Convalidato l’arresto di Jacopo De Simone. Versioni discordanti, gli inquirenti sentono altre 10 persone
L’avvocato di De Simone: “Non è uno scontro tra tifoserie”. Mercoledì mattina l’autopsia sul corpo della vittima, uccisa da un’unica coltellata alla schiena. Venerdì i funerali
Bergamo. Fuori dal tribunale di Bergamo, nonostante la pioggia, intorno alle 15 di martedì 6 maggio inizia a radunarsi un gruppetto di ragazze e ragazzi. Attendono il mezzo della polizia penitenziaria che, dal carcere di Brescia, accompagna Jacopo De Simone all’interrogatorio fissato davanti al gip Maria Beatrice Parati, che ha convalidato l’arresto.
Nessuno parla, fumano sigarette. Il mezzo arriva e si infila nel cancello che porta sul retro del palazzo di giustizia, nell’ingresso riservato ai detenuti. Esce un’ora dopo, nello stesso momento in cui il pubblico ministero Guido Schininà, titolare dell’inchiesta, torna in procura dopo aver assistito all’interrogatorio.
Il 18enne che nella notte tra sabato 3 e domenica 4 maggio ha ucciso con una coltellata alla schiena Riccardo Claris, consulente finanziario di 26 anni, ha ribadito anche in sede di convalida quanto aveva dichiarato al momento dell’arresto. Ovvero di aver preso il coltello dalla cucina di casa per difendere il fratello, che non era rincasato dopo uno screzio con alcuni tifosi atalantini iniziato per un coro interista partito dal suo gruppo al Reef bar di via Borgo Santa Caterina.
Nella giornata di martedì i carabinieri hanno sentito una decina di persone, alcune appartenenti alla compagnia degli atalantini, altre a quella degli interisti, altre ancora informate sui fatti. Ma, secondo Luca Bosisio, il difensore di De Simone, questa vicenda non avrebbe nulla a che vedere con il mondo ultras. Al termine dell’interrogatorio ha precisato: “Jacopo, come suo fratello, non andava allo stadio da quando era bambino, non frequentava la curva dell’Inter. È andato qualche volta a San Siro, ma non c’entra con gli ultras. Ci tenevo a fare queste precisazioni perché ho letto dichiarazioni sui fatti che rischiano di trascinare problemi di ordine pubblico”.
Non sarà una questione di ultras, ma all’origine della vicenda c’è comunque la fede calcistica. Sarebbe stato proprio Jacopo De Simone, seduto al bar con il fratello, la fidanzata e un paio di amici, ad intonare il coro interista. Al Reef si riuniscono spesso i supporter della Dea e quella sera c’erano una decina di atalantini che non hanno preso bene l’atteggiamento dell’altro gruppo, visto probabilmente come una provocazione. Sono iniziate a volare parole grosse, le due comitive sono poi uscite dal locale ed hanno continuato a litigare in strada. Non è chiaro se Riccardo Claris fosse al bar quella sera, nemmeno se fosse armato di una catena come sostiene De Simone.
Lo zio di Claris ha dichiarato che il giovane era a casa a dormire e che, intorno alle 23.30, la sua ragazza sarebbe andata a chiamarlo per avvertirlo del diverbio in atto. Lui a quel punto si sarebbe vestito e avrebbe raggiunto gli amici atalantini. Riccardo era un grande tifoso della squadra cittadina, faceva parte della Curva, andava alle partite, anche in trasferta. Pare che gli atalantini abbiamo seguito i cinque interisti, che si sono dispersi. Il fratello di Jacopo è rimasto indietro con la sua fidanzata, che non riusciva a correre perché indossava i tacchi e i due si sarebbero poi addentrati in una via secondaria per evitare gli altri.
Diversi di loro sono arrivati fino in via dei Ghirardelli e, a detta di alcuni testimoni, cercavano gli interisti. Il 18enne nel frattempo era salito in casa e aveva chiesto alla madre dove fosse il fratello. Non trovandolo, ha preso il coltello ed è tornato in strada. Pare che nel frattempo la madre fosse scesa per calmare gli animi e poi si sia incamminata alla ricerca dell’altro figlio. Quando è tornata verso casa, Riccardo Claris era già a terra, sul marciapiede davanti all’ingresso del condominio, in una pozza di sangue. Poco distante dal corpo un coltello di ceramica con la lama spezzata. Non è chiaro se Jacopo sia tornato in casa o se sia rimasto sul posto. All’arrivo dei carabinieri, con la felpa sporca di sangue e un taglio sulla mano, si è consegnato spontaneamente dichiarando di essere l’autore dell’omicidio. “Ce ne stavamo andando, non era volato nemmeno uno schiaffo”, sostengono invece gli amici di Claris.
Mercoledì mattina è in programma l’autopsia sul corpo della vittima, uccisa da un unico, letale, fendete alla schiena. Venerdì i funerali in Borgo Santa Caterina. La camera ardente in via Suardi aperta al pubblico da giovedì 8 maggio.



