“Dov’è mio fratello?”, poi la coltellata. Gli amici di Riccardo: “Stavamo andando via, non è volato uno schiaffo”
Al vaglio le telecamere della zona e le testimonianze di almeno venti persone per ricostruire l’accaduto. Nel pomeriggio l’interrogatorio del 19enne Jacopo De Simone, mercoledì l’autopsia sul corpo del 26enne ucciso. Il tormento del quartiere Borgo Santa Caterina: “Non si può morire così”
Bergamo. “Dov’è mio fratello?”. “Qui non c’è”, risponde la madre al figlio Jacopo De Simone, 19 anni, rientrato a casa preoccupato con alcuni amici dopo una serata al Reef Cafè di Borgo Santa Caterina. La donna, allarmata, scende in strada a cercare l’altro figlio, Valerio. Fino a poco tempo prima lui e Jacopo erano insieme al bar, ma nel tornare a casa si sono persi di vista. Il perché sembra facile da intuire: sotto casa c’è un manipolo di tifosi dell’Atalanta. Una decina tra ragazzi e ragazze, forse più. Le lancette dell’orologio segnano l’una, fanno un po’ troppo baccano e intonano qualche coro. Jacopo è convinto che lo abbiano seguito fino al civico 27 di via dei Ghirardelli, dove abita, perché lui è tifoso dell’Inter e poco prima, al Reef Cafè, dice di avere intonato a sua volta dei cori della squadra nerazzurra: quella di Milano, però, non quella di Bergamo. Il fratello gemello, Valerio, era al bar con Jacopo, alcuni amici e la fidanzata. Resta con lei, i due procedono a passo lento perché la giovane indossa i tacchi. Arrivano a destinazione un po’ dopo. Forse, anche per defilarsi da una situazione che percepiscono pericolosa. Quando la madre dei gemelli torna verso casa, il dramma si è già consumato. Sull’asfalto c’è il corpo esanime di un ragazzo: Riccardo Claris, 26 anni. Quando la donna rivede il figlio Jacopo, ha le mani e la felpa sporche di sangue. “L’ho ucciso io”. La madre, disperata, lo invita a costituirsi. Dramma nel dramma, a marzo era stato arrestato per omicidio anche il figlio adottivo Carmine, 25 anni, che da tempo non viveva più con loro. Una rapina finita nel sangue per 50 euro, un vecchio cellulare e un’auto con problemi al motore.
“Volevo difendere mio fratello, la mia casa, la mia famiglia”, avrebbe dichiarato De Simone, assistito dall’avvocato Luca Bosisio, ai carabinieri del comando provinciale e al pubblico ministero Guido Schininà in caserma, la notte dell’arresto, tra sabato 3 e domenica 4 maggio. Avrebbe colpito Claris perché, a detta sua, era tra i più esagitati, armato di catena e bastone (“frequentava la curva dell’Atalanta, ma in maniera sana – hanno detto gli zii della vittima – non era un tipo da rissa”). Di catene e bastoni, finora, non c’è alcuna traccia. De Simone avrebbe ferito il 26enne alla schiena, con una sola coltellata sotto la scapola sinistra; una coltellata così forte da spezzare la lama in ceramica da 11 centimetri. Il sospetto è che l’abbia aggredito alle spalle, ma a far luce su quell’unico fendente sarà l’autopsia, in programma mercoledì alle 9,30 alla camera mortuaria dell’ospedale Papa Giovanni. “Ho parlato con loro, i ragazzi se ne stavano andando quando De Simone è sceso in strada con il coltello – racconta una persona vicina agli atalantini presenti quella notte, un professionista noto in città che frequenta la curva del Gewiss Stadium, e che riteniamo una fonte affidabile -. Hanno fatto un po’ di rumore, ma non erano armati e mi hanno detto che non è volata neanche una sberla”. Versioni opposte, dunque, da vagliare con attenzione.
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A proposito, sono almeno 20 le persone che gli investigatori intendono ascoltare per ricostruire l’accaduto. Tra loro c’è il gestore del Reef Cafè, da quanto si apprende sentito nella giornata di lunedì. Ai ragazzi avrebbe chiesto di smetterla con i battibecchi dentro il locale. Pare fosse montata un po’ di tensione a prescindere dalle divergenze di tipo calcistico. Forse un semplice pretesto per attaccare briga, visto che tra i due gruppi non c’erano solo atalantini e non c’erano solo interisti. Fuori dal bar – è appurato – non c’è stato alcuno scontro, ma il gruppo degli ‘atalantini’ (chiamiamolo così per comodità a fini narrativi) ha seguito quello degli ‘interisti’ fin sotto l’abitazione di De Simone. Che cosa è successo nel mezzo, è esattamente ciò che gli inquirenti vogliono capire. Nel pomeriggio, carabinieri in borghese hanno acquisito le immagini delle telecamere che presidiano la zona per ricostruire attraverso i filmati il percorso e le modalità del presunto pedinamento. Dal Reef di Borgo Santa Caterina, i militari sono passati per via dei Celestini fino a via dei Ghirardelli. Si è trattato di un inseguimento tutto sommato blando, oppure sono stati messi in atto comportamenti intimidatori e minacciosi? Soprattutto, c’era o non c’era gente armata? Al momento, si propende per un ‘no’: non ci sarebbe stata nessuna rissa e nessun episodio realmente violento, coltellata a parte.
Jacopo De Simone, in carcere a Brescia, martedì pomeriggio alle 15.30 comparirà davanti al giudice per le indagini preliminari Maria Beatrice Parati. Nell’interrogatorio di garanzia, fissato in tribunale a Bergamo, potrebbe confermare quanto già accaduto, fornire nuovi dettagli o avvalersi della facoltà di non rispondere. Nel frattempo, tante domande attanagliano il quartiere di Borgo Santa Caterina, frequentato da entrambi i protagonisti di questa triste e sconvolgente vicenda. Le abitazioni di Claris e De Simone distano sì e no 500 metri. Nelle scorse ore monsignor Pasquale Pezzoli ha fatto visita a entrambe le famiglie, travolte dal dolore. Contattato, il sacerdote non ha voluto commentare l’accaduto. Forse, bastavano le parole di un anziano signore che abita nei dintorni: “Non conosco quei ragazzi, ma credo siano cresciuti nello stesso quartiere e, da quanto sento in giro, appartengono a due buone famiglie. Mi domando come mai, in questo mondo, finiscano col prevalere sempre le divergenze, piuttosto delle cose che si hanno in comune. Morire per così poco non si può”. È senz’altro d’accordo il pm Schininà, che a Jacopo De Simone contesta l’omicidio volontario aggravato dai futili motivi.









