L’impatto dell’inflazione persistente e delle politiche monetarie restrittive sui mercati azionari e obbligazionari
Non vogliamo parlare ancora di dazi (ne faremo solo un accenno), ma di uno degli effetti che questi provocano ovvero l’inflazione, analizzandone il trend negli ultimi anni, la reazione delle banche centrali, ma soprattutto le implicazioni per il nostro portafoglio. Negli ultimi anni, l’inflazione persistente e le conseguenti politiche monetarie restrittive adottate dalle banche centrali hanno avuto un impatto significativo sui mercati finanziari globali, in particolare sui mercati azionari e obbligazionari.
Questi fenomeni, intrecciati in un contesto di incertezza economica, hanno ridisegnato le dinamiche di investimento, influenzando rendimenti, valutazioni e strategie degli investitori. Analizziamo dunque questi fattori, gli effetti e le loro implicazioni per i due principali mercati.
La settimana ha visto l’indice principale del nostro Paese, il FTSE MIB, crescere del 3,27% e superare di slancio i 40.000 punti (non accadeva dall’ottobre 2007), portando la performance dall’inizio dell’anno al 19%. In crescita anche l’indice delle società star, il FTSE ITALIA STAR, che cresce del 2,42% (+3,2 dall’inizio dell’anno) e quelle delle micro caps, il FTSE ITALIA GROWTH, che cresce dell’1,17% (-0,22% dall’inizio dell’anno).
Miglior titolo della settimana, Iveco (+13,36%), sulle indiscrezioni di stampa secondo le quali la divisione Iveco Defence farebbe gola a molti nel panorama europeo. Interesse in particolare da parte di Leonardo (che l’AD Cingolani ha confermato), della tedesca Rheinmetall e della società franco-tedesca Knds, che avrebbe offerto poco più di 1,5 miliardi, la spagnola Indra.
Medaglia d’argento per Brunello Cucinelli (+10,4%), grazie anche al report di Morgan Stanley che ha mantenuto il rating a “overweigth” e portato il target price a 120 euro per azione.
Terzo miglior titolo Stellantis (+8,99%). Secondo quanto riportato da Bloomberg, Stellantis potrebbe chiudere velocemente la complicata ricerca di un nuovo amministratore delegato, (dopo cinque mesi dall’addio di Carlos Tavares). In pole position ci sarebbe il nome di Antonio Filosa, l’attuale capo delle operazioni nelle Americhe.
Peggior titolo della settimana Nexi, che lascia sul campo il 2,46%.
Nonostante la crescita dei ricavi nel dettaglio, NEXI ha terminato lo scorso trimestre con ricavi per 810,2 milioni di euro, in aumento del 3,7% rispetto ai 781,2 milioni ottenuti nei primi tre mesi dell’esercizio precedente. Il consensus degli analisti, pubblicato sul sito Internet della società, indicava ricavi per 810 milioni di euro.
Secondo peggior titolo Recordati (-1,83%), che rifiata dopo la crescita dal 9 aprile scorso grazie ai risultati del 1Q25 che hanno visto una crescita dell’11.9% (+7.2% a cambi costanti) dei ricavi e 607.8 milioni di euro e dell’Ebitda del 10.7% a 244 milioni di euro.
Campari, con un frizionale -0,85%, è il terzo peggior titolo della settimana. Gli investitori sono in attesa di capire se la redditività – misurata dall’Ebitda margin rettificato – dei prossimi trimestri possa crescere dopo la flessione subìta nel corso dal 1Q25 (dal 27.3% del 1Q24 al 26.1%).
La settimana ha visto importanti dati in uscita e strategici accordi sul fronte dazi (Regno Unito e Cina). E questo ha attenuto le preoccupazioni relative degli investitori. Poiché gli Stati Uniti registrano un surplus commerciale con il Regno Unito, il quadro sembra offrire indicazioni limitate su come potrebbero essere i futuri accordi con i partner commerciali più grandi e con quelli con cui gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale significativo. Tuttavia, dato che l'accordo con il Regno Unito prevede una base del 10% su tutte le importazioni negli Stati Uniti, è probabile che l'imposta minima del 10% rimarrà in tutti gli accordi commerciali futuri. Analogamente, l’accordo temporaneo con la Cina è uno sviluppo positivo, ma non ci sentiamo di escludere che i negoziati non possano comunque portare a colpi di scena inaspettati lungo il percorso. Come per l’accordo con il Regno Unito, prevediamo che qualsiasi accordo finale con la Cina
includerà una tariffa di base compresa tra il 10 e il 15%, che sarà comunque superiore a quella degli ultimi 80 anni.
Settimana che ha visto anche il dato di inflazione USA MoM di aprile, rivelatosi leggermente più basso delle attese (+0.2% contro +0.3% attesa), ma in crescita rispetto al dato di marzo, pari a -0.1%, che porta il tendenziale annuo al +2.3% (da +2.4% atteso e di marzo). Prosegue dunque, anche se in modo moderato, la disinflazione, ma sicuramente non al ritmo atteso dalla Fed. Nonostante i numeri siano tutto sommato positivi, credo che possiamo tutti concordare sul fatto che la crescita rallenterà e l’inflazione subirà un’accelerazione, almeno nel breve termine, a causa della diffusa incertezza e dell’applicazione delle tariffe, che dovrebbero influire sui risultati economici Questo potrebbe significare che non ancora abbiamo assistito ad una revisione al ribasso sufficiente delle stime degli utili per il resto del 2025, e questo aggiustamento rappresenta un’ulteriore potenziale fonte di rischio nel breve termine. Se continueremo a vedere progressi nei negoziati per l’accordo commerciale e ulteriori esenzioni o cambiamenti di rotta da parte dell’amministrazione, è possibile però che qualsiasi aggiustamento del mercato non dovrà essere necessariamente profondo o duraturo.
Tasso di crescita dell’economia in riduzione e tensioni sui prezzi che si intensificano e diventano persistenti.
Analizziamo che cosa vuol dire.
Inflazione persistente: un nemico silenzioso per i mercati
L’inflazione persistente, caratterizzata da un aumento prolungato dei prezzi di beni e servizi, erode il potere d’acquisto e crea pressioni sia sulle imprese che sui consumatori. Per i mercati azionari, l’inflazione elevata ha un duplice effetto:
→ Riduzione dei margini di profitto: le aziende affrontano costi crescenti per materie prime, energia e manodopera. Quelle che non riescono a trasferire questi costi ai consumatori vedono i loro
margini comprimersi, con conseguente impatto negativo sui profitti e, di riflesso, sui prezzi delle azioni. I settori più colpiti includono quelli a bassa marginalità, come il commercio al dettaglio e i
beni di consumo non essenziali;
→ Valutazioni sotto pressione: l’inflazione riduce il valore attuale dei flussi di cassa futuri, un elemento chiave nella valutazione delle azioni. Le società growth, come quelle tecnologiche, che
dipendono fortemente da aspettative di crescita futura, sono particolarmente vulnerabili.
Per il mercato obbligazionario, l’inflazione è altrettanto dannosa. Quando i prezzi aumentano, il valore reale dei pagamenti futuri delle obbligazioni a tasso fisso diminuisce, spingendo gli investitori a richiedere rendimenti più alti. Ciò si traduce in un aumento dei rendimenti obbligazionari e in una corrispondente diminuzione dei prezzi delle obbligazioni esistenti, soprattutto per quelle a lunga scadenza.
Politiche monetarie restrittive: il bisturi delle banche centrali
Per contrastare l’inflazione persistente, le banche centrali, come la Fed e la BCE, hanno adottato politiche monetarie restrittive, principalmente attraverso aumenti dei tassi di interesse e la riduzione dei programmi di acquisto di titoli (quantitative tightening). Queste misure hanno avuto un impatto diretto sui mercati finanziari:
Mercati Azionari:
→ Aumento del costo del capitale investito: tassi di interesse più alti incrementano il costo del debito per le aziende, riducendo la loro capacità di investire in crescita o innovazione. Questo è
particolarmente penalizzante per le piccole e medie imprese e per le società ad alto indebitamento;
→ Rotazione settoriale: gli investitori tendono a spostarsi da titoli growth (tecnologia, biotech) verso titoli value (energia, finanza, beni di prima necessità), che offrono dividendi più stabili e sono meno sensibili ai tassi elevati;
→ Volatilità in crescita: l’incertezza sulle mosse delle banche centrali e sull’efficacia delle politiche restrittive ha alimentato la volatilità, con indici come l’S&P 500 e il FTSE MIB che hanno registrato oscillazioni significative.
Mercati Obbligazionari:
→ Aumento dei rendimenti: l’innalzamento dei tassi di riferimento ha spinto i rendimenti delle obbligazioni governative, come i Treasury USA a 10 anni, a livelli mai visti da anni. Ciò ha reso le
obbligazioni più attraenti rispetto alle azioni per gli investitori in cerca di reddito fisso, ma ha anche causato perdite di capitale per chi deteneva obbligazioni a basso rendimento;
→ Rischio di credito: le condizioni finanziarie più rigide aumentano il rischio di default per le obbligazioni corporate, specialmente per quelle ad alto rendimento (high-yield), poiché le aziende
meno solide faticano a rifinanziare il debito a tassi più alti.
Interazioni e Implicazioni di Lungo Termine
L’interazione tra inflazione persistente e politiche restrittive crea un ambiente complesso per gli investitori. Da un lato, l’inflazione erode i rendimenti reali e dall’altro, i tassi più alti comprimono le valutazioni e aumentano i rischi di recessione. Questo scenario ha portato ad una maggiore cautela tra gli investitori, con una preferenza per asset più difensivi o alternativi, come le materie prime o le obbligazioni indicizzate all’inflazione.
Nel lungo termine, l’efficacia delle politiche monetarie nel domare l’inflazione senza innescare una recessione è cruciale. Ed è proprio quello che hanno fatto negli ultimi anni sia la Fed che la BCE, aiutate da una politica fiscale fortemente accomodante, con un buon successo. Una stretta eccessiva non sorretta dalla politica monetaria espansiva, avrebbe infatti soffocato la crescita economica, deprimendo ulteriormente i mercati azionari e aumentando i default nel mercato obbligazionario (che poi è quello che è accaduto nella grande depressione degli anni ’30). Al contrario, un allentamento prematuro potrebbe alimentare ulteriori pressioni inflazionistiche, perpetuando l’instabilità.
Strategie per gli Investitori
In questo contesto, va da sè che gli investitori devono adottare approcci più dinamici, come per esempio:
→ Diversificazione: bilanciare il portafoglio tra azioni value, obbligazioni a breve scadenza e asset reali (come per esempio le materie prime);
→ focus sui fondamentali: privilegiare aziende con bilanci solidi, flussi di cassa stabili e capacità di resistere a pressioni inflazionistiche;
→ flessibilità tattica: monitorare gli sviluppi macroeconomici e le comunicazioni delle banche centrali per adattare rapidamente i portafogli.
L’inflazione persistente e le politiche monetarie restrittive rappresentano una sfida significativa per i mercati azionari e obbligazionari. Se da un lato creano opportunità per gli investitori più attenti, dall’altro richiedono una gestione oculata del rischio in un contesto di elevata incertezza. La capacità delle banche centrali di calibrare le loro azioni è ovviamente determinante per il futuro dei mercati finanziari, mentre gli investitori devono dimostrare resilienza e adattabilità per navigare in queste acque turbolente.
Antonio TognoliHo iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.


