Festa della Repubblica, Barbara Pezzini: “Invita a riflettere sull’Italia di oggi”
La costituzionalista: “I diritti non sono mai conquistati una volta per tutte: la Costituzione vive giorno per giorno nella capacità di riconoscerci nel suo contenuto e di farla vivere”
“La Festa della Repubblica pone molti spunti di riflessione sull’Italia di oggi e sul nostro modo di essere cittadini”. Così la costituzionalista Barbara Pezzini, professoressa ordinaria di Diritto Costituzionale all’Università di Bergamo e socia dell’Associazione italiana dei Costituzionalisti, invita ad approfondire il senso di questa importante festività nazionale.
Ogni anno, in Italia, il 2 Giugno si celebra la nascita della Repubblica e si ricorda il referendum istituzionale che nel 1946 chiamò gli italiani a scegliere tra la monarchia e la repubblica, con la vittoria di quest’ultima. Parallelamente, si tennero le elezioni per l’Assemblea Costituente, incaricata di redigere la Costituzione.
Abbiamo chiesto alla professoressa Pezzini di illustrarci il significato di questa giornata.
Perché è importante la data del 2 Giugno?
Ogni anno, in Italia, in questa giornata ricorre la Festa della Repubblica. È importante celebrarla, individuare un momento fondativo di quello che la Repubblica ha rappresentato e continua a rappresentare, perché si tratta di un evento costitutivo fondamentale per la storia del nostro Paese, che dà il senso, il colore, il significato alla nostra convivenza civile come comunità nazionale. Il riferimento è al 2 giugno 1946, il giorno in cui si è svolto il referendum istituzionale tra monarchia e repubblica con la vittoria di quest’ultima e, contestualmente, ha avuto luogo l’elezione dell’Assemblea Costituente, ossia la scelta dei rappresentanti e delle rappresentanti che avrebbero scritto la Costituzione e pensato ai contenuti da dare alla Carta in nome dell’intero popolo italiano. Si voleva una Costituzione completamente nuova, che innovasse superando l’esperienza precedente, non solo quella del fascismo, con la svolta autoritaria che ne era seguita, ma anche l’esperienza dello Statuto Albertino, ossia della costituzione che era stata concessa dalla monarchia. E gli elementi di novità furono parecchi.
Ci spieghi
Attraverso il referendum istituzionale venne scelto di affidare la decisione sulla forma dello Stato direttamente a un corpo elettorale nuovo, a un insieme di cittadini inedito, perché per la prima volta anche le donne avrebbero votato alle elezioni politiche. È il segno che, di fatto, era già in vita una Costituzione nuova. L’esito di questa votazione referendaria non avrebbe potuto essere messo in discussione dall’Assemblea Costituente, che era chiamata a configurare un ordinamento repubblicano, con un Capo dello Stato eletto, una carica a durata temporanea, ben diversa dalla struttura della monarchia con al centro la figura del re che tentava ambiguamente di rilegittimarsi: in previsione del referendum, infatti, il 9 maggio 1946 Vittorio Emanuele III – tradendo gli impegni presi con il patto di Salerno, per cui si era già “ritirato irrevocabilmente a vita privata” – aveva abdicato in favore di suo figlio Umberto II, chiamato “Re di maggio” perché il suo regno durò appena un mese. Il 2 Giugno è stato scelto come data fondativa della Repubblica per solennizzare il momento del voto ed è un aspetto sul quale oggi, a quasi ottant’anni di distanza, possiamo riflettere.
In che senso?
Possiamo riflettere su quanto sia stato centrale in quel momento il voto, ma anche chiederci se, e quanto, siamo ancora capaci di riconoscere e di riconoscerci nell’importanza che ha. La scorsa settimana in diverse città abbiamo avuto l’occasione per esprimerlo partecipando alle elezioni amministrative che, ove previsto, proseguiranno con i ballottaggi l’8 e 9 giugno. In queste giornate si svolgeranno anche le votazioni per cinque referendum abrogativi su cinque diversi quesiti. Questo appuntamento darà agli elettori la possibilità di partecipare con il proprio voto utilizzando concretamente una delle opportunità che ci ha dato la Costituzione repubblicana.
Che cosa prevede questa possibilità?
Attraverso il referendum, la nostra Costituzione prevede la possibilità di richiedere dal basso l’abrogazione totale o parziale di una legge vigente. Per proporlo è necessario raccogliere un numero minimo di firme autenticate da cittadini aventi diritto al voto pari a 500.000 o, in alternativa, la richiesta può essere avanzata da 5 Consigli regionali. La richiesta viene presentata all’Ufficio centrale per il referendum alla Corte di Cassazione, che la verifica e la trasmette alla Corte Costituzionale per un giudizio di ammissibilità. Se il referendum è ammesso, il Presidente della Repubblica lo indìce e la legge oggetto di referendum viene abrogata se partecipa alla votazione la maggioranza degli aventi diritto al voto e si raggiunge la maggioranza dei voti validamente espressi. In questi giorni si sta discutendo della condizione posta dall’art. 75 della Costituzione. per considerare pienamente effettivo il risultato del referendum, ossia la partecipazione della maggioranza degli aventi diritti di voto, cioè degli elettori potenziali, perché si dubita del fatto che questa soglia sia oggi effettivamente raggiungibile. Anche questo è motivo di riflessione.
Come mai?
Nel momento in cui festeggiamo il voto che ha sancito la nascita della repubblica dobbiamo riflettere su questo paradosso: oggi ci chiediamo se la maggior parte degli elettori sarà interessata a esercitare concretamente uno dei diritti fondamentali che la Costituzione ha reso possibile. È il senso profondo della partecipazione, della conquista del voto, di tutte le difficoltà e delle tragedie che l’hanno preceduta, che deve interrogarci. È necessario approfondire quella storia, capirne il senso e comprendere a che cosa si rinuncia quando non si partecipa alle elezioni.
Che cosa intende?
L’esercizio dei diritti che sono stati conquistati con la Costituzione è il modo migliore per festeggiare la repubblica. Intendo tutti i diritti: quelli politici, di voto, di libertà in ogni campo e i diritti sociali. Dobbiamo farli vivere ed esserne consapevoli, valorizzarli ed essere in grado di agire, partecipare alla vita del Paese affinché siano tali per tutte e per tutti.
A che cosa si rinuncia quando non si va a votare?
Quando non andiamo a votare deleghiamo le decisioni agli altri, senza essere protagonisti. Il voto è stato una conquista perché l’idea alla base della repubblica democratica è stata quella di superare la monarchia, nella quale la sovranità apparteneva al re e non interamente al popolo. Un altro elemento fondamentale è l’esistenza delle istituzioni democratiche: anche se magari ce ne sentiamo lontani e le critichiamo per quello che fanno, perché non sembrano capaci di intervenire e dare risposte ai nostri bisogni quotidiani, dobbiamo ricordarci che non sono scontate. Se deleghiamo passivamente ad altri le nostre scelte, le nostre decisioni e i nostri comportamenti, se non siamo attenti a curare i nostri interessi, in dialogo e in confronto con quelli dell’intera comunità in cui viviamo, non contribuiamo a far vivere la Costituzione. Abbiamo bisogno di un tessuto sociale, istituzionale e di strutture materiali che lo rendano concretamente possibile: siamo noi ad alimentarlo con i nostri comportamenti ed è importante che ne abbiamo cura. Possiamo avere l’illusione di chiuderci nel nostro singolo interesse personale e privato, ma in questo modo lo mettiamo in pericolo: pensando di disinteressarci dei diritti degli altri, alla lunga resteremmo tutti coinvolti in questo processo.
Questa dimensione “solidaristica” è centrale anche nella nostra Costituzione
Si, sicuramente. La Costituzione italiana è strutturata in due parti principali: la prima, dedicata ai “Diritti e doveri dei cittadini”, contiene articoli che riguardano diritti fondamentali, come la libertà di pensiero, espressione, associazione, religione, e diritti sociali, come il diritto all’istruzione, alla salute e al lavoro. La seconda, invece, riguarda l’ordinamento della Repubblica, con disposizioni sulla struttura dello Stato, i poteri del Parlamento, del Presidente della Repubblica e del Governo. L’anima della Carta è rappresentata da due aspetti centrali: il riconoscimento dei diritti fondamentali e la separazione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario), secondo la tradizione illuminista, in base alla quale ogni potere rappresenta una sorta di barriera, di limite per l’altro potere.
Potrebbe approfondire questo aspetto?
L’obiettivo della separazione dei poteri è mantenere un equilibrio in modo che un potere non possa sottomettere l’altro. Sono dinamiche istituzionali essenziali per il nostro ordinamento e anche in questo caso non mancano spunti di riflessione guardando all’attualità. Oggi possiamo facilmente osservare che il Parlamento stesso non sembra avere abbastanza cura della propria autonomia, anche nei confronti del governo. È una tendenza piuttosto consolidata che non riguarda solamente quest’ultima fase: il Parlamento, per esempio, tollera e asseconda da tempo un abuso del ricorso ai decreti legge. Assieme ad altri costituzionalisti, per questo, ho espresso pubblicamente in diverse occasioni prese di posizione molto allarmate su certe riforme e sull’introduzione di determinate misure di rango legislativo attraverso decreti legge: la consapevolezza, l’attenzione e la cura per gli equilibri istituzionali sono il modo migliore per festeggiare la repubblica, quella repubblica che è il senso di una possibilità di convivenza democratica, ispirata al riconoscimento dei diritti e fondata sulla solidarietà.
Nonostante il passare del tempo, il contenuto della Costituzione resta attuale?
Si, le Costituzioni aspirano a durare per sempre. Dettano i grandi principi, le regole di base di un ordinamento, quelle che devono incorniciare il confronto politico, che è il sale della democrazia, dando stabilità. Bisogna essere capaci, quindi, di riconoscerci nel senso della Carta, interrogarci sulle sue origini e coglierne il significato. Oggi abbiamo davanti a noi sfide impegnative: le questioni da affrontare sono tante e complesse, basta pensare alle relazioni internazionali e alla trasformazione tecnologica, ma tornando al senso profondo della Costituzione si trovano le chiavi per affrontarle.
E che messaggio dà ai giovani?
Sono le nuove generazioni quelle che possono far vivere la Costituzione all’altezza delle sfide del mondo che cambia. Credo che ogni generazione porti il suo contributo: la società è formata dalla stratificazione di tutte le generazioni in una dimensione di solidarietà: man mano che invecchiano le persone portano un contributo di memoria e di un’esperienza vissuta che viene restituita, anche consentendo di vederne gli errori e i limiti. I giovani, invece, si contraddistinguono per la capacità di proiettarsi nel futuro. Ogni persona e ogni esperienza, naturalmente, è differente, ma lo scambio tra le generazioni può essere rappresentato in questo modo. In tale contesto va aggiunto il fatto che i diritti non sono mai conquistati una volta per tutte: la Costituzione vive giorno per giorno nella capacità di riconoscerci nel suo contenuto e di farla vivere.
Come sta oggi la Repubblica?
Non è un periodo facile, abbiamo di fronte sfide difficili e registriamo un diffuso senso di sfiducia, di logoramento delle istituzioni. In tale contesto c’è la tentazione di rispondere in maniera autoritaria, trovando rifugio nella richiesta di ordine e comando invece di affidarsi al confronto e confidare nella ricchezza del pluralismo. È un processo che non riguarda soltanto il nostro Paese: è piuttosto diffusa un’idea distorta di quello che le maggioranze possono fare, come se le elezioni e il voto servissero ad attribuire pro-tempore un potere di comando a cui si risponderà solo alle elezioni successive, senza troppi limiti e senza i pesi e i contrappesi che necessariamente fanno parte dell’ordinamento repubblicano. Va invece ricordato che la maggioranza di un determinato momento non è la totalità della popolazione: ha poteri maggiori, ai quali corrispondono maggiori responsabilità, ma chi governa deve ricordare che esercita questa funzione per tutti, quindi lo spazio per chi ha posizioni diverse deve essere curato.
Partecipazione e pluralismo, quindi, sono principi fondamentali per la Repubblica?
Certamente. In questi anni capita di sentire molta sfiducia, molta lontananza dalle istituzioni anche da chi le agisce concretamente. Il senso della democrazia e delle istituzioni è che non sono qualcosa di altro da noi, che non ci appartiene: le responsabilità di chi svolge funzioni istituzionali sono diverse da quelle di un semplice cittadino, ma ognuno, per quello che è il proprio ambito, deve essere protagonista della vita del Paese e averne cura. In una fase in cui vediamo parecchie degenerazioni della democrazia, dalle autocrazie alle democrature, bisogna riflettere sul suo significato e sul fatto che sia stata una conquista.
Per concludere, il 2 Giugno ci celebrano anche le forze armate. Quali sono le motivazioni alla base di questo abbinamento?
Deriva forse dal fatto che le forze armate appaiono la rappresentazione più semplice della sovranità. Il concetto di sovranità, però, è molto ampio: la sovranità di cui parla l’articolo 11 della Costituzione è una sovranità che amo chiamare disarmata. Questo articolo stabilisce che l’Italia non solo ripudia la guerra, ma che, per garantire la pace e la giustizia internazionale, consente limitazioni di sovranità a condizione di parità con altri Stati e promuove organizzazioni internazionali per tale scopo. È un concetto diverso dall’ordine garantito con l’uso della forza: non è l’ordine internazionale imposto da chi è più forte o dispone di maggiori mezzi economici o bellici, ma l’ordine giuridico di una “sovranità disarmata”. A chi sostiene che si tratta di un obiettivo irrealizzabile rispondo ricorrendo a un’espressione del diritto civile, affermando che è un’obbligazione di mezzo.
Che cosa significa?
Un’obbligazione di mezzo prevede l’obbligo di mettere a disposizione tutti i mezzi migliori per raggiungere un determinato risultato, che in questo caso è un ordinamento di pace e giustizia fra le nazioni. Tutti i passaggi possono essere misurati in relazione alla capacità di avvicinarsi allo scopo. Si garantiscono, cioè, i mezzi migliori per quello scopo, anche se la realizzazione del risultato non può essere garantita. Anche su questo aspetto il 2 giugno, celebrando la Repubblica, siamo chiamati a riflettere in modo approfondito su cosa vogliamo essere e su cosa siamo disposti a mettere in campo per avere pace e giustizia.


