Il docufilm su Zelensky e l’Ucraina a Cannes: “Non c’è altra scelta che aiutarli a vincere”
Questa giornata del Festival è caratterizzata però dalla proiezione di tre film dedicati all’Ucraina. Il pensiero corre così a tre anni fa, quando il presidente ucraino Zelensky si collegò in diretta durante la cerimonia di apertura
È la prima giornata ufficiale del 78° Festival di Cannes. In attesa della cerimonia di apertura delle 19, le occasioni in sala non mancano. La pellicola “La febbre dell’oro” (The Gold Rush, 1925) diretta e interpretata da Charlie Chaplin, restaurata dalla Cineteca di Bologna in occasione del centenario, è una chicca. Chaplin mette in scena uno dei grandi sogni americani declinando i bisogni primari di ogni essere umano – cibo, rifugio, accettazione, amore, prosperità -, riuscendo a far ridere e piangere il pubblico. La danza dei panini, le scarpe divorate con gusto, sono scene indimenticabili che conservano tutto il loro fascino.
Questa giornata del Festival è caratterizzata però dalla proiezione di tre film dedicati all’Ucraina. Il pensiero corre così a tre anni fa, quando il presidente ucraino Zelensky si collegò in diretta durante la cerimonia di apertura, quando il supporto del mondo occidentale all’Ucraina era unanime e senza tentennamenti. La guerra è oggi ancora aperta, tragica in quella terra, ma lo scenario internazionale è cambiato per molti aspetti. “Zelensky” di Yves Jueland è un bioptic sul presidente, “A 2000 metri da Andriivka” di Mstyslav Chernov – il regista di “Venti giorni a Mariupol”– immerge lo spettatore nella missione straziante di un plotone ucraino. Noi abbiamo assistito al film di Bernard Henri Lévy “Notre guerre” e porteremo a lungo dentro di noi le riflessioni dell’autore, ma soprattutto i visi delle tante persone incontrate.
Il filosofo Lévy, influente saggista sulla scena politica e mediatica francese, è vicino alla nazione ucraina dalla “rivoluzione arancione” del 2004 e dall’inizio del conflitto è questo il quarto film girato sul campo.. Da quest’ultimo lavoro emerge la riflessione che la guerra di trincea di tre anni fa è evoluta in un conflitto tecnologico basata sull’uso implacabile dei droni, che il morale è solido nonostante la grande incertezza, che la distruzione è enorme, documentabile solo con le immagini perchè le parole non riuscirebbero a descriverla. Emerge soprattutto l’umanità dentro questa tragedia, dei generali come dei soldati, del Presidente Zelensky, delle persone. Storie di madri comandanti che fanno i compiti a distanza con i figli via Face time, di uomini e donne poeti al fronte. Ritratti rapidissimi. E affondi più significativi su alcuni argomenti, come il problema dei quasi 20.000 bambini e bambine deportati in Russia, strappati dalle truppe di Putin per cancellare la loro identità culturale e farne magari un domani soldati russi. BHL ci porta in un centro che accoglie i bambini recuperati dalla deportazione, incontra Zelensky che ammette essere questo il suo pensiero costante. Save the children è il titolo di questa sezione del film.
BHL si muove tra rifugi e basi nascoste, visita avamposti, assiste ad azioni in prima linea, quando è il caso indossa elmetto e giubbotto antiproiettile, ma perlopiù si aggira con le mani nelle tasche del suo cappottino nero, senza nè guanti nè berretto nonostante il freddo, oppure fa domande e prende appunti con un pennarello azzurro, sorride a tutti, accolto ormai come un vecchio amico. Se affiora il pensiero malizioso di un avvicinamento alla guerra solo per posa, è subito scacciato proprio da questo rimanere marcatamente se stesso, anche iconicamente: BHL non gioca a fare il soldato, è un intellettuale che ha deciso di appoggiare l’Ucraina e vi si reca per compiere un’azione di divulgazione importante, un impegno significativo per far conoscere le condizioni della guerra, la sofferenza e la resistenza del popolo ucraino. D’altro canto si adopera per far sentire palpabile in Ucraina la vicinanza del resto d’Europa, soprattutto della Francia.
Zelensky viene descritto come churchilliano per spirito di resistenza, Putin è bollato come erede diretto di Ivan il terribile. Senza mezzi termini.
Il senso di questo film è dichiarato nelle ultime battute della voce fuori campo di Lévy che accompagna tutto il film: “questa guerra è anche la nostra guerra, non c’è altra scelta che aiutarli a vincere”.
Applauso e standing ovation anche per gli uomini e le donne militari ucrain* presenti in sala e BHL ringrazia la tradizione del Festival vicino alle battaglie per la libertà, ma siamo pur sempre nella sala Bazin, la più piccina del Palais – e lo stesso va detto per le altre due proiezioni – una dimensione facile da riempire…



