“Ricky e il pallone: un giocatore generoso, il calcio era il suo mondo. E quell’incontro a Dublino…”
Andrea Foresti, storico allenatore della Gavarnese, ricorda Riccardo Claris: “L’ho avuto per tre stagioni in prima squadra, ricordo il rispetto che aveva per lo sport e per i compagni. Ci siamo visti il giorno della finale di Europa League”
Nembro.Andrea Foresti è l’anima della Gavarnese. Da oltre vent’anni guida la squadra di calcio di Gavarno, frazione di Nembro, e tra il 2017 e il 2020 è stato l’allenatore anche di RiccardoClaris, un ragazzo con cui aveva creato un rapporto speciale, nel segno di quel pallone che li univa, dalla provincia fino a Dublino.
“L’ho avuto per tre stagioni in prima squadra con me. È stato uno di quei ragazzi che ha rappresentato la nostra filosofia nel migliore dei modi” ricorda il ‘mister’, come Riccardo era abituato ad apostrofarlo, anche dopo la sua partenza per andare al Torre De’ Roveri nel 2020. “Lo avevamo preso dallo Scanzo, inizialmente per fare la Juniores. Non aveva neanche la patente quando è arrivato. Poi dopo tre mesi lo abbiamo spostato in prima squadra”. Un premio? “No, se l’era guadagnato, perché si era dato da fare. Abbiamo visto che aveva qualcosa in più degli altri. Era un mancino, ma si faceva notare per le sue qualità fisiche. Non mollava mai, era un ragazzo che correva sempre fino al 90’, macinava chilometri. Era un generoso. Si è guadagnato tutto così. Si adattava spesso anche a fare cose che non erano nelle sue corde”.

Riccardo Claris nella memoria di Foresti era un ragazzo che “dava l’esempio e veniva anche ‘usato’ come esempio positivo”, spiega, “visto che con lo Scanzo c’è sempre stato uno ‘scambio’ costante di giocatori. Lo avevamo preso gratis, ricordo che il loro presidente dopo averlo visto giocare e segnare nel suo primo anno in Promozione mi disse ‘non ve li diamo più gratis, poi diventano forti come Claris’. E ancora ai suoi giocatori: ’Guardate Riccardo, qua non giocava mai, e ora sta andando a giocare bene in promozione’”.
Un giocatore a disposizione della squadra, ma anche un giovane in uno spogliatoio composto per la maggior parte da calciatori più grandi di lui: “Era il piccolo in uno spogliatoio di adulti: anche per questo non lo sentivo parlare così spesso. Sono dettagli a cui gli allenatori fanno caso, specialmente quando si parla di giovani. Cerchiamo sempre di dare un’attenzione in più, perché probabilmente ne hanno bisogno”. Ricky, come lo chiama affettuosamente Foresti, “si era calato davvero bene nella parte. Andava d’accordo con tutti. Gli bastava giocare ed era felice. Il suo mondo girava intorno ad un pallone”.
L’ultimo incontro è stato un anno fa, a Dublino, in quel 22 maggio 2024 che nessun atalantino può dimenticare. “Me lo ricordo benissimo. Ho trascorso tutta la mattinata in centro città dopo essere sbarcato in Irlanda, nel pomeriggio rientro in fan zone per prendere parte al corteo verso lo stadio… E me lo ritrovo lì, uno dei primi incontri di quella giornata incredibile. È stato lui a chiamarmi e a riconoscermi: mi ha raccontato che era arrivato dal Lussemburgo, dove si trovava per gli studi. Poi ci siamo salutati, siamo partiti verso lo stadio. E tra l’altro ci eravamo sentiti pochi mesi prima, mentre era all’estero”.

Un legame che si è consolidato con gli incontri negli stadi: “Quando riuscivamo ad esserci sia io che lui, visto che entrambi eravamo impegnati con le nostre squadre” ricorda l’allenatore, “ma spesso ci trovavamo insieme. Era questo che ci teneva in comunicazione noi: il calcio. Anche quando è andato via dalla Gavarnese, questa cosa non è cambiata: ci siamo sempre sentiti vicini. Ed è sempre stato bello parlare con lui di pallone. Era una cosa bella. Anche se ero sempre io a chiedergli dell’Atalanta: lui non sempre si esponeva”.
“Era molto discreto, un ragazzo che sapeva stare al suo posto, rispettoso delle regole dello spogliatoio e dello sport: magari a volte anche troppo. Non sgarrava mai, non aveva mai fretta di bruciare le tappe” conclude mister Foresti. “Non riesco a immaginare un Ricky diverso rispetto a quello che avevo conosciuto in quei tre bellissimi anni”.




