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Allerta aviaria, Ariela Benigni: “Bisogna essere pronti a nuove pandemie”

Il segretario scientifico dell’Istituto Mario Negri spiega come la comunità scientifica si sta preparando per affrontare nuove possibili emergenze sanitarie

“L’esperienza del Covid ci ha insegnato che dobbiamo essere pronti ad affrontare nuove pandemie”. Così la dottoressa Ariela Benigni, segretario scientifico dell’Istituto Mario Negri, spiega come la comunità scientifica si sta preparando per affrontare nuove possibili emergenze sanitarie.

Il mondo della ricerca sta prestando particolare attenzione alla diffusione del virus dell’aviaria considerando che, come ha evidenziato un lavoro pubblicato sulla rivista scientifica Science, potrebbe rappresentare una minaccia per la salute umana, tenute conto le sporadiche infezioni dagli animali domestici e il potenziale del virus di emergere come un nuovo ceppo in grado di innescare una pandemia.
Abbiamo intervistato la dottoressa Benigni chiedendole di tracciare il punto della situazione.

Come sta evolvendo la situazione?

Sappiamo che è stata riscontrata una crescente diffusione del virus dell’aviaria fra gli animali: prima aveva infettato il pollame e gli uccelli selvatici, successivamente è arrivato anche ai bovini e ai gatti. In base ai dati disponibili, negli Stati Uniti sono stati finora contagiati circa una settantina di esseri umani e questi casi sono stati caratterizzati da sintomi lievi come congiuntivite e disturbi respiratori non severi. Nei giorni scorsi, invece, è stato segnalato il decesso di una bambina in Messico, di cui però si hanno poche informazioni. A fronte di questa escalation, la comunità scientifica sta monitorando la situazione tenendo sotto controllo i cambiamenti genetici che lo contraddistinguono.

La situazione è allarmante?

Bisogna capire se, mutando, il virus riuscirà a essere trasmesso da uomo a uomo. Al momento questo passaggio non è stato accertato, ma l’attenzione è alta. La maggior parte dei casi verificati sinora riguardano individui che sono stati a stretto contatto con animali infetti. Un recente lavoro pubblicato sulla rivista scientifica Science ha evidenziato che sarebbe sufficiente una singola mutazione del virus identificato nei bovini per fare in modo che il virus acquisisca una specificità per i recettori umani, requisito essenziale per la trasmissione da uomo a uomo. Ora come ora è un rischio teorico, ma non va sottovalutato e per questo è stato oggetto anche di altri studi.

Ci spieghi

Uno studio ha rilevato che con una particolare mutazione il virus sarebbe in grado di legarsi alle cellule umane e di duplicarsi. Si è notato, inoltre, che, quando il virus ha infettato una persona, è in grado di mutare all’interno dell’organismo stesso, com’è avvenuto in alcuni soggetti in Texas. In alcuni casi sono state riscontrate infezioni severe, come per un’adolescente canadese che soffriva di obesità e asma lieve che ha sviluppato una malattia che ha richiesto assistenza in terapia intensiva. Le sue condizioni erano preoccupanti, ma c’è una buona notizia.

Quale?

La giovane ha risposto positivamente ai trattamenti antivirali ed è guarita. Le ricerche effettuate su questo caso hanno evidenziato che il virus isolato dal sangue della ragazza aveva tre mutazioni che lo rendevano più aggressivo, cioè maggiormente in grado di infettare le cellule umane. Non si sa se le mutazioni siano avvenute all’interno dell’organismo o se fossero già presenti prima dell’infezione iniziale, ma alcuni segni lasciano presagire che si adatti anche agli esseri umani e si possa giungere al contagio da uomo a uomo.

Che segni sono?

Si possono verificare mutazioni che rendono il virus più adatto a infettare l’uomo. Inoltre, nell’individuo, è possibile che avvengano ricombinazioni con altri virus influenzali (riassortimento), portando a forme più o meno infettive. Sappiamo che il virus per sopravvivere deve infettare le cellule ma non ne deve causare la morte, per cui l’ideale per il virus è adattarsi all’uomo, come è già successo per alcuni virus influenzali. Si sono adattati ma hanno perso parte della loro virulenza così da poter convivere con l’ospite.

Che risultati stanno dando i progetti di ricerca in corso?

Molti gruppi stanno lavorando alacremente. Con i fondi PNRR si è costituito un grande consorzio di cui fa parte l’Istituto Mario Negri che ha l’obiettivo di studiare nuovi virus e prepararsi a trovare farmaci. In Europa è in corso l’iniziativa “Preparazione alla pandemia” che ha l’obiettivo di preparare la comunità scientifica a fronteggiare nuove pandemie. L’esperienza del Covid ci ha insegnato che dobbiamo essere pronti ad affrontare nuove sfide. Alcuni Paesi hanno sviluppato vaccini disegnati per le varianti di H5N1 che circolavano in precedenza. Test di laboratorio hanno confermato che i vaccini in produzione potrebbero essere efficaci anche contro le nuove varianti. Si sta anche lavorando per produrre vaccini disegnati specificatamente sul nuovo ceppo virale. Se il virus dovesse avere una grande diffusione, lo sforzo dei governi dovrebbe essere di ottenere una quantità di vaccini sufficienti per soddisfare le esigenze della popolazione mondiale e di stimolare l’industria a produrre i nuovi sieri su larga scala.