Leone XIV, un cuore ruggente con la forza della tenerezza
Un uomo di unità nella diversità, con radici profonde e orizzonti aperti
Da un pastore che aveva l’odore delle pecore (come Bergoglio diceva di sé) a un leone che sa di agnello. Passare da un nome dolce come Francesco ad uno energico come Leone sembra un salto.
Habemus Papam! – dice il Cardinale Protodiacono – Qui sibi nomen imposuit Leonem. Cosa ci si deve aspettare da un “leone americano”?
Un ruggito alla Metro Goldwyn Mayer come inizio di un nuovo film? Invece la sua prima parola è “pace a voi!”. È il saluto del Cristo Risorto agli apostoli chiusi nel cenacolo, impauriti e incerti sul presente e sul futuro. È il bisogno del mondo. Sono andato allora a cercare la storia di questo nome nei suoi tredici predecessori, due dei quali santi.
Il primo è Leone “magno”, il grande. Nella storia solo due Papi hanno avuto questo riconoscimento: lui e Gregorio I. Siamo nel IV sec. d.C. e il suo pontificato è caratterizzato per la difesa della verità del Vangelo e per aver affrontato il terribile Attila, non con le armi ma con il dialogo, persuadendolo a cessare l’invasione e a non invadere Roma.
L’ultimo è Leone XIII (1878–1903), diplomatico e innovatore, che ha cercato di rinnovare il ruolo della Chiesa nel mondo moderno, senza rompere con la tradizione. Fu il primo papa ad affrontare in modo sistematico le questioni sociali legate alla rivoluzione industriale, attraverso l’enciclica Rerum Novarum (1891), in cui difendeva i diritti dei lavoratori e l’equilibrio tra capitale e lavoro.
In un contesto segnato dalla perdita del potere temporale della Chiesa (pochi anni dopo la presa di Roma da parte dell’esercito per l’unificazione del Regno d’Italia) la sua risposta non fu militare, ma intellettuale e pastorale. Infine è ricordato come “il Papa del Rosario” per il forte impulso volle ridare alla devozione mariana, in particolare alla recita del Rosario (sul quale scrisse addirittura 11 encicliche), considerandola una delle preghiere più potenti e necessarie per la Chiesa e per la società come risposta ai mali del tempo (secolarismo, crisi sociale, divisioni politiche) e come strumento per un rinnovamento morale e sociale, ritenendola “adatta a tutti, accessibile a ognuno, semplice ma profondissima” che aiuta a rafforzare la famiglia, a proteggere i valori morali, a promuovere la pace e la giustizia. Grazie a lui, ottobre divenne mese mariano, stabilendo la festa della Madonna del Rosario.
Mi immagino un nodo di continuità nella scelta del nuovo Pontefice di concludere il suo primo saluto chiedendo di pregare insieme l’Ave Maria. Quindi? Leone o agnello? La prima impressione – non conoscendolo – è proprio questo senso di capacità di equilibrio tra poli diversi per creare un campo di energia: missionario nelle povertà del Perù e capo dei vescovi in vaticano, vestito come Papa Benedetto e con l’atteggiamento libero di Papa Francesco, cordiale e deciso, emozionato e solare, profondamente spirituale e intensamente attento alle tragedie del mondo, tennista dilettante (come si è definito) e fine studioso, con accento inglese e inflessioni spagnole, prevosto (mi perdonerà l’ardire di giocare col suo nome) e santo padre. Un uomo di unità nella diversità, con radici profonde e orizzonti aperti.
La riprova è il motto agostiniano che scelse divenendo Vescovo e che ora diventa augurio per il suo primo giorno da Leone e per il futuro nostro, della Chiesa e del mondo: “in Illo unum uno, nell’unico Cristo siamo uno”. Chissà, forse lo Spirito Santo ha pensato che avessimo tutti bisogno di un cuore ruggente con la forza della tenerezza, quella che ieri si è intravvista in Leone XIV.
Monsignor Giulio Dellavite
Delegato Vescovile per le relazioni esterne e istituzionali





