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L’ex ministro De Micheli: “Covid, foto da ospedali e Bergamo mi spinsero a chiudere gli aeroporti. Ma in quei giorni difficili arrivò l’ok al treno per Orio”
Paola De Micheli a Orio al Serio nel luglio 2020: nel 50° di Sacbo presentò il progetto del treno

A cinque anni di distanza, l’allora titolare delle Infrastrutture e dei Trasporti ricorda quei momenti drammatici, fatti di scelte complicate da prendere in tempi brevissimi: “Da Bergamo grande disponibilità: i vertici di Sacbo e dell’amministrazione cittadina furono per me figure di riferimento”

“I Consigli dei ministri finivano alle 4 di mattina, poi mi mettevo in macchina e rileggevo tutto quanto avevamo approvato per essere sicura che non ci fossimo sbagliati su nulla: volevo essere sicura di aver fatto tutto quanto umanamente possibile con le poche informazioni che avevamo a disposizione. Non volevo avere nessuno sulla coscienza”.

Tra il settembre 2019 e il febbraio 2021 Paola De Micheli, oggi onorevole in quota Pd, è stata la titolare del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, vivendo in prima persona e in prima linea il dramma del Covid: un periodo nel quale ha messo la propria firma non solo su ordinanze restrittive finalizzate al contenimento del contagio, ma anche su opere strategiche come il treno per Orio.

Onorevole De Micheli, come ricorda i primi giorni dell’emergenza? 

Sul piano emotivo per me c’erano due aspetti: da un lato dovevo mantenere la necessaria lucidità, insieme ai colleghi del Consiglio dei Ministri, per prendere le decisioni giuste sulla base delle poche informazioni che avevamo dalla Cina sul Covid, dall’altro ero molto coinvolta dalla vicinanza di Codogno, paese dove è stato scoperto il cosiddetto “Paziente 0”,  con la mia Piacenza. Il giorno seguente quell’annuncio, mentre mi trovavo in riunione con Conte, Di Maio, Speranza e le Regioni alla Protezione Civile, iniziarono ad arrivarmi notizie dei primi ammalati nella mia città. Il registro emotivo si sdoppiava tra quello di casa mia, della mia gente e della mia famiglia e quello del Paese. Venerdì 21 febbraio, mentre rientravo a Roma in auto, riflettevo: ‘Devo essere lucida, studiare, approfondire, entrare nella testa dei presidenti delle Regioni, che governano il 90% dei processi sanitari. Sentivo che non potevamo permetterci di sbagliare.

C’è un ricordo particolare, anche personale, di quei momenti? 

Ricordo benissimo che una delle mie migliori amiche, primaria di Cardiologia a Piacenza che coordinava un reparto solo Covid, mi mandò una foto della situazione in ospedale. Era un disastro, per me fu devastante. Un fatto che mi spinse ancora di più a prendere decisioni sui trasporti, con ordinanze più severe emanate quasi in autonomia inasprendo quelle già attive. Solo dopo arrivarono le famose immagini da Bergamo. I Consigli dei ministri finivano alle 4 di mattina, poi mi mettevo in macchina e rileggevo tutto quanto avevamo approvato per essere sicura che non ci fossimo sbagliati su nulla: volevo essere sicura di aver fatto tutto quanto umanamente possibile con le poche informazioni che avevamo a disposizione. Non volevo avere nessuno sulla coscienza. Mai avrei immaginato che potesse esistere un tempo nel quale qualcuno potesse mettere in discussione la verità di queste vicende e oggi mi fa arrabbiare tantissimo la decisione del Governo di non firmare l’accordo sul piano pandemico dell’Oms: quella firma sarebbe stato un segnale politico importante che avrebbe chiuso l’analisi storica su una stagione che ha una sola lettura possibile.

Quando poi è apparso chiaro che il virus era già in mezzo a noi come ha reagito? 

Da lì in poi è stata per me una trance agonistica: non avevo altro pensiero che non fosse la protezione dei cittadini e dei lavoratori. Dovendo gestire i trasporti c’era un intreccio di tutele tra operatori, che avevano l’obbligo di lavorare, e chi invece i mezzi li doveva prendere. La chiusura degli aeroporti ha rappresentato un danno importante, che poi ha richiesto anche tempi lunghi per un riconoscimento di risorse. A marzo avevamo già deciso i ristori per gestori aeroportuali e vettori, ma la decisione è diventata operativa molti mesi dopo perché avevamo l’obbligo di far approvare la misura dell’Ue. Nel frattempo, però, attorno a noi continuavano a succedere le cose che abbiamo visto: a Bergamo si è aperto un focolaio enorme, che l’ha portata ad essere la provincia con più morti, e la mia città, Piacenza, quella con il più alto rapporto tra decessi e abitanti. Eravamo chiamati a operare in una dinamica di grandissima tensione.

Il rapporto con gli aeroporti come è stato in quella fase? 

Abbiamo trovato grande comprensione e collaborazione. C’era anche il tema legato alle merci, perché alcuni Paesi dell’Est Europa avevano anche bloccato i conferimenti via terra, treno e aereo. Abbiamo aperto un tavolo con tutti gli operatori, Bergamo compresa ovviamente: in 36 ore abbiamo dovuto studiare tutte le linee guida per il trasporto merci, perché all’epoca si pensava ancora che il Covid si trasmettesse anche per contatto con gli oggetti. Fino alla fine di marzo non avevamo nemmeno la conferma da parte dell’Oms sulla capacità protettiva al 100% delle mascherine. In quei giorni l’esigenza di decisionismo era elevatissima: non potevamo permetterci di dare messaggi ambigui riguardo i comportamenti individuali, collettivi o aziendali.

La sospensione delle attività “risparmiò” Malpensa e Fiumicino. 

Avevamo la necessità di tenerli aperti per interventi emergenziali, perché tra marzo e la prima metà di maggio avevamo una richiesta di 180mila italiani che nonostante la situazione sanitaria volevano rientrare in Italia. Italiani in vacanza, lavoratori all’estero, studenti, titolari di doppio passaporto. Perché? Erano terrorizzati dal poter essere curati fuori o volevano poter curare i propri familiari. A livello operativo eravamo in grado di presidiare sul piano sanitario due aeroporti, per accogliere tutte queste persone. Contestualmente abbiamo scaricato decine di migliaia di croceristi che viaggiavano su navi battenti bandiera italiana: andavano gestiti e smistati negli ospedali, perché molti erano già malati.

Anche Bergamo ha accolto alcuni voli. 

A Bergamo sono arrivati soprattutto personale medico e medicine. In quelle settimane mancava tutto. Ma, come dicevo, dai gestori aeroportuali abbiamo ricevuto grande collaborazione, avevano grande consapevolezza del rischio. Nel dettaglio, Bergamo si è dimostrata molto disponibile sia nei miei confronti che in quelli dei ministri di Difesa e Sanità. Ho sempre avuto un lungo rapporto con l’aeroporto di Orio al Serio come passeggera, mentre la conoscenza personale con amministrazione comunale e gestore aeroportuale ha facilitato molto i ragionamenti strategici: l’allora direttore generale Emilio Bellingardi e il presidente Giovanni Sanga sono stati per me figure di riferimento, così come l’ex sindaco Giorgio Gori e la sindaca attuale Elena Carnevali, che all’epoca era una collega parlamentare. Il tema relazionale e quello istituzionale si sono sovrapposti, facendo scattare meccanismi di fiducia reciproca: è sempre più facile fidarsi e affidarsi a qualcuno che ha condiviso un percorso con te.

È da questi rapporti che è nato il lasciapassare per il progetto del treno per Orio? Lì c’è la sua firma. 

La decisione fondamentale di dotare lo scalo di Orio al Serio di un collegamento ferroviario è di quel periodo: il mio impegno su questo fronte è stato massimo e credo che ora si inizi a vedere qualche risultato con i cantieri in corso. Dovendo chiudere il sistema aeroportuale italiano è stato improvvisamente molto più chiaro quali fossero i nostri punti di forza e quali quelli di debolezza: quando vanno bene diamo per scontati gli aeroporti che funzionano come Bergamo, quando invece devi forzatamente interrompere l’attività vengono a galla le problematiche. E noi ci abbiamo messo le mani, finanziando in via definitiva il collegamento ferroviario, anche grazie a risorse del Pnrr. Parallelamente abbiamo anche costruito le prime linee guida del piano nazionale degli aeroporti, che poi è stato lavorato dai successivi due governi: la storia alla fine ci ha dato ragione, ma all’epoca era molto ottimistica la nostra previsione di tornare agli stessi livelli di traffico passeggeri del 2019 a fine 2025. Ci siamo arrivati già nel 2024 invece, superando le 200 milioni di persone trasportate.

Quando a luglio 2020 venne a Bergamo per presentare il progetto e il cronoprogramma insistette molto sul tema dell’intermodalità: con questa infrastruttura l’aeroporto di Orio al Serio sarà ancora più strategico per il sistema Italia? 

Al di là dell’esperienza da ministro, sono 10 anni che seguo il tema delle infrastrutture e dei trasporti e conosco bene quale sia il contesto che ruota attorno alle grandi opere. Innanzitutto realizzare infrastrutture non porta a consensi durante i lavori, perché sono figlie di un pensiero lungo che la politica ha l’obbligo di perseguire e nel frattempo crei inevitabilmente disagi. Poi le infrastrutture arrivano a mettere tutti d’accordo quando si vede che funzionano: credo che sul treno per Orio ci sarà un deciso cambiamento del giudizio solo quando i benefici dell’operazione saranno accessibili a tutti. L’investimento su Bergamo è un investimento su un pezzo d’Italia che è il motore economico e turistico del Paese, è il riconoscimento non solo della bontà delle politiche pubbliche realizzate sul territorio, ma anche se non soprattutto del ruolo del suo tessuto imprenditoriale, grande o piccolo che sia. Con l’arrivo del treno l’aeroporto di Orio sarà sempre più strategico per il sistema Paese e, pur nella comprensione di tutti i disagi, i benefici si vedranno.