento ingiustificato, il secondo propone di eliminare il tetto agli indennizzi nei licenziamenti delle piccole imprese, il terzo è finalizzato a contrastare l’abuso dei contratti a termine, il quarto interviene sulla responsabilità delle imprese negli appalti in caso di infortuni e il quinto prevede la riduzione da 10 a 5 anni del requisito di residenza per ottenere la cittadinanza italiana.
Si tratta di cinque referendum abrogativi: attraverso questo strumento si ha la possibilità di decidere di annullare – in via totale o parziale – una legge o un atto avente valore di legge. Perché il referendum sia valido deve votare la metà più uno degli elettori aventi diritto: è possibile che si raggiunga il quorum solo per uno o più quesiti. In caso contrario le norme per le quali il quorum non viene raggiunto resteranno in vigore.
Le urne saranno aperte domenica dalle 7 alle 23 e lunedì dalle 7 alle 15: ma che cosa voteranno i politici bergamaschi? Abbiamo chiesto a europarlamentari e parlamentari del territorio se si recheranno ai seggi, nel caso, come si esprimeranno e per quali motivi.
Antonio Misiani, senatore del Partito Democratico, spiega che andrà a votare aggiungendo che voterà cinque sì. Illustrando le motivazioni della sua scelta, specifica: “Voterò si ai due quesiti che riguardano la disciplina dei licenziamenti. Il Jobs Act ha indebolito eccessivamente la tutela dei lavoratori in caso di licenziamento illegittimo, escludendo quasi sempre la reintegrazione nel posto di lavoro e ponendo un tetto molto basso all’indennizzo previsto per chi lavora nelle imprese fino a 15 dipendenti. L’intenzione era incentivare e rendere prevalenti le assunzioni a tempo indeterminato, ma i dati ci dicono che questo obiettivo è stato mancato. Voterò sì al quesito sul tempo determinato, che permetterà – in caso di successo – di circoscrivere meglio il ricorso ai contratti precari, prevedendo l’obbligo di causale sin dal primo contratto (e obbligando le imprese a motivare perché assumere a tempo anziché stabilmente i lavoratori interessati). Il quarto quesito sul lavoro reintroduce la responsabilità solidale neo subappalti. È una misura condivisibile, che rafforzerebbe molto la spinta per rispettare le regole per la sicurezza sul lavoro, troppo spesso ignorate nelle catene di subappalti che caratterizzano l’organizzazione del lavoro in molti settori. Ultimo quesito, ma non certo ultimo in ordine di importanza, quello sulla cittadinanza. Oggi per fare domanda di cittadinanza occorrono ben dieci anni di residenza in Italia. Riportare questo limite a cinque anni, come era previsto prima del 1992 e come è stabilito in molti grandi Paesi europei, rafforzerebbe il canale forse più importante di integrazione di cittadini stranieri che vivono regolarmente in Italia da molti anni, riconoscendo il loro contributo alla crescita economica e sociale del Paese”.
Nelle file del centrodestra, Alessandro Sorte, deputato e coordinatore regionale di Forza Italia, osserva che non andrà a votare, ma anche dai banchi della Lega la senatrice Daisy Pirovano farà altrettanto (“Non andrò a votare per i referendum”). Dello stesso avviso, sempre nel parterre leghista, la deputata Rebecca Frassini farà altrettanto: “Non andrò a votare, la Lega ha preso una posizione chiara in questo senso. Non sosterremo i referendum, La Costituzione prevede il raggiungimento del quorum che se non viene raggiunto dichiara nulli i quesiti referendari. Ricordo anche che la costituzione garantisce la libertà di andare o meno a votare, è diritto di ogni cittadino decidere se andare a votare oppure no e questa è una scelta chiara e una scelta civica. Questa non partecipazione al voto è dettata dal fatto che insieme ai quesiti sul lavoro e sui lavoratori è stato inserito quello sulla cittadinanza italiana. Che è palesemente un quesito politico. E siccome la Lega ha sempre mostrato coerenza continuerà ad opporsi a questa folle richiesta della sinistra che vuole abbassare a 5 anni il termine per ottenere la cittadinanza. Significherebbe incentivare gli sbarchi e di conseguenza aumentare di nuovo i morti in mare. Inoltre siamo il Paese europeo che dà più cittadinanze agli stranieri, è chiaro che questa manovra della sinistra è una mossa politica che cerca di aggirare il Parlamento”.
Il deputato Devis Dori (Alleanza Verdi e Sinistra) rimarca: “Alleanza Verdi e Sinistra chiede a tutti gli elettori di esercitare il proprio diritto di voto, di andare a votare e di esprimere 5 Sì. Siamo stati i primi a indicare senza ambiguità di votare 5 Sì. Per difendere il lavoro e mettere fine alla precarietà, per proteggere la vita di chi lavora, per tutelare gli stipendi, per riconoscere diritti e dignità a chi vive e cresce nel nostro Paese. Anche la premier Meloni è entrata nella lista dei sabotatori del referendum, per impedire il raggiungimento del quorum. Di fronte alla incapacità di migliorare concretamente la qualità della vita di lavoratori e lavoratrici, e di riconoscere diritti e doveri a chi vive e lavora in Italia, la destra organizza il sabotaggio della democrazia. Rivolgiamo quindi un appello a chi invece non sa se andare a votare: andateci, fate il contrario di ciò che il potere oggi vi chiede. Lottare per i diritti di tutti significa lottare anche per i propri diritti. Si vota su temi che riguardano la vita concreta di milioni di persone: il diritto al lavoro, la tutela contro i licenziamenti ingiusti, la cittadinanza per chi è nato e cresciuto in Italia. Si vota per un’Italia più giusta, più inclusiva, più rispettosa dei diritti. Allora l’8 e 9 giugno votiamo 5 sì per difendere i diritti fondamentali e affermare che la democrazia si esercita, non si boicotta”.
Spostandoci in Europa, Giorgio Gori, europarlamentare del Partito Democratico, dichiara: “Andrò a votare ma ritirerò solo due schede: quella del quesito sulla cittadinanza e quella del quesito sull’estensione della responsabilità dell’appaltante in caso di infortuni sul lavoro. Voterò sì in entrambi i casi, sulla cittadinanza perché ritengo 5 anni, insieme agli altri requisiti, un tempo congruo per la richiesta della cittadinanza, com’è in molti Paesi europei e com’era in Italia fino al 1992; l’obiettivo è favorire processi di integrazione dei nuovi cittadini. secondo – pur considerando il referendum uno strumento non adeguato – per la gravità del problema degli infortuni sul lavoro. Negli altri casi non ritirerò le schede perché ritengo che i referendum comporterebbero – qualora passassero – un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, un aumento della precarietà e del lavoro nero: il contrario di quanto sostenuto dai proponenti. Il problema del lavoro oggi è rappresentato dai bassi salari, collegati ad una bassa produttività di molti settori. L’iniziativa contro il Jobs Act è quindi fuori bersaglio (i dati peraltro dimostrano che col JB i licenziamenti non sono cresciuti ed è invece nettamente aumentata la quota dei contratti a tempo indeterminato)”.
Di diverso avviso Lara Magoni, europarlamentare di Fratelli d’Italia: “Non parteciperò al voto per i referendum dell’8 e 9 giugno. Astenersi è una scelta politica legittima e coerente, che vale più di mille parole. Non si tratta solo di dire no ai singoli quesiti, ma di prendere le distanze da un’iniziativa chiaramente guidata da logiche ideologiche, più che da un reale interesse per il Paese. Tra le proposte spicca quella di ridurre a cinque anni il tempo per richiedere la cittadinanza italiana: una misura che non risponde a un bisogno reale, ma sembra progettata per allargare il bacino elettorale del Partito Democratico. Un tentativo evidente di guadagnare consensi tra milioni di immigrati, piuttosto che una riforma pensata per l’interesse nazionale. Anche sul fronte del lavoro le iniziative proposte sono lontane da ciò che il governo Meloni sta attuando. Colpisce poi l’incoerenza di chi oggi accusa l’astensione di essere un gesto irresponsabile. La stessa sinistra che in passato ha promosso l’astensionismo come scelta politica oggi lo condanna solo perché viene da una parte avversaria. Un atteggiamento che svela l’uso strumentale delle regole democratiche, applicate a seconda della convenienza del momento”.


