Il PKK annuncia lo scioglimento: una nuova pagina per la Turchia?
Il PKK annuncia l’addio alle armi, ma, a differenza dell’IRA nell’Irlanda del Nord e dell’ETA nel Paese basco, lo fa senza la garanzia di un processo politico che possa portare all’accoglimento delle istanze pluridecennali del movimento curdo
L’annuncio dello smantellamento del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) è infine arrivato dopo essere stato lungamente annunciato in occasione di ricorrenze e data variamente significative per il movimento curdo.
Forse proprio il ritardo nella proclamazione ufficiale di un annuncio che era ormai nell’aria da tempo potrebbe alimentare qualche illazione sul fatto che lo scioglimento, benché chiesto dal capo storico Abdullah Öcalan, non sia stato unanimemente accettato, ma abbia anzi richiesto un supplemento di dibattito all’interno dei vertici del partito combattente.
Il PKK annuncia l’addio alle armi, ma, a differenza dell’IRA nell’Irlanda del Nord e dell’ETA nel Paese basco, lo fa senza la garanzia di un processo politico che possa portare all’accoglimento delle istanze pluridecennali del movimento curdo. Lo stato turco non sembra particolarmente propenso né pronto per rimettere in discussione il suo assetto centralizzato e la sua visione nazionale.
Come mai giunge allora questa decisione da parte del PKK? È una “resa di Öcalan ai suoi carcerieri”, come qualcuno ha scritto in maniera affrettata? In realtà, il capo storico del movimento curdo, che si trova in un carcere di massima sicurezza dal 1999 dopo aver schivato la condanna a morte, ha ormai da quindici anni ripudiato nei suoi scritti l’idea di creare uno stato nazionale curdo, favorendo invece la costruzione di un sistema di forti autonomie locali. Inoltre, l’annuncio delle ultime ore segue la dichiarazione unilaterale di sospensione della lotta armata che era stata pubblicata agli inizi di marzo. Lo sviluppo odierno è insomma per molti versi clamoroso, ma non completamente inatteso.
A essere determinante è principalmente il mutato contesto regionale del Medio Oriente, in particolare dopo la caduta del governo di Bashar al-Assad agli inizi del dicembre scorso. La situazione dalle parti di Damasco è tutt’altro che stabilizzata, come mostrano gli avvenimenti più recenti, e di certo vanno ridimensionati i racconti trionfali che descrivono la Turchia come nuova domina della Siria dopo la fine della dinastia Assad. Anche se non è chiaro quale sarà il futuro assetto siriano, i nuovi rapporti di forza che si sono delineati negli ultimi mesi hanno accresciuto l’isolamento dell’amministrazione autonoma a trazione curda nel nordest della Siria. Molto influisce il tentativo dei gruppi curdi siriani di mantenere almeno una parte dell’autonomia che hanno conquistato con le armi negli ultimi dieci anni, mentre anche lì si parla di deporre le armi e confluire nelle forze armate regolari siriane sotto il comando del nuovo governo di Ahmad al-Shara’, già noto col nom de guerre Muhammad al-Jawlani.
Fondamentale per i gruppi curdi siriani è non offrire un pretesto né al nuovo governo siriano né al governo turco per smantellare per via militare quelle forme di autogoverno che sono state costruite nel quadro dell’implosione della Siria dopo il 2012.
Per il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, autore di una evidente torsione autoritaria e alle prese con un’altrettanto evidente crisi economica, la prospettiva di una soluzione della questione curda con lo smantellamento del principale nemico interno, ossia il PKK, appare come uno strumento idoneo per rafforzare internamente la propria immagine. È anche un possibile viatico per raccogliere i voti di milioni di elettori nelle regioni rurali a maggioranza curda nel sudest dell’Anatolia, che da decenni sostengono il movimento curdo e che nelle ultime tornate elettorali hanno votato in massa per le varie sigle della sinistra filo-curda. Si tratta di un elettorato spesso stanco del conflitto armato e che peraltro in buona parte condivide le sensibilità tradizionaliste del partito islamico conservatore al potere.
Il variegato fronte dell’opposizione turca ha con grande ritardo cercato di portare dalla propria parte il movimento curdo, anche se il principale partito di opposizione proviene da una cultura politica di stampo nazionalista e stato-centrico che è difficile superare con agilità. Tutto può accadere nel nome del pragmatismo, ma per il movimento curdo una soluzione negoziata (accompagnata magari dalla scarcerazione di Öcalan) sarebbe con tutta probabilità un’opzione molto più prioritaria rispetto alla partecipazione a un’eterogenea e arrangiata coalizione anti-Erdoğan nelle prossime elezioni generali.
I punti interrogativi non mancano, come pure svariate ragioni di scetticismo, ma gli interessi concreti delle parti coinvolte potrebbero agevolare qualche passo in avanti (come pure sembrava poter essere possibile nella primavera del 2012) nella chiusura di un conflitto interno che, secondo più fonti, ha causato negli anni circa quarantamila morti.
Francesco Mazzucotelli
Docente di Storia della Turchia e del Vicino Oriente presso l’Università di Pavia


