Uccise i figli neonati, il medico del 118: “La madre non aveva iniziato il massaggio cardiaco, piangeva sul divano”
Nell’udienza del processo a carico di Monia Bortolotti è stata fatta sentire la telefonata tra il rianimatore intervenuto e la collega della patologia neonatale
Pedrengo. “Ho pensato di avvisarvi perché sono qui con il 118, siamo intervenuti su Zorzi Mattia, un bimbo che come mi dice il papà era seguito da voi. Sono intervenuto perché ha avuto un episodio di arresto cardiaco e già loro avevano avuto un figlio morto a 5 mesi”.
“Sì sì, gli abbiamo fatto anche tutta la genetica per le cardiopatie che è risultata negativa e aveva messo un loop recorder addirittura fuori indicazione. Ti giuro, sono sconvolta, ha avuto un ricovero lunghissimo e l’abbiamo rivoltato come un calzino”.
Questo è il dialogo telefonico, fatto sentire in aula durante l’udienza di lunedì 12 maggio, tra il medico anestesista rianimatore dell’ospedale Papa Giovanni Mirko Nacoti e la dottoressa della patologia neonatale, che una settimana prima aveva dimesso il piccolo Mattia, 2 mesi appena, dopo un ricovero di oltre un mese.
Il medico è arrivato a casa Zorzi il 25 ottobre 2022 perché il cuore del bimbo si era fermato: “Ha avuto un arresto ma non è stato tanto massaggiato, dai genitori o dalla mamma, che era da sola credo. Siamo arrivati 10 minuti dopo la chiamata ma non è più ripartito insomma. Volevo solo avvisarti. Ho concordato con loro di non portarlo nemmeno in ospedale, l’ho lasciato a casa”.
Ora a processo c’è Monia Bortolotti, la mamma di Mattia e di Alice, la sorellina deceduta appena un anno prima. La donna, 29 anni, è accusata di aver soffocato entrambi, la bimba con un cuscino, il bimbo stretto in un abbraccio mortale. Ora si trova detenuta nella Rems di Castiglione delle Stiviere.
Il presidente della Corte d’Assise Patrizia Ingrascì ha chiesto al dottor Nacoti di spiegare meglio il passaggio in cui dice che il piccolo non era stato massaggiato: “Alle telefonate sanitarie urgenti il primo a rispondere è un tecnico. Se c’è un arresto cardiaco prova a fare iniziare le manovre di rianimazione alla persona che chiama. Quando è arrivato il personale del 118 le manovre non erano in corso, ma succede spesso. Rianimare qualcuno è un’operazione complessa. La madre era seduta sul divano che piangeva”.
La Corte ha mostrato al teste una fotografia del piccolo, chiedendogli se ricordava di aver notato delle lesioni puntiformi sul torace: “No, non ricordo lesioni. Possono però essere state provocate dalle piastre che si applicano per defibrillare”.
Nell’udienza di lunedì è stato affidato l’incarico al perito Paolo Silvani, anestesista rianimatore pediatrico del San Raffaele di Milano. Dovrà esaminare il tracciato del dispositivo sottocutaneo impiantato nel piccolo Mattia durante il ricovero al Papa Giovanni, quando la mamma aveva riferito di un’apnea avuta in seguito a una poppata. Il dispositivo aveva lo scopo di monitorare in tempo reale l’attività cardiaca del neonato. In particolare, l’attenzione del perito dovrà concentrarsi sui dati rilevati la mattina del decesso e nei giorni precedenti: si cercherà di capire se vi siano stati episodi di bradicardia, tachicardia o altri segnali di sofferenza cardiaca anche prima del tragico epilogo.
Al dottor Silvani è stato inoltre chiesto di valutare le macchie rossastre individuate sul torace del bambino in sede di autopsia e l’entità della compressione toracica subita. Un’analisi fondamentale per comprendere se la morte possa essere stata provocata da un gesto volontario, come ipotizza l’accusa. Dovrà anche esprimersi sulla cartella clinica di Alice, anche se sulla piccola non era stata eseguita l’autopsia. La salma era stata riesumata in seguito alla morte del fratellino, ma non era stato possibile effettuare accertamenti per il cattivo stato di conservazione del corpo.
La prossima udienza è stata fissata per il 27 giugno.



