Uccise il marito a coltellate, l’imputata: “Non ricordo niente di quella sera”
Secondo il perito del tribunale e il consulente della parte civile Caryl Menghetti deve rimanere detenuta nella Rems di Castiglione delle Stiviere
Martinengo. Non ricorda nulla di quella sera di gennaio del 2024, quando ha impugnato un coltello ed ha ucciso suo marito Diego Rota, nella loro villetta di Martinengo. Lo ha detto la stessa imputata, Caryl Menghetti, 46 anni, durante la sua deposizione in aula nell’udienza di lunedì 19 maggio davanti alla Corte d’Assise.
“Io e Diego ci siamo conosciuti nel 2005 a un battesimo, ci siamo sposati nel 2009 e abbiamo comprato casa tre anni dopo. Volevamo dei figli ma abbiamo avuto difficoltà, così siamo ricorsi all’inseminazione artificiale”. La donna è rimasta incinta di due gemelli ma, dato che il maschietto presentava dei problemi, al quinto mese ha abortito portando a termine solamente la gravidanza della bambina, che ora ha 8 anni.
“Nel 2020 ho iniziato ad avere il terrore che qualcuno potesse molestare mia figlia, tanto che sono stata ricoverata nel reparto di Psichiatria all’ospedale di Treviglio. Erano paure mie, Diego non c’entrava nulla. Ho iniziato la terapia e i timori sono passati. Ho smesso su indicazione della mia dottoressa, ma dopo un paio d’anni le paure sono ricominciate”.
E da qual momento i due coniugi hanno iniziato ad allontanarsi: “Discutevamo sempre per questioni economiche relative al suo lavoro come falegname. Io volevo lasciarlo ma lui non voleva, non stavo più bene con lui”.
La mattina del 26 gennaio Caryl sta male, la paura che qualcuno possa fare del male alla sua bambina, compreso il marito, la annienta, così si fa portare in ospedale: “Volevo farmi ricoverare ma Diego si è opposto e ha firmato per riportarmi a casa. Non ricordo cosa è successo nel pomeriggio, so che lui ha messo a letto nostra figlia e poi non so cosa sia successo”.
Nell’udienza di lunedì sono stati sentiti anche il perito del tribunale Sergio Monchieri, specialista in criminologia clinica, chiamato ad esprimersi rispetto alla permanenza dell’imputata nella Rems dove si trova detenuta. Lo stesso quesito è stato posto anche a Massimo Picozzi, consulente della parte civile. Entrambi hanno concordato sulla valutazione: Caryl Menghetti deve rimanere nella struttura psichiatrica di Castiglione delle Stiviere, non ci sono alternative possibili. Dove lei, peraltro, si trova molto bene, si è adattata, è inserita, si sente sicura. Tanto che, quando le hanno chiesto se voleva andare a casa o trasferirsi in una comunità, ha detto di no: “Non si sente pronta”. Secondo Monchieri un fattore esterno, un episodio mediatico o altro potrebbero portare a un nuovo scompenso.
Le paure della donna nascono dal fatto che, all’età di 6 anni, ha subito molestie sessuali. Un episodio rimosso e riaffiorato solo nel 2020 quando è stata ricoverata e ha iniziato la terapia. Solo ora l’imputata inizia ad elaborare quanto ha commesso. Nei primi colloqui con gli psichiatri non aveva mai un pensiero per il marito ma era concentrata su di sé e sulla figlia. “Nell’ultimo periodo però prova sensi di colpa per la morte di Diego e mostra perplessità rispetto al fatto che lui non si sia difeso dal suo attacco mortale”, ha dichiarato il perito. Secondo Picozzi sulla sua psiche può aver influito anche l’interruzione della gravidanza.
Nella prossima udienza, fissata per il 23 giugno, è prevista la discussione. Caryl Menghetti in udienza preliminare era stata giudicata incapace di intendere e di volere. Se la valutazione sarà confermata l’imputata sarà assolta, ma rimarrà comunque detenuta nella Rems.


