Si potrà visitare sino al 1° giugno alla sala Carbonari
Seriate. Alla Sala Virgilio Carbonari di Seriate va in scena una mostra densa e luminosa: “Il tempo che si vede” di Paolo Facchinetti, artista bergamasco dalla lunga e coerente traiettoria, capace di muoversi con naturalezza tra tradizione e contemporaneità, tra figurazione e astrazione.
Non una semplice esposizione, ma un progetto espositivo, pensato in stretta relazione con uno spazio non facile, ma affascinante. Lo spazio della Sala Carbonari – con la sua luce verticale, l’architettura sviluppata su due livelli e la scansione ritmica delle pareti – ha suggerito un percorso che è anche un racconto visivo: fatto di pause e accelerazioni, di ombre e risonanze, di silenzi e vibrazioni.
L’allestimento, asciutto e rigoroso, si articola tra il piano terra e il livello superiore in un equilibrio tra pieni e vuoti, luci e sospensioni. Al piano inferiore dominano le grandi tele su carta, con quattro opere della serie “L’immagine ritrovata”, disposte in modo da costruire una sorta di ritmo murale, interrotto solo dai grandi ritratti affiancati e lasciati liberi di respirare nello spazio.
Al piano alto, invece, una serie di opere più piccole, leggere e fluttuanti, si affacciano sul vuoto creando un effetto di levità e sospensione, in studiata alternanza con i lavori “ottici” su alluminio alle pareti. In fondo alla sala, come punto di fuga, una grande tela a olio del 2020, unica opera a colori, chiude il percorso con una nota di vibrante dissonanza.
Tra i ritratti, colpisce “Ilaria” (2025), olio su carta, in cui il volto di una giovane donna, sbalzato in primissimo piano, dà forma a una composizione vibrante e rapida, dai tratti nervosi e sbavature volute. Non c’è posa, non c’è costruzione: c’è una verità istantanea che ricorda lo scatto fotografico, ma con la fluidità della pittura fatta a mano.
Il titolo della mostra, “Il tempo che si vede” non è solo evocativo, ma è una chiave di lettura. Facchinetti lavora con il tempo e sul tempo. C’è il tempo della creazione, il tempo della visione, il tempo naturale e quello della memoria. Un tempo che rimane sulle superfici, come pigmento e come impronta, che si deposita e riaffiora, come nei dipinti impressionisti, ma in bianco e nero.
Nel video proiettato in mostra entriamo nel suo studio e scopriamo gli strumenti non convenzionali della sua arte: spatole, cannule, stracci, spugne, a integrare il lavoro di lapis e pennello. Una fisicità che si riflette anche nei lavori esposti. L’arte, dice l’artista, “mi ha salvato la vita”, e questa mostra, intima e intensa, lo conferma.
La mostra è aperta fino all’1 giugno da mercoledì a sabato dalle 16 alle 18.30 e domenica dalle 10.30 alle 12 e dalle 16 alle 18.30.