Omicidio via Ghirardelli, Ivo Lizzola: “Bisogna riflettere sulle difficoltà culturali e sociali”
Quanto è accaduto invita a riflettere sulla diffusione di odio aggressività nella nostra società e in modo particolare fra i ragazzi: abbiamo chiesto un parere al docente di Pedagogia generale e sociale all’università di Bergamo
L’omicidio di Riccardo Claris, morto a 26 anni in seguito ad una lite scoppiata nella notte fra sabato 3 e domenica 4 maggio in via dei Ghirardelli, a due passi dallo Stadio di Bergamo, ha colpito tutti.
Jacopo De Simone, giovane di 19 anni, incensurato, si è consegnato ai carabinieri e ha confessato l’omicidio. In base alle notizie circolate nelle scorse ore, la situazione sarebbe degenerata per questioni di tifo calcistico. Lo avrebbe colpito alla schiena al culmine di un violento litigio scoppiato poco prima all’esterno di un bar in Borgo Santa Caterina tra due piccoli gruppi di tifosi, uno appartenente alla tifoseria atalantina, cui apparteneva la vittima, e uno interista, di cui faceva parte il l’indagato, De Simone.
Il fatto invita a riflettere sulla diffusione di odio aggressività nella nostra società e in modo particolare fra i ragazzi: abbiamo chiesto un parere al professor Ivo Lizzola, docente di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bergamo.
Come mai questa vicenda ha colpito così tanto?
Colpisce perché le biografie di questi ragazzi sono assolutamente normali. Sono due giovani ben integrati, acculturati e senza criticità apparenti: sono al di fuori dall’area della marginalità giovanile, delle sofferenze adolescenziali o dei giovani adulti, ossia dalle categorie che a volte utilizziamo per spiegare tali situazioni. Il segnale che arriva a ognuno di noi da questa vicenda è ancora più importante e dobbiamo coglierlo fino in fondo: siamo in una società in cui le vite giovani non riescono a contenere le forme e i modi di espressione dei gesti e delle parole. C’è un’enorme facilità nell’andare fuori dai controlli e dai significati veri legati alla vita da dare a ciò che viene fatto e detto. Tutto questo evidenzia una difficoltà culturale ed educativa che ci deve far riflettere.
Che cosa intende per “difficoltà culturale ed educativa”?
Riccardo e Jacopo non sono ragazzini: i protagonisti di questa vicenda sono un giovane adulto e un adolescente grande. Quanto successo ci porta a riflettere sul clima culturale e sociale oltre che sulla responsabilità educativa nel senso più ampio del termine. Invita a porre maggior attenzione ai valori e alle norme di comportamento che vanno coltivate nella nostra convivenza all’interno della società. Non possiamo delegare questa funzione alla scuola o a singole e specifiche realtà che si occupano dei giovani, perché è una questione di clima generale. Questa mancanza della capacità di valorizzare i gesti, l’incontro con l’altro e le parole ci deve inquietare molto. Chi come me frequenta parecchio luoghi della marginalità e del penale giovanile si rende conto che il limite fra giusto e ingiusto o bene e male va riconquistato da capo. Non fa parte di un patrimonio condiviso e trasmesso, in una situazione in cui prevalgono le solitudini delle persone e, a volte, le autoreferenzialità. Significa che i luoghi sociali vanno ripraticati come spazi in cui si trovano i significati, il valore delle relazioni, il senso e il gusto di una cura di una responsabilità reciproca, che non sono cose scontate ma vanno completamente ripraticate. Se le storie comuni sono sfrangiate e superficiali, se prevalgono distanza e lontananze, queste narrazioni di vita condivisa non riescono più a dare orientamenti e le persone fuori da questi ultimi agiscono a partire dall’istintività del momento.
Che cosa accade?
In casi come questo accadono degenerazioni perché hanno la meglio gli istinti di paura e l’aggressività manifestata immediatamente, con la sfortuna che magari in quel determinato momento non è presente una figura un po’ più grande capace di contenere la lite, sdrammatizzare ed evitare un’escalation. È stata compiuta con un gesto dato da un’emozione non letta del tutto. Notizie come questa dicono molto della povertà della vita di relazione e delle storie fra noi nelle quali ripratichiamo i valori e i significati, il gusto dell’incontro e di un buon confronto, di una buona differenza rispetto all’altro.
Cioè?
Siamo disabituati al buon conflitto e alla buona differenza, perché siamo poveri di storie nelle quali si fanno mediazioni, ci si tollera, ci si rispetta e si distingue il gioco dalla vita reale. Si effettua, cioè, una distinzione fra le passioni sulle quali vale la pena di giocare la vita e quelle che invece sono un gioco. Nel caso di Riccardo e Jacopo non stiamo parlando di scontri fra tifoserie dovuti a situazioni in cui sono coinvolti interessi economici o fattori giudiziari com’è avvenuto in altre circostanze: è tutta un’altra cosa.
E che cosa consiglia di fare a giovani e meno giovani?
Bisogna distinguere le passioni e legarle a storie, progetti e desideri di futuro. A volte sento retoriche insensate, come quando si dice che una persona fa i sacrifici per seguire la propria squadra del cuore: i sacrifici vanno fatti perché ci si deve prendere cura di qualcuno o si deve contribuire a costruire una realtà più bella e umana, non per gli hobbies come il tifo di una squadra di calcio o di un altro sport come potrebbe essere per esempio la pallavolo. Un altro spunto di riflessione riguarda il modo in cui, a volte, la costruzione delle identità delle persone vada a cercare risposte in luoghi in cui le identità stesse sono fragilissime. E più sono fragili più sono contrapposte. Per elaborare la nostra identità abbiamo bisogno di costruire un nemico e a volte pensiamo che questo richieda motivazioni forti come una guerra o un confronto duro, per esempio religioso, culturale o di genere, invece non è così.
Ci spieghi
La dinamica della costruzione del nemico, così come del capro espiatorio, si sviluppa all’interno di vite normali, della realtà quotidiana e di relazioni che sarebbero ritenute ordinarie, superficiali e non meritevoli di particolare attenzione. Per scatenarsi, l’odio non ha bisogno di ragioni gravi: bastano piccoli racconti che diventano incontrollabili, offese banali che fanno soffrire e portano a gesti esagerati. È necessario riscoprire la serietà e la profondità, anche gioiosa, della vita, degli incontri e degli scontri. Bisogna ritrovare il gusto di un vivere e di un relazionarsi con gli altri dentro cose più profonde, impegnative e belle, in modo che passioni come il tifo, lo sport, le attività legate al tempo libero e l’arte, che pure possono essere belle e importanti, abbiano la loro dimensione e non divengano sostitutive di un bisogno di identità e di affermazione di sé. Altrimenti diventano pericolosamente sostitutive ed un gioco di una vita aggressiva. La costruzione del nemico diventa un gioco, che poi diviene tragico e non è possibile: la propria identità va costruita su altro, su una storia e sulla condivisione con chi incontriamo.
Per concludere, che cosa prova davanti a notizie come questa?
Notizie come questa sono motivo di dolore e scoramento, ma ci sono anche note di speranza. Stamattina, lunedì 5 maggio, ho incontrato alcuni adolescenti che erano addolorati per quanto accaduto fra Riccardo e Jacopo. Vuol dire che sono capaci di una serietà dell’analisi che va oltre l’individuazione di chi ha torto o ragione, che non si limita alla colpevolizzazione ma è in grado di avere uno sguardo più profondo di quello che è successo, perché da una parte c’è la vittima e dall’altra un ragazzo che porterà con sé i sensi di colpa per quanto è accaduto, quindi sono state distrutte due vite.


