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Il 18enne ha confermato al gip quanto già dichiarato al pm, il legale: “Jacopo non andava allo stadio da quando era bambino, non frequentava la curva dell’Inter. Va precisato, perché sono fatti che rischiano di trascinare problemi di ordine pubblico”

Bergamo. Ha parlato Jacopo De Simone. E confermato al gip Maria Beatrice Parati quanto già fatto mettere a verbale davanti al pm Guido Schininà la notte dell’arresto. Ovvero di avere ucciso il 26enne Riccardo Claris per difendere la sua famiglia, in particolare il fratello Valerio che non aveva visto rincasare insieme a lui.

De Simone, 18 anni, è stato trasferito dal carcere di Brescia al Tribunale di Bergamo per l’interrogatorio di garanzia in programma martedì pomeriggio alle 15,30, durato all’incirca un’ora. “Ha confermato le dichiarazioni rese al pm- spiega l’avvocato Luca Bosisio, suo difensore, senza scendere troppo nei dettagli -. Ci tengo solo a precisare che questo fatto non c’entra niente con il mondo ultras. Jacopo non andava allo stadio da quando era bambino, non frequentava la curva dell’Inter. Va precisato, perché sono fatti che rischiano di trascinare problemi di ordine pubblico”.

Da quanto emerso finora, sabato sera De Simone era al Reef Cafè di Borgo Santa Caterina insieme al fratello, alla fidanzata di quest’ultimo e un gruppo di amici. All’interno del locale si è creata un po’ di tensione con un altro gruppo di ragazzi, molti di fede atalantina a differenza di De Simone che simpatizza per l’Inter. Dopo avere battibeccato, il gruppo di Claris ha seguito quello di De Simone fin sotto la sua abitazione, al civico 27 di via dei Ghirardelli, a due passi dal Gewiss Stadium.

Non vedendo il fratello rincasare con lui, rimasto defilato insieme alla fidanzata, De Simone è salito in casa e avvisato la madre di ciò che stava accadendo. La donna è scesa in strada trovandosi davanti il manipolo di tifosi atalantini. Ha provato a calmare gli animi, poi si è messa alla ricerca del figlio Valerio. L’altro figlio, Jacopo, è invece sceso in strada con un coltello da cucina in mano, affondato sotto la scapola sinistra di Riccardo Claris. Quando la donna è tornata indietro, ha trovato il figlio con le mani e la felpa sporche di sangue, invitandolo a costituirsi ai carabinieri.