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Riccardo Claris ucciso con una coltellata ‘da abbraccio’ che ha perforato il polmone e reciso l’aorta

Un solo colpo, inferto sotto la scapola sinistra, con una lama in ceramica di 11 centimetri

Bergamo. Jacopo De Simone non avrebbe accoltellato Riccardo Claris alla schiena, ma aggredendolo frontalmente con un colpo “da abbraccio”. Un colpo violento, inferto sotto la scapola sinistra che ha perforato il polmone e reciso l’aorta del 26enne, morto all’1,59 tra sabato 3 e domenica 4 maggio in via dei Ghirardelli. È quanto emerso dall’autopsia effettuata mercoledì mattina dal dottor Luca Tajana alla camera mortuaria dell’ospedale Papa Giovanni di Bergamo. Escluso, dunque, un colpo “a tradimento” con la vittima di spalle, come inizialmente emerso.

Il giudice per le indagini preliminari, Maria Beatrice Parati, all’indomani dell’interrogatorio ha convalidato l’arresto per omicidio aggravato dai futili motivi e disposto la custodia cautelare in carcere per il 19enne De Simone, assistito dall’avvocato di fiducia Luca Bosisio. “Più volte, con insistenza, ha ribadito di aver agito per difendere la sua casa e la sua famiglia da una mandria di animali: mi fanno schifo li ucciderei tutti”, riporta l’ordinanza del tribunale.

Il suo gruppo e quello di Claris si erano pizzicati al Reef Cafè di Borgo Santa Caterina per divergenze legate alla fede calcistica. Tra insulti e sguardi di troppo, la tensione è cresciuta e la situazione si è incancrenita. Gli amici della vittima avrebbero pedinato De Simone fin sotto l’abitazione al civico 27 di via dei Ghirardelli, a due passi dal Gewiss Stadium. Il reo confesso dell’omicidio ha spiegato di essere salito in casa, dov’era al sicuro, per afferrare un coltello e tornare in strada di sua spontanea volontà, armato.

“Ingenerando una nuova situazione di pericolo” osserva il gip, negando un eventuale profilo di legittima difesa. Al momento, non ci sono riscontri sul fatto che Claris avesse in mano una catena, come sostiene De Simone. Sulla scena del crimine, al massimo, è stata rinvenuta la fibbia di una cintura. “L’assenza di un reale, concreto e attuale pericolo – osserva il gip – sono espressivi di un intento di vendetta e di giustizia privata che ha animato l’indagato”.